Apertamente

di Fulvio Iannacco da Left del 6/12/2019 - del Pensare a Gramsci nella Roma e nell’Italia di oggi, in mezzo al frastuono televisivo che continuamente fanno i “principi” di oggi, è un’attività della mente che per me, o per alcuni, o forse per molti di noi, oggi si connette a un dolore che in verità non è immediatamente comprensibile. Quasi lo vorresti schivare, ti accorgi che vorresti pensare ad altro. Si sono fidati di te chiedendoti di parlare, e a te sembra di avere la testa del tutto vuota. Vorresti aver declinato l’invito: tentare di evitare il dolore sembra infatti che sia una naturale propensione della mente. La cosa ti coglie di sorpresa, sull’inizio non sai di cosa si possa trattare. Eppure ricordi facilmente altre vivaci e non dolorose occasioni di studio e di discussione, negli anni, intorno al lascito teorico e morale del fondatore del Partito comunista d’Italia, alla sua ricerca, alle sue intuizioni e proposte. Ricordi l’entusiasmo dell’accalorarsi in scontri verbali accesi di allora, le appassionate lealtà che si riconoscono reciprocamente, i biechi tradimenti che si svelano, l’ira nello scoprire, e poi nel documentare, l’inganno mostruoso che intorno a questa grande figura, e in danno di tutti noi – che speravamo in una trasformazione dell’Italia nella quale ci proponevamo di aver parte – alcuni piccoli uomini, fattisi grossi solo perché gonfiati dall’alienazione religiosa che allora, dopo il 1956, cominciavamo a chiamare “culto della personalità”, tessevano e avevano cominciato a tessere fin da quando Antonio, solo, troppo stanco, troppo malato, in lotta personale continua contro la depressione in agguato, era ristretto nelle galere fasciste.

Eppure, lui, aveva continuato a resistere. A pensare, a parlare, a scrivere. Non c’era questo dolore di oggi, allora. C’era, e c’è ancora certamente oggi, il dolore per lui, per questo nostro geniale compagno e fratello, stroncato a soli 46 anni – e noi ne abbiamo parecchi di più di così adesso. Trasaliamo nel constatare che quel martire ci potrebbe essere figlio, ormai. Il dolore, come fresco di oggi, per la vita impossibile che, allora, il tempo e maledettamente i suoi stessi compagni gli avevano apparecchiato e alla quale non si poté mai sottrarre.

Per gli amori che non poté vivere, per i figli che non poté aiutare a crescere, per le gioie che gli uomini pur incontrano nel corso della propria vita e che lui non poté provare, per la grande bellezza del mondo che a lui fu sempre negata. Ma non “questo” dolore, di cui sto cercando di dire. Un’altra cosa. Allora, quando per le prime volte parlavamo di lui, e scoprivamo la sua vita coraggiosa, e ci entusiasmavamo per il suo pensiero, erano tempi che, quando un compagno cadeva, ci dicevamo che adesso avremmo raccolto noi, noi ancora vivi, la sua bandiera, la sua testimonianza, il suo lascito: che l’avremmo fatto germogliare e fruttare nella vita pulsante del movimento ampio della Sinistra, senza impazienze infertili e nei tempi che sarebbero stati quelli reali, certo, ma indubitabilmente!

Era quello che chiamavamo ampliamento della conoscenza, capacità di progetto, intelligenza collettiva. E lealtà. Ammaestrati da esperienze drammatiche ormai alle nostre spalle, avremmo portato noi avanti, anche grazie a lui, il cammino che in lui – come in tante altre compagne e compagni – era stato così brutalmente stroncato da una violenza inumana di cui gli uomini – unici tra tutte le specie viventi – sono capaci. Perché allora, e ne eravamo proprio certi, la Sinistra, diamine, c’era. Magari non sapevamo bene dove esattamente stesse. magari capivamo già che in realtà era ancora tutta da costruire o da ricostruire, ma nelle piazze che ancora si riempivano di popolo, i nostri occhi si incontravano ancora facilmente in occhi del tutto simili ai nostri!

I nostri sorrisi di allora. E ce l’avremmo certamente fatta. Per lunghissimi anni, in realtà, di Gramsci si era parlato molto di più all’estero che in Italia, da un po’ d’anni anche da noi – e forse proprio in dipendenza dalla (o in reazione alla) sempre più innegabile presenza nella società italiana ed europea di una ricerca teorica nuovissima – si sono susseguite le pubblicazioni su di lui, e il dibattito è sembrato molto più vivo di prima. È sembrato. Ma bisogna – è vitale! – saper distinguere! Ci sono stati tanti lavori e opere su Gramsci che a ben vedere hanno preso voce solo dal bisogno di confondere, per giustificare e confermare la bontà e gloria e necessità storica del percorso perverso che, di tradimento in tradimento, da Togliatti ci ha portati a Matteo Renzi, di sostenere e confermare l’egemonia (che evidentemente si era temuto potesse vacillare di fronte a quelle nuove proposte, e a un loro possibile incontro con la prassi politica della Sinistra d’allora), in quello che un tempo era il campo della Sinistra, di quelli stessi – e degli eredi di quelli stessi – che prima l’avevano voluto rinchiuso in galera, che poi avevano certamente respirato di sollievo quando, davvero e definitivamente, quella mente aveva cessato di pensare, che ancora solo un momento dopo quella morte, come disgustosi avvoltoi, si erano precipitati a fare a brani il suo pensiero per piegarlo, stuprandolo, ai propri scopi politici in vista dei quali – forse per una debolezza intellettuale, ma noi diremmo piuttosto umana – quel fondamentale concetto gramsciano di egemonia – privato criminalmente di ogni contenuto di rapporto interumano – veniva inteso e deformato brutalmente in quelli non umani, e antropologicamente elementari e materiali, di “potere” e di “dominio”.

Quelli che hanno scritto quei libri, questo dolore che dicevo prima, non lo conoscono di certo. Non sanno proprio di che cosa si possa trattare. Tanto è vero che spesso ci sghignazzano, anzi. Ma ci sono stati altri, pochi libri, che sono stati onesti e hanno detto le verità che gli altri hanno continuato a celare. Nel passato ci siamo trovati a presentare quello di Mauro Canali (“Il tradimento: Gramsci, Togliatti e la verità negata”, ed. Marsilio) stasera presentiamo quello di Noemi Ghetti: Gramsci nel cieco carcere degli eretici (L’Asino d’oro edizioni). Che, con una sensibilità – non temiamo di dire – certamente ancora più profonda e intelligente, ha colto altri nessi e significati finora occultati. Quel nostro dolore, nel pensare a Gramsci, ci sembra allora davvero sano e inevitabile.

Perché oggi una Sinistra politica, dove spendere i possibili frutti contemporanei di una riflessione e di un approfondimento del suo pensiero rivoluzionario, e all’interno della quale riprendere proseguire e realizzare la sua prassi rivoluzionaria allora stroncata, oggi davvero in Italia non c’è. Hai paura allora di poter arrivare a pensare che quell’eroe sia morto per niente. Una Sinistra politica oggi in Italia non c’è. Certo, se non c’è non potrà che esserci, un domani: perché le contraddizioni – anche se un’epoca tenta di annullarle o (meglio) di negarle – in realtà non possono semplicemente e magicamente sparire! Dunque ci vogliamo fidare – sperando di non sbagliarci un’altra volta – del lavorio sempre a lungo invisibile di quella “vecchia talpa” che dai tempi di Shakespeare era riemersa in quelli di Hegel, ma che – fortunatamente – aveva trovato poi una figura, a noi certamente – lo confessiamo volentieri – parecchio più simpatica, nel “18 Brumaio” di Karl Marx.

La vecchia talpa della rivoluzione. Ma intanto, se ora non c’è – e prima sembrava esserci – significa per forza che c’è stato un fallimento e una sconfitta. Quando una prassi fallisce, in politica proprio come nel metodo scientifico, si dimostra conseguentemente errata anche la teoria sulla quale essa aveva fatto base. E d’altra parte una prassi priva di teoria, ha sempre prodotto e sempre potrà produrre soltanto conferma della scissione e ripetizione del fallimento. Occorre allora rimettersi al lavoro, come si disse tanto tempo fa, “provando e riprovando”. Dopo la sconfitta drammatica della rivoluzione del 1848, Karl Marx, costretto dal governo francese e dalla persecuzione di tutte le polizie d’Europa, si trasferì a Londra e iniziò lì una lunga stagione di costruzione teorica. Nel novembre del 1926 Antonio Gramsci, dopo la sconfitta del Biennio rosso, la presa del potere di Mussolini nell’arco di tempo che va dal 1922 all’assassinio Matteotti, all’attentato Zamboni e alle leggi “fascistissime” del 1925, una volta costretto – e sarebbe stato fino alla morte – nelle carceri fasciste, si mise a studiare e a scrivere.

Noi oggi, dopo una lunga storia di sconfitte che fa data almeno dalla togliattiana svolta di Salerno, attraverso la morte del Sessantotto e poi il crollo dei sistemi del comunismo reale, da molto tempo ormai studiamo e facciamo ricerca teorica. Era accaduto “che un giorno un uomo qualsiasi avesse scritto di una nascita umana alienata ma non perversa. Era stata spazzata via una teoria millenaria che sosteneva la natura originariamente corrotta e perversa degli esseri umani, la necessità dell’educazione degli uomini, la rassegnazione alla nevrosi e al dolore per il naturale conflitto degli istinti umani con la società”. Ci mettemmo al lavoro.

Era accaduto che una scoperta scientifica, la scoperta di Massimo Fagioli della nascita umana, avesse dimostrato che quell’eguaglianza che la Sinistra, da quando ha preso voce, aveva nominato e sognato come “Chimera” da perseguire, ma per un futuro imprecisato e imprecisabile, è piuttosto la condizione ontologica di base della nostra comune specie umana, in virtù delle dinamiche della stessa nascita biologica degli esseri umani, di una capacità di reagire e di una capacità di fantasia ad essa connesse che ci caratterizzano. Di tutti gli esseri umani, donne e uomini – prima di tutto: l’unica vera differenza che nella specie c’è – ma poi e per esempio di “palestinesi” e “israeliani”, per restare nell’attualità di questi giorni, o magari di “anglosassoni” e di “cinesi”, di “migranti” e di così detti “autoctoni”, o di “proletari” e di “borghesi”. A noi dunque adesso tocca una lontananza paradossalmente “aristocratica”, persino fisica, radicale e intollerante, da proprio TUTTA quella “soi-disant” Sinistra di oggi o che ancora pretenderebbe di dirsi tale (mentre spesso dice anche – non proprio coerentemente! – che oggi non ci sarebbe più una vera differenza tra “sinistra” e “destra”).

Quando qualcosa che in realtà non c’è dice pertinacemente di esserci – e qualcuno ci casca sempre – dice il falso, e la situazione è certamente persino peggiore. Quella *soi-disant* Sinistra politica italiana di oggi in realtà si prostra tutti i giorni servilmente e vergognosamente davanti a papi vescovi e preti, i più feroci nemici dell’umanità – come scriveva Antonio Gramsci -, propone continuamente immagini deformate e terribili dell’umano reso disumano, e si alimenta nel frattempo sempre volentieri degli avanzi rimasticati e ripugnanti delle mense di capitalisti, faccendieri, finanzieri e criminali vari. Ogni epoca ha il suo compito da svolgere per il progresso umano, e questo oggi è senza dubbio il nostro. Un tempo avremmo detto – ma lo diciamo ancora – a noi spetta “affilare le armi della critica”. A noi oggi spetta un indispensabile e necessarissimo lavoro culturale e teorico, che infatti facciamo e stiamo facendo.

Per la verità con davvero inattesi – da noi stessi.! – grandi risultati e successi. Fra pochi giorni celebreremo i nostri quaranta anni di ricerca al Castello Sforzesco di Milano, e all’Aula Magna della Sapienza di Roma, il più grande Ateneo d’Europa. Questa ricerca non poteva riuscire – ce lo dicevano tutti – e invece è riuscita! Di Gramsci allora, per continuare questa ricerca, ci serve quasi tutto: la intransigente laicità, di fronte al servile prostrarsi davanti al Vaticano di tanti oggi, la capacità di studio e di fatica personale, di fronte alla stupidità e all’ignoranza abissale dominante, l’intelligenza e la profondità di pensiero, di fronte alla totale fatuità autoreferenziale e alla assoluta vacuità di quelli che ci parlano dagli schermi televisivi, la coerenza e la serietà di una proposta di costruzione di una egemonia culturale della Sinistra sullo stato delle cose presenti che faccia base sulla partecipazione dell’altro, sulla ricerca di un consenso attivo dei propri simili e non sul decisionismo autistico e neo-fascista dei nostri governanti di oggi, la capacità di emozione e di riferimento costante a quanto nella realtà umana non è riconducibile all’utile e al conveniente, ma sa legarsi a immagini femminili e irrazionali che sono la nostra più intima e vera realtà umana.

Viviamo in tempi abbastanza terribili, l’inumano, “tranquillamente” e dovunque, pare avere la meglio sull’umano. Chi ci dice che questo è il migliore dei mondi possibile, ci è nemico e odioso. Talvolta, francamente anche noi, serenamente ridiamo di fronte alle pagliacciate del potere che i media ci impongono quotidianamente, ma, non affatto convinti che basti una risata a seppellire quei mostri, perseveriamo nella nostra ricerca intransigente, memori dell’ammonimento di Altan quando ci ha detto “Attenzione ai pagliacci: possono diventare feroci”. E memori però anche dell’unica frase di Lenin che ancora ci piace, senza riserve: “Che la pazienza e l’ironia sono le doti migliori di un rivoluzionario”. Il libro di Noemi Ghetti, del tutto all’interno di questo percorso, è dunque davvero importante per noi. E le vogliamo bene per averlo scritto. E sostenuto.

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