Apertamente

di Karl Radek del 17/3/2017 - Prendete un fotografia della piazza grande di Monfalcone, una qualsiasi. Può essere stata scattata ai tempi di Francesco Giuseppe o a quelli di Mussolini, negli anni di De Gasperi o in quelli di Berlusconi. Ebbene, una cosa sarà sempre uguale: quella piazza sarà ogni volta, irrimediabilmente, quasi vuota. Perfino oggi, ai tempi della "Monfalcone liberata", sono in pochissimi a fruire di quello spazio pubblico. Perché ciò accade? Perché è sempre, SEMPRE, stato così?
Perché, se si escludono i mercati, qualche iniziativa sportiva e culturale o qualche manifestazione politica e sindacale, una piazza così grande viene molto spesso evitata dai monfalconesi? Le ragioni sono tante e arrivano da lontano. Quella piazza, intanto, nasce come spazio aperto all'entrata della città antica: era l'approdo di chi arrivava da altri luoghi e lasciava fuori dalle mura gli animali; il posto dove si svolgevano i mercati e gli scambi commerciali.
Pensateci un po' su: in epoca antica nulla di importante si affacciava su di essa, né una chiesa né un palazzo pubblico: il municipio sarebbe arrivato più tardi e il palazzo del rettore della Serenissima era nell'attuale via Sant'Ambrogio.
Con il passare degli anni e con l'espansione urbanistica della città, la piazza viene pian piano circondata da una serie di edifici che, abbattuti e poi rimessi in piedi negli anni convulsi prima e dopo le due guerre mondiali, le danno la configurazione attuale.
Ciò che rimane costante nel tempo è l'abitudine dei monfalconesi a non viverla.
Nel secondo dopoguerra il compito principale della infine denominata Piazza della Repubblica è quello di essere uno spartitraffico, un biscotto (forma che, lo sappiamo, evoca struggenti nostalgie infantili tra i liberatori di Monfalcone) ricoperto di asfalto, circondato da macchine e motorini strombazzanti e usato in alcune serate, soprattutto negli anni Novanta, come parcheggio per gli spettatori del teatro comunale. Bello, vero?
Bellissimo, a detta di tanti nostalgici. E bellissima, sempre a loro dire, era una normalissima pensilina che, più o meno, riparava dalla pioggia coloro che aspettavano l'autobus e fungeva da sede operativa della gioventù più indisciplinata. Tutto bellissimo.
E ancora più bello era il panorama circostante: da via Sant'Ambrogio a piazza Cavour era tutto un fluire di veicoli e un effluvio di gas di scarico, Corso del Popolo non conosceva le attuali ristrutturazioni (e fino, in pratica, ai primi anni Ottanta nemmeno il teatro). La biblioteca comunale stringeva libri e lettori in pochi metri quadri e sottoterra, in centro, non c'era la rete fognaria (arrivata solo negli anni Novanta).
Questo il panorama nella parte centrale della città.
Eppure da alcuni anni è passata un'idea secondo noi un po' bizzarra: l'idea che Monfalcone, un tempo, fosse una città bellissima, una perla meravigliosa che i "comunisti" per lungo tempo alla guida del Comune e gli immigrati arrivati per invaderci hanno poi ridotto a una degradata contrada del terzo mondo.
Questa storia ricostruita, questo passato immaginario, è stato cavalcato con impeto violentissimo dalla Destra locale. Del resto è comprensibile: costruire e imporre una narrazione del genere è stato per loro un compito fondamentale. Riuscire a inculcare nell'immaginario collettivo di molti monfalconesi un'idea del genere ha permesso al leghismo nostrano di raggiungere diversi obiettivi: incolpare le amministrazioni precedenti di ogni nefandezza, trovare dei nemici ai quali attribuire ogni problema e vendere agli elettori un futuro in cui fingere che si possano riportare indietro le lancette dell'orologio per ritornare a un passato immaginifico mai esistito.
Meriterebbe una riflessione seria il perché la Sinistra cittadina non sia riuscita o non abbia voluto imporre una sua narrazione alternativa e abbia invece accettato volentieri l'egemonia culturale altrui, scavandosi la fossa nella testa dei monfalconesi prima che nelle urne, ma questo è un tema assai complesso che avrebbe bisogno di una riflessione a parte.
Magari un'altra volta, che ne dite?

Continuiamo invece nel nostro percorso nella città di qualche decennio fa. Uscendo dal centro cittadino non è che le cose cambiassero molto. Se provo a intraprendere un viaggio immaginario nella Monfalcone della mia infanzia, paragonandola a quella di oggi, mi accorgo che il "degrado" odierno è assai più salubre e accogliente del "meraviglioso" passato. Ho vissuto per molti anni ad Aris dove, fino agli anni Ottanta, diverse case e appartamenti non avevano l'acqua corrente. Ricordo ancora il "romantico" fischio del treno del Cantieri che scivolava tra le case un paio di volte al giorno e ho ben presente le facciate scrostate degli edifici di via Garibaldi che ammiravo quando andavo a trovare i miei cugini che vivevano da quelle parti.
E Panzano? Uno dei quartieri operai attualmente meglio conservati in Italia. Attualmente...
Quando Fincantieri decise di sbarazzarsi del suo patrimonio immobiliare era allo sfascio e se non ci fosse stata la "Legge per Panzano" con i suoi finanziamenti, legge voluta e sostenuta dall'amministrazione comunale di Adriano Persi e dalla Regione con l'allora vicepresidente Michele Degrassi (entrambi esponenti di spicco della cattivissima Sinistra), oggi il rione avrebbe l'aspetto dello scenario di un film su una guerra nucleare.
Marina Julia? Sempre molto frequentata, intendiamoci, ma per le infrastrutture e la qualità dell'acqua, in passato, era messa decisamente peggio di oggi.
Potrei continuare a lungo, senza nascondere che nel corso degli anni alcuni errori urbanistici sono stati fatti, come no. Ma una cosa è per me evidente: Monfalcone oggi è sicuramente migliore di quella di venti, trenta o quaranta anni fa.

Diceva spesso mia nonna, in quel suo bisiaco cittadino che considerava più "fine" e meno "ordinario" di quello delle sue amiche di San Pier e Turriaco: "No iera più bel una volta, ierimo solo più giovani".
Ecco, oggi vedo tanta gente rincorrere non solo un passato mai esistito, ma anche la propria perduta gioventù: nella quale, ne sono certo, si lamentavano sempre di tutto, esattamente come fanno oggi.
Sono sentimenti umani, comprensibili in chi non ha ruoli pubblici ma dannosi e pericolosi in chi, invece, è stato eletto dai cittadini per amministrare il bene comune.

Così arriviamo all'ultimo punto.
Monfalcone ha una costante nella sua storia: la sua continua trasformazione. Trasformazione urbana, ambientale e umana. Ecco, il suo continuo mutare attraverso il passare e lo stabilirvisi delle persone più diverse: questo è l'elemento centrale.
La nostra è una città dove sono arrivati in molti da luoghi lontani, spesso molto lontani, e tutti hanno contribuito a costruire la città di oggi. Se non si prende atto di ciò, non si è in grado di amministrarla al meglio.

Ma questo sarà l'argomento dell'ultima puntata.

(continua)

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