Apertamente

di Stefano Pizzin del 10/9/2019 - Si è scritto molto su questa crisi di governo agostana e molti si sono chiesti perché il leader della Lega e Ministro dell’Interno Matteo Salvini l’abbia aperta, sbagliando i tempi e senza valutare adeguatamente le mosse degli avversari. Sono arrivate le spiegazioni più varie, anche quelle di natura psicologica, secondo le quali il ministro, in pieno turbinio da feste in spiaggia e pubblico osannante, sia finito in una specie di delirio di onnipotenza da rockstar. Probabilmente c’è del vero in questo, ma credo, tuttavia, che vada scavato più  nel profondo e nella stessa natura del populismo leghista, per capire il perché di questo inaspettato testa coda. Penso, infatti, che Salvini non sia andato a sbattere solo per imperizia ma per avere finito il carburante. In qualche modo il populismo italiano, almeno nella sua versione di destra, è stato vittima di se stesso e della sua natura.
Proviamo, in sintesi, a tratteggiarne i due elementi portanti: il continuo rilancio di promesse sempre più inverosimili e la costante individuazione di un nemico.
Il primo aspetto avrebbe schiantato questa esperienza di governo alla prossima finanziaria: con una recessione infinita e l’orizzonte cupo che sta per abbattersi sull’economia tedesca, la possibilità di mantenere le mirabolanti promesse elettorali, come la flat tax, si erano ridotte allo zero, l’ostilità dell’Unione europea per questo governo avrebbe, inoltre, lasciato a zero le opportunità di ottenere il via libera per delle politiche di spesa ed espansive; da questo punto di vista si può allora dire che Salvini abbia staccato la spina al governo prima che i fatti lo sbugiardassero. Per quanto riguarda la ricerca del nemico, siano i migranti, l’Europa o i poteri forti, questa funziona sempre per un tempo limitato e, soprattutto, continuare a spargere tanto veleno nella società avrebbe prodotto degli esiti incontrollabili.
Se l’anno o quasi di governo con i Cinque stelle ha messo in crisi i due assi portanti del Salvinismo, ci sono almeno tre fattori che hanno fatto saltare in aria il populismo leghista.
Il primo: la minaccia di alterare il nostro sistema democratico. C’è poco da fare, quello di Salvini è stato il tentativo di alterare la nostra democrazia. L’obiettivo era un’Italia più vicina all’Ungheria di Orban o alla Polonia di oggi, invece che ai nostri tradizionali alleati dell’Europa occidentale. Un tentativo simile, esemplificato in quel grottesco invito ai parlamentari ad “alzare il culo”, non poteva che mettere in moto una reazione contraria. Una reazione più di palazzo, va detto, perché la nostra società non pare avere maturato i necessari anticorpi, ma sufficiente per bloccare il tentativo leghista.
Il secondo: il cambiamento radicale del ruolo e delle alleanze dell’Italia nel quadro internazionale. Salvini e il gruppo dirigente leghista non hanno mai fatto mistero di immaginare per l’Italia un futuro dove il legame con l’Unione europea fosse allentato se non addirittura sciolto e di guardare alla Russia di Putin. Tutto ciò, accompagnato con l’inquietante vicenda dei rubli arrivati dalla Russia, ha messo in allarme le cancellerie occidentali. Ora, senza immaginare chissà quali complotti, è evidente che spostare l’Italia dal suo tradizionale quadro di alleanze con l’Unione europea e gli Stati Uniti, pur nel nostro storico ruolo di mediazione con il mondo arabo e la Russia, avrebbe prodotto un danno enorme, sia sul piano politico che si quello economico, per il nostro Paese è per l’intero sistema di alleanze al quale storicamente apparteniamo.
Terzo: l’aver prodotto un clima di paura e imbarbarimento permanente nella società. L’Italia è un paese fragile e per certi versi immaturo. Negli ultimi anni la messa in crisi dei corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni di categoria) ha reso più difficile la tenuta delle istituzioni; il mettere l’opinione pubblica sotto continua pressione, l’inasprire la dialettica tra le diverse parti politiche e culturali ha messo in sofferenza il nostro stesso sistema democratico. La strategia di Salvini era esplicitamente quella di rompere questo equilibrio, trascinandoci a diventare a una sorta di democrazia autoritaria, e di ciò se ne sono accorti in molti, prima fra tutti la Chiesa che, tra le altre cose, ha mal sopportato l’uso leghista dei simboli religiosi come strumenti di battagli politica.
In qualche modo, dunque, il sistema politico e istituzionale ha reagito al tentativo di “presa del potere” di Salvini e l’ha fermato. Bisognerà aspettare del tempo e vedere come riuscirà a muoversi il nuovo esecutivo “giallorosso” per capire se la minaccia leghista è stata spenta definitivamente o soltanto bloccata temporaneamente.

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