Apertamente

di Luigi Guiso da Lavoce.info del 17/11/2014 - Il bonus di 80 euro varato alla vigilia delle Europee ha influito sul voto? Gli elettori l’hanno giudicato come politica pensata nell’interesse generale o personale? Nel primo caso, risulterebbe limitato l’incentivo a usare i soldi di tutti per ottenere consensi. GLI OBIETTIVI DEL BONUS Poco tempo fa ho scritto un articolo dove suggerivo come valutare l’effetto del bonus Renzi sulle decisioni di spesa delle famiglie e quindi verificare l’impatto sulla domanda di quella misura, il provvedimento che assorbe la parte più rilevante della manovra del Governo. Ritengo sia questa l’ottica principale con cui valutare gli 80 euro di bonus. In realtà, il presidente del Consiglio non l’ha giustificata così – come una misura di sostegno della domanda in una fase di (ennesima) recessione. L’ha descritta invece come un modo per sostenere i redditi dei meno abbienti, quindi come una misura di giustizia distributiva, dove si dà qualcosa a tanti, escludendo quelli che stanno meglio. Ovviamente, i due obiettivi non sono in contraddizione e anzi possono essere complementari, dato che è realistico pensare che le persone con reddito inferiore spendano una quota maggiore del bonus.
La misura, però, oltre ad avere effetti economici, può avere anche effetti “politici”: accrescere cioè il consenso verso il governo da parte dei beneficiari. In effetti l’adozione del bonus da 80 euro ha coinciso con le elezioni europee oltre che con l’inizio della terza recessione italiana e il dubbio che il Governo abbia adottato la misura per raccogliere consenso piuttosto che per stimolare l’economia è venuto a parecchi.

ELETTORI CINICI O CIVICI?

Questo dubbio non potrà essere sciolto con l’analisi e non credo che esista un modo per provare quale fosse l’intenzione del Governo. Si può vedere però se il bonus ha influito sulle scelte elettorali e se e quanta parte del consenso di cui gode il Governo Renzi è attribuibile a questa misura. Qui suggerisco un modo per farlo.
Ricordiamo intanto schematicamente come funziona il bonus. Ne beneficiano solo i lavoratori dipendenti e ci sono due soglie di esclusione, una minima (8mila euro; e rimane la perplessità di un bonus che vuole redistribuire reddito a chi ne ha meno, ma esclude quelli meno abbienti) e una massima (26mila euro). I lavoratori che hanno percepito un reddito al di sotto della soglia minima e quelli al di sopra della soglia massima non percepiscono il bonus (vi è un “cuscinetto” prima della soglia massima, a partire da 24mila euro in cui l’entità del bonus va a calare fino a ad azzerarsi, ma è un dettaglio).
I dati che si vogliono spiegare sono i risultati alle Europee, in particolare la quota di voti al Pd, il partito di Matteo Renzi. Per ogni collegio elettorale si calcola la quota di persone tra gli aventi diritto al voto che si qualificano per il bonus, la quota di coloro che non lo ricevono perché hanno un reddito più elevato della soglia superiore e la quota di coloro che non lo ricevono perché il loro reddito è inferiore alla soglia più bassa. Si calcola anche la quota di coloro che non lo ricevono perché non appartengono alla platea dei potenziali beneficiari (i lavoratori autonomi). Queste statistiche possono essere elaborate solo dall’Agenzia delle Entrate, dal ministero del Tesoro o da Palazzo Chigi. Se c’è stato un effetto del bonus Renzi sul consenso dovrebbe essere visibile correlando la quota di voti al Pd in ciascun collegio (o sezione elettorale, se le statistiche vengono calcolate per sezione) con la quota di beneficiari e quella di non beneficiari nelle tre categorie (sotto la soglia, sopra la soglia, lavoratori autonomi).
Che cosa ci aspetteremmo di trovare? Estremizzando e semplificando parecchio, ci sono due casi interessanti a secondo di cosa motiva la scelta del voto.
1. Votanti cinici: votano guardando al portafoglio. Chi ha avuto il bonus vota per Renzi. Chi non lo ha avuto può rimanere indifferente perché non gli hanno dato né tolto niente; ma può votare contro se si sente escluso e ancor peggio se pensa che sia lui a pagare, oggi o domani, il costo di quel bonus, ad esempio attraverso maggiori imposte future. L’implicazione è che in questo caso differenze tra collegi nella quota di beneficiari e non beneficiari dovrebbe riflettersi in differenze significative nella quota di voti al partito di Renzi.
2. Votanti civici: votano valutando l’utilità delle misure di politica economica per l’economia del paese e il benessere della popolazione. Chi ha avuto il bonus anche in questo caso continuerà a votare per Renzi, seppure la motivazione non è (solo) l’effetto immediato sul proprio portafoglio. Ma se la politica del bonus è stata considerata utile collettivamente, la sosterranno anche gli altri elettori, quelli che non ne hanno usufruito, benché forse in misura minore, e perfino i lavoratori autonomi. Se questo è il caso, differenze tra collegi nella quota di beneficiari e non beneficiari non dovrebbe avere effetti rilevanti sulle preferenze per il voto.
Perché è interessante distinguere tra le due alternative? Per noi come cittadini per capire come siamo fatti e per inferire come il bonus Renzi è stata percepito e valutato: come politica pensata nell’interesse generale o nell’interesse personale? Se dovessimo scoprire che gli elettori premiano chi attua politiche (percepite) nell’interesse collettivo sarebbe un importante elemento di informazione da trasmettere al Governo. Servirebbe a temperare l’incentivo, sempre presente in politica, a usare i soldi di tutti non per fare qualcosa di utile per la collettività, ma per raggranellare consensi.

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