Apertamente

di Karl Radek del 30/3/2017 - "Dai, su. Cossa fe tanto casìn per quattro panchine. Con tutti i problemi che ga Mofalcon!"
- "Apunto. Con tanti problemi che xe, cossa ocoreva tirar via le panchine?" - "Ma le iera brute e scomode!"
- "Pol esser, alora perché no i le cambia con altre?"
- "Cos te parli tanto che ti no te se gá mai sentá!" - " Cossa centra? No vado nianche in asilo e no gò fioi, ma xe giusto che quelle robe le staghi per chi che ghe serve."
- "Eh bon, finimola! Se sentava solo i bangla e noi no semo più paroni della piaza!"
- "Perché? Ti quante volte te va in piaza?"
- "Mi? Mai!"

Tutta la montagna di chiacchiere da bar e da social sulla questione delle panchine di questi giorni potrebbe essere riassunta in questo dialogo più o meno immaginario. Perché, cari miei, gratta gratta non è un problema estetico, urbanistico o chissà cos'altro, il problema sono loro: gli immigrati. E sugli immigrati si è giocata la parte più rilevante della recente campagna elettorale per le comunali, dove la destra ha fatto intendere che sarebbe riuscita ad allontanarli da Monfalcone o quanto meno a tenerli nascosti.

Facciamo ora un po' di storia demografica di Monfalcone.
Nel 1900 la città arrivava a malapena a 4.500 abitanti, nel 1910 (l'ultimo censimento dell'Austria Ungheria) era balzata a quasi 10.000.
Cos'era accaduto, in un decennio? Semplice: la famiglia Cosulich (di Lussinpiccolo, nemmeno loro monfalconesi) fondava nel 1908 i Cantieri navali e così arrivarono - da Trieste, dal Carso, dall'Istria e dalla bassa friulana - operai, tecnici e impiegati con le loro famiglie.
Andiamo avanti e arriviamo al 1921: nonostante la Grande Guerra che aveva visto la città sulla linea del fronte con morti, profughi e ingentissime distruzioni, la popolazione arriva a 10.863 persone.
Il decennio seguente vede il tessuto industriale cittadino arricchirsi di nuove aziende; il fascismo, intanto, cerca di realizzare una rete sociale e porta così in città nuovi lavoratori e impiegati pubblici.
Gli immigrati di allora arrivano dall'Italia meridionale: pugliesi i primi (non a caso la città è gemellata con Gallipoli) che, arrivati con le truppe del Regno d'Italia, si sono fermati a lavorare nelle aziende private e negli uffici pubblici; poi siciliani, sardi, campani. Così nel 1931 la popolazione arriva a ben 17.992 abitanti e nel 1936 aumenta ancora fino a 19.634.
Passa la Seconda Guerra Mondiale, altre morti e distruzioni, eppure, nel censimento del 1951, gli abitanti sono 24.589.
Non è ancora completamente iniziata la ripresa economica ma le industrie, rimesse in piedi dopo le distruzioni belliche, attraggono nuovi lavoratori; in quegli anni, inoltre, arrivano alcuni esuli dall'Istria, ormai passata sotto il controllo jugoslavo.
Nei decenni successivi la crescita continua: a partire dagli anni Sessanta anche la nostra città viene investita da quello straordinario fenomeno migratorio che porterà milioni di italiani a spostarsi dal sud al nord del Paese, e raggiungerà il suo massimo storico di abitanti (30.259 nel 1981). Con gli anni Ottanta l'Italia inizia una fase di decrescita demografica e anche Monfalcone ne risente (nello stesso periodo la cantieristica è investita da una pesantissima crisi), così nel 1991 la popolazione scende a 27.223 abitanti, perdendone quasi un altro migliaio nel decennio successivo.
A partire dai primi anni del XXI secolo, mentre in molte parti d'Italia e del Friuli Venezia Giulia la decrescita demografica continua, a Monfalcone la situazione si rovescia: i cantieri navali si riconvertono alle grandi navi da crociera e viene richiamata nuova mano d'opera, ancora dal Meridione, ma anche dall'Est europeo e, per la prima volta, dall'Asia, in particolare dal Bangladesh. Nel 2011 si torna così a più di 27.000 abitanti e l'ultimo dato, quello dell'Istat di settembre 2016, è di 28.048 abitanti.
Tanto per capirci, mentre Monfalcone dal 1991 a oggi ha guadagnato 825 abitanti, Gorizia, nello stesso periodo, ne ha persi 3695.

Quindi Monfalcone, senza immigrati, semplicemente non esisterebbe.
Ci sono voluti cento anni di migrazioni per costruire una città.

Naturalmente, l'arrivo di tante persone - con storie, culture, lingue e religioni diverse - non è mai un processo semplice e tranquillo e non si può certo gestire con uno stucchevole e generico "vogliamoci bene".
Negli anni il processo di arrivo e integrazione dei nuovi monfalconesi non è mai stato un pranzo di gala.
Ricordo, son passati tanti anni, una vignetta su La Cantada, un disegno in tre parti: nella prima parte si vedeva un immigrato meridionale smunto, magrissimo, vestito di stracci, con in mano la tessera dell'ECA (il vecchio ente di assistenza del comune); nella seconda c'era lo stesso immigrato sistemato, ripulito, più in salute e con la busta paga dei cantieri; nella terza l'uomo era ben pasciuto, vestito di lusso e con una bustarella piena di soldi con su scritto "assessore".
Ecco, insomma, non ci si andava leggeri.
Lo stesso aggettivo "cabibi", affibbiato agli immigrati del sud, non era proprio un vezzeggiativo e valeva come l'odierno "bangla" per chi arriva dall'Asia.
Ricordo poi alcuni epiteti non certo encomiastici verso i profughi istriani e i loro, veri o presunti, "privilegi" (allora si parlava di posti di lavoro e contributi, oggi di passeggini e telefonini: cambia poco, vedete); quanto ai primi africani, erano chiamati inevitabilmente "negri", anche quando diventavano assessori in comune.
Certo, l'immigrazione è più difficile da gestire se proviene da lontano, e quanto più differenti dalle nostre sono le tradizioni, la cultura e il credo religioso di chi arriva. Tenere insieme una realtà così composita non è facile: ci vogliono una grande cultura politica e un'attenzione e una sensibilità raffinate per capire e gestire ciò che accade.
Purtroppo non tutto ha funzionato negli ultimi vent'anni e, a mio parere, l'immigrazione è stata considerata troppo come una questione sociale e troppo poco come un'enorme questione culturale che investiva sia chi arrivava sia i residenti storici. È poi mancata l'attenzione verso la nostra città da parte dei governi nazionali e regionali. Monfalcone doveva diventare un laboratorio dell'Italia del futuro, invece è stata lasciata sola: dai governi di destra per scelta, da quelli di sinistra per sciatteria.

C'è una cosa tuttavia che mi fa una particolare impressione: se, come ho scritto prima, l'immigrato non sempre ha visto gli indigeni accoglierlo a braccia aperte, i toni e i livelli di ostilità raggiunti in questi ultimi anni sono eccezionali. L'insulto, l'odio, la violenza verbale sono tracimati dai social e dai discorsi di ogni giorno, ammorbando la discussione pubblica.
Si è arrivato a dire che i bambini degli immigrati sarebbero degli scarafaggi (dei bacoli, sì) e che al posto delle panchine della piazza si sarebbero potuti sistemare dei forni crematori: il tutto tra lo sghignazzo e l'ammiccare della nuova compagine di governo cittadina e di parecchi dei suoi seguaci.
Ci si è avviati, insomma, lungo una china molto brutta e molto pericolosa.
Perché?
I motivi sono tanti e, in ogni caso, spiegano ma non giustificano: una crisi economica senza fine che vede nell'immigrato un concorrente dei pochi servizi sociali rimasti e del lavoro che viene sempre più a mancare, una regressione culturale collettiva che non trova argini adeguati nella scuola e soprattutto nella società presa nel suo complesso (resiste forse solo la Chiesa), un tipo di immigrazione organizzata da un sistema economico che ha ridotto le persone a merci e i lavoratori a oggetti da spostare da un capo all'altro del pianeta, il terrorismo islamista che crea nei confronti degli immigrati di fede musulmana un clima di diffidenza e ostilità e, infine, un ceto politico che, non avendo la forza di dirigere la società, molto spesso, seppure con le dovute eccezioni, si accoda alle sue peggiori pulsioni o le critica troppo timidamente.
L'impasto di tutto ciò sta producendo nella nostra città un'aria irrespirabile.

Finisco con alcuni dati sulla Monfalcone di oggi: siamo in 28.258 e gli stranieri sono 5.576 ovvero il 19,7% della popolazione.
Rappresentano ben il 30,7 % dei monfalconesi sotto i diciotto anni. Monfalcone vede presenti cittadini di oltre cinquanta nazioni, altrettante lingue e una decina di religioni.

Che vogliamo fare? Gestire questo patrimonio umano per progredire? O sognare, come fanno gli attuali governanti, di mandare a casa gli "stranieri" e tornare a essere quel povero borgo di pescatori di 4.500 anime di oltre cent'anni fa?

Che poi, se dovessero riuscirci (e non oso pensare come...), quella benedetta e maledetta piazza alla fine resterebbe, sempre e comunque, desolatamente vuota.

(Fine).

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