Apertamente

di Carlo Bressan del 4/5/2017 - Libers di squgnî…lȃ me lo ha fatto conoscere Tavoschi alla fina del 1970. Aveva una delle ultime copie ristampate dalla sua libreria, la Tarantola. Fu letteralmente un pugno nello stomaco. Ero un giovane studente universitario, attivo in politica, ma soprattutto nel campo culturale. Cercai Leonardo Zanier a Maranzanis per proporgli una ristampa del libro più dirompente e bello che avessi mai letto, non solo in friulano: umanità, storia, poesia. Dopo almeno una decina di appuntamenti andati a vuoto presso il posto pubblico telefonico pubblico, finalmente riuscii a parlare con sua madre Lisuta e con suo padre Quinto che mi diedero l’indirizzo di Zurigo. Nel frattempo con il circolo Colavini di Aiello curammo una edizione pirata del libro. Dovevamo diffonderlo come un manifesto.
Leo venne finalmente ad Aiello nell’autunno del 1971. Dalla porta degli arrivi dell’aeroporto di Ronchi uscì un signore, per me già anziano, con la barba nera lunga, intabarrato in un cappotto nero. Si appoggiava ad una stampella che gli scivolò di mano. Sembrava un frate. Mi precipitai verso di lui, raccolsi la stampella e nel porgergliela gli dissi: - tenga padre. Mi fulminò con i suoi occhi penetranti e con un ghigno. Fu amore intellettuale a prima vista.
Quella sera al circolo ci lesse le risposte che aveva indirizzato ai ragazzi della scuola media di Fagagna. Gianni Gregoricchio aveva organizzato con loro una lettura scenica delle lettere ricevute dai ragazzi a tre domande rivolte a Zanier e a due politici regionali: cos'è l'emigrazione? perché si emigra? saremo anche noi emigrati? Le risposte di Leo, in lingua italiana, erano un viaggio nella storia e nell’economia, senza retorica. Parlava della dura necessità di partire in cerca di lavoro, ma nel contempo della ricerca di nuove opportunità. Parlava, ed era la prima volta che sentivamo affrontare il tema, dell’immigrazione, perché l’uomo è come le anguille che viaggiano dal mar dei Sargassi e risalgono le nostre rogge per deporre le uova, e poi nuovamente in viaggio. Leo sapeva meravigliare proponendoti di guardare il mondo da prospettive inaspettate. Andava a fondo nei problemi e al tempo stesso sapeva rimanere semplice, didattico.
Quella sera decidemmo di stampare Risposte ai ragazzi di Fagagna, con il consenso felice dell’autore e non più clandestinamente. Non sapevamo cos’era la SIAE e l’IVA, ma il libro uscì e ne furono vendute tremila copie nelle librerie ma soprattutto nelle sagre e nelle Feste dell’Unità. Il veicolo principale di promozione fu il Canzoniere popolare di Aiello che si era costituito nel 1972 sulle musiche di Paolo Del Ponte, di Gianni Justulin e sulla voce di Alessandra Kersevan, Viviana Gallet e Stefano Civai per cantare le poesie di Leo. 
Negli anni Settanta stampammo Che Diaz us al Meriti, Sboradura e Sanc , con tirature di quattromila copie per edizione. Collaborammo con la Garzanti per la ristampa di Libers. Diverse furono le ristampe. La più simpatica quella con la copertina di Altan: due soldati, un italiano e un tedesco si sbudellano sul Fraikofel, cjocs, par difindi la patria, che Diaz…us al meriti. Leo era dissacrante ma mai volgare.
Negli anni Settanta ad Aiello, quando le Brigate Rosse in Italia imperversavano e solamente la fermezza dei sindacati e dei partiti ha evitato derive più tragiche, un piccolo gruppo di giovani, fuori dal tempo e dalla realtà, continuava a pretendere e sperare di cambiare il mondo con le poesie di Leonardo Zanier e di Pasolini. Si accontentava di mettere alla berlina l'immagine oleografica e sciagurata riservata al popolo friulano “salt, onest, lavoradôr”. Tutto sommato quell'azione “poetica”, la cui spinta e il cui motore è stato Leo Zanier, ha segnato il percorso di vita di un piccolo gruppo di giovani di paese. Hanno portato le poesie di Leo in ogni angolo del Friuli, ma anche in Europa, con idealistica velleità. E’ stata una scelta decisamente migliore di qualsiasi percorso di violenza che in quegli anni scuoteva la società italiana.

Non posso concludere senza ricordare un altro amico carnico. Nello stesso periodo ho conosciuto e lavorato con Giorgio Ferigo, medico e intellettuale dalla grande umanità, tra i più profondi e colti del Friuli. Fatto più unico che raro, due persone di rara intelligenza, erano entrambi di Comeglians. Entrambi militavano nel Partito Comunista, si conoscevano bene, ma avevano storie e caratteri forti completamente diversi che li portava a confronti anche aspri.

Giorgio fino agli ultimi mesi, quando il tumore ormai lo aveva invaso, continuava a progettare e distribuire lavori da fare agli amici e ai ricercatori coni quali collaborava. Leo l’ho sentito al telefono poche settimane prima che morisse. L’ho sentito sofferente, ma non aveva rinunciato a dirmi di andare a trovarlo per parlare di un nuovo lavoro. Sono stati uniti dalla stessa determinazione e speranza di cambiare il mondo. Qualità che in me è scemata. Penso che il mondo rotoli verso suoi imperscrutabili destini: i frutins a j cròdin/ las feminas lu prèin/ i oms lu blestèmin/ i vècjus a j cjachèrin/ il mont ju slontana/ ma ce èsel il mont?/ qualchi om/ sbalotat su una bala/ e àitis senȃtz/ ch’a ju cjalan? (L.Z.)

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