Apertamente

di Francesco Daveri da Lavoce.info del 23/6/2015 - La crisi ha mandato in frantumi il tradizionale modello di sviluppo europeo. Anche quando la crescita c’è, avviene con un aumento delle disuguaglianze e non si traduce più automaticamente in una diminuzione della povertà. Preservare l’assistenza a chi ha davvero bisogno, pur riducendo la spesa. Povertà endemica in Europa. I politici che nelle capitali europee negoziano una soluzione alla crisi greca si concentrano sulla gestione dei debiti di Atene. Il nodo da sciogliere non riguarda però solo la Grecia e non riguarda solo i bilanci pubblici. Il tema di queste settimane è più fondamentale e riguarda l’incapacità dell’Europa – emersa negli ultimi anni di crisi – di scongiurare il rischio povertà di una parte crescente della sua popolazione. Ed è proprio dal recupero di questa capacità che si misurerà il successo della politica nel risolvere la crisi greca e più in generale nel rilanciare il progetto dell’Europa. Parlando di povertà nel Vecchio continente non si può che partire dalla Grecia. Tra il 2009 (quando è venuto fuori il problema greco) e il 2013 (ultimo anno per cui Eurostat pubblica dati comparabili sulla povertà), il Pil pro capite greco è sceso del 21 per cento. Quando scende il reddito pro capite, aumenta sempre il numero di poveri. E infatti i dati Eurostat indicano che la quota di greci a rischio di povertà o di esclusione sociale (quelli che al netto di tasse e sussidi statali guadagnano meno del 60 per cento del reddito mediano o fanno fatica a pagare l’affitto o le bollette) è salita di 8 punti, dal 27,6 per cento (dato 2009, già elevato) al 35,7 del 2013. La combinazione della crisi economica e dell’austerità fiscale ha lasciato un segno drammatico nell’economia e nella società greca.
L’aumento della povertà è però avvenuto anche in altri paesi europei, prima di tutto in quelli che hanno visto il costo degli interessi sui loro debiti pubblici in rapido aumento dopo il 2009. A Cipro il Pil pro capite è sceso del 14 per cento e le persone a rischio povertà sono aumentate di 4 punti. In Spagna e Portogallo, il reddito pro capite è sceso del 5 per cento circa e la quota di poveri è salita di 2,6 punti percentuali. In Italia la diminuzione del Pil tra 2009 e 2013 è stata inferiore (-3,5 per cento) ma l’aumento della povertà anche più marcato che nel resto del Mediterraneo (+3,7 punti percentuali: da poco meno di un quarto della popolazione al 28,4 per cento del totale). E anche un paese tradizionalmente classificato nella parte solida dell’Europa come l’Olanda ha visto scendere il Pil pro capite di circa un punto percentuale, mentre la percentuale di poveri saliva in proporzione. Nei paesi indicati è mancata la crescita ed è salita la povertà. Ma l’aumento della povertà in Italia è stato più che proporzionale rispetto alla perdita di Pil. Forse perché abbiamo un sistema di welfare che protegge tante categorie, ma non i poveri.

L’inefficacia della crescita nel ridurre la povertà

L’elenco dei paesi in cui la percentuale di poveri è aumentata non marginalmente negli anni della crisi greca non finisce con l’Europa mediterranea né con l’euro zona. Nel Regno Unito, dove il reddito pro capite è salito quasi del 3 per cento, la quota delle persone a rischio povertà è anch’essa aumentata di circa 3 punti percentuali, dal 22 per cento del 2009 fino a sfiorare il 25 per cento nel 2013. In Svezia e Germania – due paesi che dal 2009 non hanno mai smesso di crescere (con Pil pro capite in aumento rispettivamente del 6,4 e del 10,3 per cento) – la crescita non è bastata a evitare un marginale aumento della proporzione dei poveri sul totale della popolazione. E anche nell’Est Europa in via di sviluppo dove solitamente la povertà è diminuita si vede che non basta più crescere per ridurre la povertà: in Romania e Bulgaria la crescita è stata la stessa, ma la povertà è scesa di 2,7 punti a Bucarest mentre è salita di quasi due punti a Sofia.
Oltre ai dati negativi, in Europa spunta anche qualche isola felice. Lasciando perdere Svizzera e Norvegia (per varie ragioni fanno sempre caso a sé), le cose vanno un po’ meglio che altrove nella Finlandia a crescita zero, nella piccola Austria che cresce metà della Germania, ma riesce a ridurre la povertà, e nella Francia che cresce con deficit sopra al 3 per cento per finanziare politiche pubbliche in favore della natalità e della famiglia. Evidentemente, ci sono politiche e circostanze di contorno alla crescita di un paese che concorrono a ridurre la povertà.
Il quadro dei dati europei su crescita e povertà impone di approfondire i casi di successo. Ma suggerisce anche che la crisi ha mandato in frantumi il tradizionale modello di sviluppo europeo, basato su crescita e welfare per tutti con alta tassazione e alta redistribuzione. Non solo la crescita avviene con un aumento delle disuguaglianze ma – lo dicono i dati – non si traduce più automaticamente in una riduzione della povertà. Si può dare la colpa alle politiche di austerità oppure ricordare il peso dei debiti pubblici nell’obbligare all’austerità. In ogni caso, per governi nazionali che non vogliano seppellire le loro economie sotto il peso di una tassazione insostenibile, serve ricominciare a crescere e – insieme – ridurre le voci di spesa pubblica che non riguardano i poveri per preservare l’assistenza a chi ha davvero bisogno. In Italia suona come il titolo di un vecchio libro: meno pensioni, più welfare. Speriamo che il premier Matteo Renzi lo tenga presente nella stesura della prossima Legge di stabilità.

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