Apertamente

di Carlo Buttaroni da Italiani Europei del 18/6/2019 - Come tutti i fenomeni sociali, anche le elezioni si prestano a svaria­te interpretazioni, secondo il versante di osservazione. I risultati del voto europeo, a prima vista, non lasciano spazio a equivoci. Sicu­ramente, come molti analisti hanno sottolineato, è stato il secondo tempo delle elezioni politiche, con un rovesciamento dei rapporti di forza all’interno della maggioranza di governo. Per la Lega si prevedeva un incremento dei consensi e per il Mo­vimento 5 Stelle un deciso calo. Tutto questo è avvenuto, ma le dimensioni del ribaltamento sono andate ben oltre le previsioni. Il partito di Matteo Salvini, infatti, ha ottenuto il 34,3%, rispetto al 17,4% delle politiche. Il partito di Luigi Di Maio, al contrario, alle europee si è fermato al 17,1%, contro il 32,7% di un anno fa. Si direbbe che cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia. E in effetti, nel complesso, la coalizione di governo non solo ha mantenuto i consensi in termini percentuali, ma ha persino registrato un incremento rispetto alle politiche (+1,4%). La cresci­ta, però, è solo apparente. O per meglio dire, l’incremento è solo in termini relativi. In termini assoluti (cioè di voti reali), infatti, la maggioranza giallo-verde ha fatto registrare un saldo negativo cospicuo (–2,7 milioni di voti). E se la Lega cresce di 3,5 milioni di voti, scompaiono dai radar pentastellati 6,2 milioni di elettori (Tabelle 1 e 2).

Verso chi sono andati i consensi persi dalla maggioranza? Prevalen­temente verso l’astensione, con il totale dei voti validi che sono di­minuiti di 6,2 milioni. Ma dei flussi elettorali ci occuperemo più avanti. Prima è opportuno mettere a fuoco il contesto socioecono­mico all’interno del quale si sono svolte le elezioni europee, perché il clima di fiducia del paese è essenziale per comprendere le dinamiche del voto.

Un indizio importante arriva dall’Istat, con l’indice della fiducia dei consumatori. A maggio di quest’anno l’8,4% delle famiglie ha giu­dicato

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migliorata la situazione economica dell’Italia (a maggio 2018 erano il 15,6%); il 42,1% ha ritenuto invariata la situazione del pae­se (era il 46,2% un anno fa) e il 49,5% ha espresso un parere negati­vo, giudicandola peggiorata, ed era il 38,3% (Tabella 3).

Dopo un anno di cura giallo-verde, dunque, l’economia non sem­bra aver dato i segnali sperati (almeno nell’opinione pubblica) e il paese continua a mostrare limiti e difficoltà strutturali. La que­stione non è soltanto il peso del debito pubblico. I parametri che preoccupano di più sono soprattutto altri. L’Italia è al penultimo posto in Europa per numero di occupati nella fascia 20-64 anni e per produzione di PIL per ora lavorata. È diminuito il numero dei poveri ma è aumentato il numero dei vulnerabili, di coloro, cioè, cui basta una malattia o una cartella esattoriale per scivolare verso il basso della piramide sociale. Anche in questo caso i numeri dell’I­stat sono eloquenti: il 40% delle famiglie non riesce a far fronte a spese impreviste, con il Mezzogiorno che traina il treno delle fra­gilità con oltre il 52% dei nuclei familiari. Ma c’è di più: in questi ultimi anni è cresciuto velocemente il fenomeno del lavoro povero, facendo scivolare in basso la linea di galleggiamento del ceto medio. Basti pensare che, rispetto a un’incidenza di famiglie povere pari al 12,3%, la percentuale scende di appena 1 punto (11,3%) tra i lavoratori dipendenti, mentre sale addirittura di oltre 7 tra gli ope­rai (19,5%). Lavorare, cioè, non protegge dai rischi della povertà e sembra non avere alcun effetto positivo sulla vulnerabilità sociale ed economica delle famiglie. Naturalmente chi non lavora sta peggio, ma la sensazione che lavorare non sia sufficiente ad affrancarsi dalla povertà corrode il sentimento di fiducia nel futuro, in particolare nei giovani.

Non va meglio agli autonomi, in particolare ai piccoli imprenditori, artigiani e commercianti, ai quali non arriva la compensazione de­terminata dalla crescita dell’export e sono costretti a fare i conti con una domanda nazionale che viaggia con il freno a mano tirato. Non a caso, l’aggregato fatto di investimenti e consumi delle famiglie con­tinua a essere il “grande malato” dell’Italia, con i primi ancora sotto i livelli pre-crisi e i consumi poco sopra il 2008.

Dal lato delle imprese la situazione è persino peggiore: le aziende ita­liane sono schiacciate da una burocrazia inefficiente, rallentate da in­frastrutture vecchie e insufficienti, stremate da un sistema fiscale che richiede quasi il doppio del numero di adempimenti necessari rispetto alla media europea, costando oltretutto, all’Italia che produce, circa 60 miliardi in più rispetto alle altre economie. Tanto che a crescere, negli ultimi dieci anni, più che il costo del lavoro, è stato il co­sto di gestione amministrativa, in particolare per il 90% delle piccole e microimprese. Per non par­lare del costo dell’energia e della corruzione, dei tempi della giustizia e della macchina pubblica, del peso dell’evasione e della permanenza di aree del paese in mano alla criminalità organizzata.

Insomma, l’Italia non sta bene. Ha un ceto me­dio indebolito dalla crisi e ha perso il 20% del suo esercito di appartenenza, scivolato verso l’a­rea del disagio. Se negli anni Novanta, il paese poteva permettersi di mettere da parte quasi un quarto del suo reddito, oggi, su 100 euro di reddito, nel salvadanaio (ricchi compresi) ne vanno, in media, meno di 10. Impiegati, insegnanti, commercianti, professionisti, piccoli im­prenditori sono stati travolti dall’onda anomala della crisi, trascinati ai margini della società, costretti a vivere in apnea, e oggi sono sospesi tra il sogno della ripartenza e l’incubo della povertà. E in quel corpo sociale che, per anni, ha rappresentato il motore economico dell’Italia e il grande incubatore della fiducia nel futuro, oggi prevale un sen­timento di pessimismo e disillusione. Ed è comprensibile, perché il ceto medio ha pagato, più di tutti, le debolezze del nostro paese: nelle infrastrutture, nell’istruzione, nella ricerca, nei servizi. L’Italia che torna al voto, per due volte nel giro di un anno, è un pa­ese che fatica a rialzarsi e a mettersi in moto, più di quanto sia ricon­ducibile soltanto al rallentamento della congiuntura internazionale. Si tratta di difficoltà e ritardi strutturali stratificati negli anni, cui si aggiungono, semmai, le dinamiche economiche non particolarmen­te positive su scala europea e mondiale. L’“orizzonte zero” della cre­scita per il 2019 è dentro quest’alveo, con qualche luce e molte zone d’ombra. E il governo giallo-verde non ha più responsabilità di quan­te ne abbiano i governi precedenti, a cominciare da quelli tecnici.

Qualcosa di più, invece, si può dire su ciò che non è stato fatto per far cambiare passo al paese. L’annunciata scossa non c’è stata e la portata dell’azione del “governo del cambiamento”, alla fine, è risul­tata assai limitata. Molti provvedimenti, alcuni di “bandiera”, hanno preso forma. Ma ciò che è mancato è una visione d’insieme di una coalizione che è maggioranza parlamentare, ma non riesce a essere maggioranza politica. Ed è naturale che sia così. D’altronde la coa­lizione M5S-Lega è nata sulla base di un accordo tra contraenti tal­mente diversi che nessuna raffinatissima mediazione sarebbe riuscita a conciliarne le visioni opposte in campo economico e sociale. Tanto che, alla fine, le bandiere alzate hanno riguardato più i provvedimen­ti di spesa che gli investimenti di cui il paese avrebbe urgente biso­gno. Perché spendere non solo è più facile di costruire, ma persino di indirizzare e regolamentare.

A giocare un ruolo determinante nel dare forma all’offerta politica messa in campo dai partiti di governo alle elezioni europee – e a definirne gli esiti delle urne – è stato anche il doppio ruolo di “mag­gioranza e opposizione” svolto dal leader della Lega e da quello dei pentastellati. Il “doppio forno”, come si sarebbe detto un tempo, ha premiato Salvini e penalizzato Di Maio, non fosse altro perché il primo ha dato la sensazione di aver chiara un’idea di Italia, mentre il secondo è sembrato impegnato soprattutto a rimarcare le distanze dall’alleato e dalla coabitazione forzata.

Evidentemente gli elettori hanno capito il cortocircuito, bocciando il governo e il Movimento 5 Stelle, ma premiando la Lega, ritenendola la sola forza politica in grado di tracciare una traiettoria per il paese. Salvini, inoltre, ha potuto rivendicare una contabilità di governo di cui i media hanno dato ampio riscontro. Su tutte immigrazione e sicurezza, poi quota 100 e flat tax per le partite IVA. Ma più di tutto il leader della Lega ha parlato al ceto medio decaduto e a un’area diffusa di fragilità sociale, interpretandone la solitudine e le pulsioni, offrendo, prima ancora che soluzioni, voce e desiderio di riscatto. Ed è proprio lì che prende forma il successo leghista.

Alle elezioni politiche del 2013 la Lega aveva ottenuto 1,4 milioni di voti, alle elezioni europee 9,2 milioni: un saldo positivo di 7,8 milio­ni con un incremento di oltre il 550% in appena sei anni. Se si limita il raggio dell’analisi agli andamenti del consenso tra il 2018 e il 2019, vale a dire un solo anno, la crescita è impressionante: +61% in media in Italia, di cui +39% nel Nord-Ovest, +40% nel Nord- Est, +78% nel Centro, +181% nel Sud e +109% nel­le Isole (Tabella 4).

Ma c’è di più. La Lega si afferma come primo parti­to in tutte le principali articolazioni socioeconomi­che e il consenso esplode proprio negli insediamenti che una volta votavano a sinistra e poi sono passati al Movimento 5 Stelle. È, infatti, nell’area del disagio e dei “borderline” che la Lega fa registrare i maggiori incrementi percentuali, con punte particolarmente accentuate tra i disoccupati. Il Movimento 5 Stelle perde verso la Lega 1,7 milioni di voti e molti di questi affluenti arrivano proprio da quell’area della fragilità di cui il partito di Luigi Di Maio, solo un anno prima, era diventato alfiere. Nella fascia economica più bassa, dove si collocano poveri, quasi poveri e vulnerabili, il M5S passa dal 37% delle poli­tiche al 16% delle europee, la Lega, al contrario, cresce di ben 21 punti, passando dal 14% al 35%.

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Ancora più significativo l’andamento del voto tra i disoccupati, con i 5 Stelle che passano dal 48% delle politiche al 27% delle europee, mentre la Lega sale al 37% rispetto al 12% ottenuto l’anno scorso. Se molto accade intorno alla Lega e al M5S, succede di più tra i partiti dell’opposizione. Non per il risultato negativo di Forza Italia, la cui flessione è in gran parte determinata dalla polarità attrattiva della Lega. E nemmeno per il risultato positivo di Fratelli d’Italia (+300.000 voti), capace di raccogliere consensi tra gli elettori di cen­trodestra, cauti verso la sirena leghista e decisamente contrari alla coabitazione forzata Lega-M5S.

Molto interessanti, dal punto di vista socioeconomico e politico, sono i flussi elettorali che si muovono a sinistra. LeU, infatti, non è presente e la nuova formazione La Sinistra (470.000 voti) non solo non raccoglie “a sinistra del PD” (solo 250.000 voti arrivano da chi aveva votato LeU o PD alle politiche) ma si attesta su valori assai lontani da quanto ottenne la lista Tsipras alle precedenti europee del 2014 (1,1 milioni di voti), con un PD che, oltretutto, volava al 40,8% (Tabella 5).

Ancora più significativo di ciò che è successo, è ciò che non è succes­so. In particolare, dalle parti del Partito Democratico. Il PD, infatti, in termini percentuali, cresce di quasi 4 punti rispetto alle politiche dello scorso anno, ma il saldo, in termini di voti reali, è negativo (–110.000 voti). Una sostanziale stabilità, mentre la mobilità elet­torale tocca punte del 40% in un solo anno. Infatti, gli elettori che hanno cambiato comportamento tra il 2018 e il 2019 sono stati circa

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18,5 milioni (compreso chi ha deciso di non votare). Di questi, solo 2 milioni hanno scelto di votare il PD, mentre 2,1 milioni di elettori che l’avevano votato alle politiche hanno deciso di rivolgersi altrove, orientandosi verso l’astensione (1,5 milioni) o verso altri partiti, tra i quali la Lega (260.000).

Ma c’è di più. Dei 6,2 milioni di voti in uscita dal Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico ne intercetta appena 580.000. Ed è proprio nelle aree a più forte caratterizzazione sociale che il PD non porta a termine la sua missione di recupero. Dell’imponente massa di voti in deflusso dal Movimento 5 Stelle, i democratici ne intercetta­no solo una minima parte tra i precari (+2% rispetto alle politiche), mentre addirittura perdono consensi tra i disoccupati (–1%). E se per i dem il voto va decisamente meglio tra i lavoratori dipendenti, dove recuperano circa 6 punti rispetto alle politiche, il risultato si compone grazie a performance molto buone negli inquadramenti più alti (dirigenti, quadri e impiegati), ma con saldi negativi tra gli operai, dove la leadership si sposta saldamente nelle mani di Matteo Salvini.

Segno che a “sinistra” la questione sociale rima­ne ancora tutta aperta. Già, la questione sociale. Cioè il “centro del centro” della crisi della sini­stra. O del centrosinistra, per usare un termine politically correct.

In questi ultimi anni il Partito Democratico ha coltivato il tentativo di realizzare ciò che in lin­guistica si chiama “opposizione partecipativa”, poter essere una cosa e il suo opposto, accompa­gnando tale ambizione a una retorica tesa a cele­brare il declino delle “classi sociali”, ritenendole inadeguate a cogliere l’essenza delle trasformazio­ni che attraversano le società globalizzate. Ma così facendo si è allon­tanato dai suoi insediamenti, perdendo di vista i suoi riferimenti tra­dizionali. Ha cambiato linguaggio e traiettorie; si è progressivamente avvicinato alle istituzioni mentre si allontanava dalla società civile, riducendo la capacità di ascoltare e promuovere identità collettive.

Alle trasformazioni che hanno riguardato la struttura economica e sociale, non si è sostituita alcuna nuova griglia interpretativa, capace di cogliere i paradigmi dei cambiamenti e dei nuovi insediamenti. Eppure, la nuova composizione sociale, sicuramente mutata rispet­to al passato, continua a descrivere una posizione gerarchica riferita all’occupazione e al reddito ma, soprattutto, rappresenta un sistema di relazioni complesso che si esprime anche sul terreno del compor­tamento di voto. Un aspetto, quest’ultimo, testimoniato proprio dal successo della Lega e di Matteo Salvini.

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