di Karl Radekm del 6/3/2017 - Ci vorrebbe uno bravo, ma bravo davvero, per capire il rapporto psicologico che la destra monfalconese intrattiene con la piazza principale della città. Ci vorrebbe un Freud o magari uno Jung per spiegare come quello spazio urbano sia diventato nel contempo un'ossessione, un feticcio da adorare, una sorta di coperta di Linus da trascinarsi dietro in ogni occasione o da usare come manganello. È intorno all'ossessione per la piazza del nuovo nerboruto governo cittadino, infatti, che si è costruita la mistica della "Monfalcone liberata" e che si scorgono i tratti "culturali" della nuova amministrazione, come, allo stesso tempo, si possono intuire la sua idea di governo della città e quello che sarà il suo comportamento nei prossimi cinque anni. Tutto ciò merita una approfondita analisi che, sfidando la noia dei miei quattro lettori, proverò a fare in tre puntate.
Sono tre, secondo me, gli aspetti che, in sintesi, definiscono il rapporto del signor sindaco, dei suoi esecutori e dei suoi laudatori, con la più grande piazza cittadina: un'idea proprietaria della piazza e della città; l'invenzione di un passato immaginario; la piazza come il simbolo del loro desiderio di città "etnicamente pulita".

Cominciamo con il primo punto: l'idea proprietaria.
La sistemazione di piazza della Repubblica come la volle alcuni anni fa la giunta Pizzolitto può piacere o meno, però fu, comunque, il frutto di un concorso di idee in cui vennero valutate diverse ipotesi, non un'imposizione.  Soprattutto rispondeva all'idea di farne il vero centro della città (cosa che non è mai stata per ragioni storiche di cui scriverò nella prossima puntata).
Un centro che, come accade in tutte le città normali, apre sempre maggiori spazi a pedoni e ciclisti.
In questo senso, la piazza così sistemata era vista come il baricentro di un ipotetico percorso tra via Sant'Ambrogio e piazza Cavour; sempre in questa logica rientravano l'istituzione della corsia preferenziale per gli autobus e il potenziamento delle piste ciclabili.
Certo, per essere coerenti con quella impostazione si sarebbe dovuto pedonalizzare anche Corso del Popolo ma la giunta Altran, con poco coraggio e troppe mediazioni, ha prodotto per il Corso un ibrido molto discutibile.
Bene: al tempo c'era una logica, un'idea del centro città e della sua fruibilità la cui realizzazione ha incontrato diversi intoppi e che non è stata certo perfetta, ma che aveva comunque il buon senso di liberare il centro città dal traffico per renderlo maggiormente vivibile.
E oggi?
Qual è la strategia dei "liberatori di Monfalcone"?
Boh, chi lo sa.
L'unica cosa che si capisce è che oggi la piazza è loro e ne faranno ciò che vogliono. Sul cosa vogliono, però, c'è molta confusione.
Intanto si capisce dalle parole del sindaco e degli assessori che le automobili torneranno a essere le protagoniste del centro. Via la corsia preferenziale degli autobus (e chi vuole usare i mezzi pubblici si arrangi) e nuovi parcheggi nell'area nord della piazza, accanto all'ex Pretura. Tutto ciò magari sognando il ritorno di automobili e motorini in via Sant'Ambrogio.
Un ritorno al passato, a quando la piazza era cinta d'assedio dalle automobili che giravano intorno a quella sua singolare forma di biscotto che, in una interessantissima regressione infantile, scatena una struggente nostalgia nei liberatori di Monfalcone. Che dire?
Per gente che, almeno a chiacchiere, si batte tanto per "la salute dei monfalconesi", è per lo meno singolare che il ritorno dei gas di scarico e dello scorrazzare dei veicoli a motore in centro non rappresenti un problema.
Questo sul piano urbanistico, ma anche su quello degli arredi la confusione è totale.
Mentre si annuncia, di settimana in settimana, la presentazione di un fantasmagorico piano che farà impallidire i più grandi urbanisti, ci si riduce a togliere un paio di panchine, ufficialmente perché brutte, in realtà perché usate in prevalenza dagli extracomunitari.
Mentre alcune panchine scompaiono e altre restano, spunta, anzi rispunta, l'idea di mettere in piazza lo storico pilo. Idea, a dire il vero, vezzeggiata in modo sconclusionato anche dalle amministrazioni di sinistra. Si tratterebbe di una sorta di lampione gigante che dovrebbe ricordare la storia del pilo eretto dai veneziani nel '400 con in cima il leone di San Marco, poi abbattuto dai francesi e sostituito da un lanternone a quattro lampade alla fine del '700. Ma non basta, è di questi giorni la convocazione della commissione consiliare che si occupa di urbanistica dove, tra i punti all'ordine del giorno, si legge: "possibilità di dotare la città di Monfalcone di un pilo monumentale per esporre la bandiera nazionale", cioè un'asta enorme dove fare sventolare il tricolore (e speriamo non la bandiera padana).
Insomma: il pilo, il pilo monumentale, i parcheggi, alcune panchine sì e altre no. Non si capisce nulla tranne una cosa: ora la piazza è diventata roba loro e, senza un piano, un progetto o una strategia che sia una, metteranno e toglieranno cose a piacimento.

Dei veri bambinoni che, ricevuto il regalo di Natale, ci giocano finché non finiranno per romperlo.

(continua).

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