Apertamente

di Davide Strukelj del 7/8/2019 - Premetto da subito: non me ne voglia Cristiano Ronaldo e men che meno gli eredi e gli estimatori di Umberto Eco. Considero CR7 un ottimo giocatore, un talento come si dice, e ammiro Umberto Eco per tutto ciò che ha scritto, detto e pensato. Venendo al tema. Recentemente ho condotto una piccola indagine. Non ha alcun valore statistico e quindi scientifico, ma mi ha divertito e stimolato. Tutto nasce da una discussione che si è svolta in macchina durante un viaggio di lavoro. Il tema verteva sugli "influencer", come nascono e perché hanno successo. Così ho imparato che nel significato più canonico, cioè quello del marketing, l'influencer è un personaggio che con la sua attività può determinare un indirizzamento nei comportamenti di acquisto del suo pubblico, una sorta di spot pubblicitario vivente.
In senso più lato, un influencer è qualcuno che con la sua attività genera orientamenti nel pensiero e nei comportamenti delle persone, siano queste il suo seguito o una comunità più o meno estesa.

Dopo quel viaggio rivelatore, e le cose che ho appreso (prima sapevo poco sugli influencer), mi sono dedicato alla mia indagine chiedendo ad un po' di persone chi fossero Cristiano Ronaldo e Umberto Eco. So che a molti sembrerà una provocazione fin da subito, in tal caso vi rimando alla premessa.
Naturalmente la scelta di questi due nominativi non è stata per nulla casuale. Nel mio immaginario, ed in base a quanto avevo imparato sugli influencer, Umberto Eco è stato ed è tutt'oggi un influencer. Certo, si tratta di persona molto diversa da quello che oggi sono gli influencer più famosi, ma dal mio personale punto di vista Eco appartiene di diritto al gruppo degli intellettuali che hanno influenzato la nostra cultura. Anzi, per dire meglio, è uno di quelli che ha creato la nostra cultura. E questo per molti anni di seguito.
D'altro canto, per quanto ho potuto apprendere in questi ultimi tempi frequentando i social (anche se relativamente poco), leggendo riviste e quotidiani, guardando la TV (pochissimo) e soprattutto ascoltando i discorsi di amici e conoscenti, il campione di calcio in esame gode di enorme fama, è molto seguito e indubbiamente ha un grande ascendente sui suoi fan.
Volendo essere rigorosi, nessuno dei due è un influencer nel senso più stretto. Nessuno dei due vive o ha vissuto grazie ad un corrispettivo ottenuto espressamente per attività connesse con l'influencer marketing (o forse CR7 si, ma certo non è la sua attività principale), e ci sono molti altri "veri" influencer sul mercato. Ma ai fini della mia piccola e banale "ricerca" andava bene così, in fondo fin dall'inizio sapevo dove volevo andare a parare. A questo proposito, va evidenziato che quanto appena ammesso costituisce un bias metodologico, ma non avendo velleità scientifiche e solo, e più semplicemente, provocatorie è un "peccato originale" che ho accettato volentieri.

Veniamo alla stesura del mio lavoro pseudo-scientifico sotto forma di pubblicazione vera e propria, e dunque nella forma canonica metodi-risultati-conclusioni. Tralascio l'abstract, considerato che ho già introdotto abbastanza in apertuta, e la bibliografia conclusiva, poiché sarebbe un vero oltraggio nei confronti degli autori citati.

Circa i metodi, tutto si è svolto durante normali chiacchierate con amici e conoscenti, includendo persone incontrate casualmente e con le quali ho almeno un minimo di confidenza. Ai miei casi-di-studio non è stato specificato che stavo conducendo un'analisi per non generare stati emotivi di particolare attenzione e poter così registrare reazioni e risposte quanto più spontanee. Qualcuno si è insospettito, ma in questi casi ho abilmente dissimulato e negato qualsiasi iniziativa preordinata.
Le domande sono state "nascoste" in normali conversazioni sia one-to-one che di gruppo, e "diluite" a sufficienza per evitare l'effetto interrogazione scolastica.
Il mio campione non è stato selezionato in alcun modo. Le interviste sono state somministrate casualmente, nei contesti più disparati e ogni volta che la "chiacchiera" lo rendeva possibile.
Tutti i dati raccolti sono stati immediatamente registrati su appositi pezzetti di carta ritrovati nelle vicinanze e poi ordinatamente trascritti su moderno supporto informatico. Nessun nominativo è stato registrato, al fine di ottemperare alle prescrizioni e limitazioni contenute nel GDPR vigente. Lo dichiaro a tutela della mia incolumità...

Ed ecco i risultati della mia "ricerca".
Sono emerse chiaramente alcune tendenze interessanti che merita evidenziare. In particolare:
1. Ci sono più persone che conoscono Cristiano Ronaldo di quelle che conoscono Umberto Eco.
2. Chi conosce Cristiano Ronaldo sa che si tratta di un giocatore di calcio, nessuno ha sbagliato indicando altre professioni.
3. Chi conosce Umberto Eco ha indovinato la sua professione in circa la metà dei casi (e con questo intendo che andava bene filosofo, professore, scrittore, semiologo, storico, linguista, etc e ho considerato accettabile anche "quello del nome della rosa" ...). Le altre risposte variavano da "non so" a "quello della televisione", naturalmente passando per il più classico "l'ho già sentito nominare".
4. Praticamente tutti quelli che conoscono Umberto Eco sanno anche chi è Cristiano Ronaldo,  mentre solo una piccola parte di chi conosce CR7 sa anche chi era Umberto Eco.
5. Quasi tutti quelli che conoscono la professione di Ronaldo sanno aggiungere altri dettagli quali il club attuale o passato, la nazionalità, il ruolo e il numero di maglietta.
6. Solo una parte di chi conosce la professione di Umberto Eco sa aggiungere il titolo di almeno un suo libro, e quello di gran lunga più quotato rimane "Il nome della rosa".
7. Altre stratificazioni sono per ora impossibili, considerato il piccolo campione (una quarantina di persone) e l'eterogeneita' delle risposte.

Passiamo alle (possibili e iperboliche) conclusioni, e di seguito ad un personalissimo commento.
Premetto che non c'è valore statistico e scientifico in quanto segue, solo mera provocazione, insomma solletico intellettuale, se mi si permette l'aforisma...
La prima critica alla mia " ricerca" sta in una sorta di auto-commiserazione, ovvero nell'evidenza che tra i miei amici e conoscenti ci sono più persone interessate al calcio che alla semiotica, alla sociologia, o alla lettura in generale. Questa conclusione, oggettivamente, inficia il campione, dunque la ricerca, e basterebbe da sola a togliere qualsiasi valore a ciò che segue. Ma arrivato a questo punto, continuo testardamente come se nulla fosse, obbiettando che io, e di conseguenza il mio campione, siamo uno spaccato rappresentativo del mio ambiente sociale e dunque della società contemporanea nella quale sono immerso.
Estremismo riduzionista e secondo bias, ammetto.
Subito dopo c'è da tener conto della banale e generale considerazione che sono molte di più le persone che hanno visto una partita di calcio o una trasmissione televisiva sul pallone, di quante non abbiamo seguito un convegno su "Apocalittici e integrati". Oppure che sono molti di più i lettori della "Gazzetta dello sport" di quanti non fossero gli appassionati della "Bustina di minerva".
Ma il tema è proprio questo, ci arrivo dopo.

Ai tempi dei romani si diceva "panem et circenses" e non certo "panem et cultura". È dunque da attribuire a loro il pensiero originale secondo il quale il popolo va nutrito con i giochi oltre che col cibo o avevano semplicemente già capito tutto e il loro motto è solo una (amara) assunzione della realtà?
E di seguito, pensandoci bene, qual'è il vero motivo per cui un giovanotto che possiede esclusivamente un grande talento nel prendere a calci un pallone, ed una carriera che potrà durare al massimo vent'anni, diviene tanto più celebre e seguito di un intellettuale poliedrico, geniale e incredibilmente longevo e fecondo?
Perché ammiriamo un talento in fondo "banale" e fine a se stesso, se vogliamo addirittura inutile, e siamo (mediamente) disinteressati rispetto alla portata generale o specialistica della cultura e della capacità del ragionamento?

Il tema non è certo nuovo, anzi, a legger bene nei volumi del passato, questo argomento era già stato affrontato da molti e, tra gli altri, anche da Stefan Zweig nella sua nota e straordinaria "Novella degli scacchi".
In questo racconto, l'ultimo scritto da Zweig prima del suicidio, due personaggi si confrontano, solo allegoricamente, sulla scacchiera. Il primo,  Czentovič, è un campione degli scacchi, un uomo grezzo e senza alcuna abilità intellettiva che non sia il gioco delle 64 caselle, che lui sfrutta col solo fine di guadagnare quanto più gli è possibile. Il secondo, il dottor B., è una persona colta e intelligente, una mente aperta e desiderosa di conoscere, che al tempo del nazismo è stato torturato dalla Gestapo col "fine" metodo della privazione di tutti gli stimoli esterni, e che così descrive la sua bramosia di leggere vissuta durante la prigionia: “Per quattro mesi non avevo tenuto in mano un libro, e già la sola idea di un libro, in cui si potessero vedere parole allineate, righe, pagine e fogli, di un libro in cui si potessero leggere, seguire, accogliere nel cervello pensieri diversi, nuovi, estranei, capaci di distrarre, aveva qualcosa di inebriante e al tempo stesso di stupefacente.”

Czentovič è un egocentrico, convinto delle sue qualità e superiorità e che Zweig critica per questo suo atteggiamento poiche' “non è forse maledettamente facile credere di essere un grand’uomo se non si ha la minima idea dell’esistenza di un Rembrandt, di un Beethoven, di un Dante, di un Napoleone?”
Viceversa, il dottor B., da fine pensatore, è un sostenitore del sapere e del ragionare, un intellettuale convinto che “persino i pensieri, per quanto possano essere privi di sostanza, necessitano di un punto d’appoggio, altrimenti cominciano a roteare e a girare senza senso su se stessi; anch’essi non riescono a sopportare il nulla.”

Insomma, nello schema della "Novella degli scacchi" si consuma l'eterno duello tra l'abilita' tecnica specifica portata all'estremo, e finalizzata al mero guadagno, e l'aspirazione alla conoscenza fine a se stessa... Con l'amara conclusione che nella "Novella degli scacchi" Czentovič vince la sfida finale e al dottor B. non rimane che battere mestamente in ritirata...

Da ultimo va detto che anche Stefan Zweig, fine intellettuale e strenuo sostenitore della cultura classica e della conoscenza, ha dovuto combattere (perdendo) con un noto e potente influencer suo contemporaneo, modestamente dotato se non per una spiccata capacità comunicativa, e che non si occupava di campi di calcio, ma di campi di concentramento e sterminio. Si chiamava Adolf Hitler.

Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis.

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