Apertamente

di Stefano Pizzin del 27/06/2016 - Giovanni Tomasin, evocando il “dolce naufragar” di Leopardi, ha evidenziato come quel disperdersi nell’universo faccia parte dell’essenza umana; eppure, la nostra essenza, forse, non sta in quel “dolce”disperdersi ma nell’accorgerci che quell’universo ci è ostile, o almeno indifferente, e la nostra essenza è quella di agire, tramutare ciò che ci sta intorno e modificarlo in regione della nostra esistenza. Come il navigatore del “Dialogo della natura e un islandese”, viviamo in un mondo ostile che ci obbliga a difenderci e ad agire. Mai da soli però; l’uomo nel mondo, nonostante le utopie e le ideologie individualiste dell’ultimo pezzo del secolo scorso e che ancora dettano legge, non si salva come individuo e quello “homo homini lupus” che pare diventato il motto della nostra epoca continua a lasciarci indifesi davanti a una natura matrigna. Allora cosa possiamo fare? Continuando a usare il poeta di Recanati e il suo ultimo poema “La ginestra”, va colta la necessità umana di unirsi “in social catena”, di agire collettivamente. Il nostro destino è quello di essere animali sociali, destinati alla politica come azione per modificare l’esistente, sempre attraversati dalla dialettica tra le necessità del singolo e quelle della società.
La politica allora è proprio questo: un agire collettivo per modificare l’esistente. C’è allora da chiedersi se oggi la stiamo praticando o meno. L’uomo degli inizi del XXI secolo sembra in balia di forze esterne, intangibili e che ne condizionano l’esistenza, senza che egli possa porvi rimedio. Un uomo che vive nelle stesse condizioni dei suoi antenati primitivi che, terrorizzati dagli eventi atmosferici e dalle minacce della natura, si aggrappavano agli idoli e alle superstizioni. Eppure queste “agenti esterni” che condizionano la nostra vita li abbiamo prodotti noi, hanno nomi conosciuti, costruiti dalla nostra società, e si chiamano “economia”, “mercati”, finanza”, prodotti dell’homo faber, nati per esaltare le nostre capacità individuali e che ora ci appaiono estranei e dominanti come fenomeni naturali.
“Ce lo chiede il mercato”, “così va l’economia”, “il giudizio delle piazze finanziarie”; ogni giorno politici e intellettuali giustificano lo stato di cose esistente e l’impossibilità di cambiarle con la presenza di questi nuovi totem intangibili ai quali sono richiesti perenni sacrifici. Proprio la politica è la prima vittima di questo stato di cose, essa ha perso il suo ruolo, non disegna più alternative e futuri possibili, è come il comandante di un aereo che, assonnato, guarda il suo velivolo venire guidato da un pilota automatico: l’economia. Privatizzare, liberalizzare, tagliare le tasse e i servizi pubblici, allontanare lo Stato dalla gestione dell’economia, individualizzare i rapporti di lavoro, precarizzare le vite umane, esaltare le diseguaglianze sociali, mercificare ogni aspetto dell’esistenza sociale e collettiva; questa giostra, iniziata negli anni ’80 del secolo scorso con la rivincita del liberismo, continua a girare sempre più veloce, e quella sinistra che dovrebbe fermarla e invertirne  il verso resta a guardare, impaurita e disarmata.
Così, la consapevolezza che il nostro agire di uomini si radica nel trasformare l’esistente e che ciò che ci appare come ineluttabile ed eterno è invece di natura umana e transitoria, è il primo passo per rompere quella “ineluttabilità” che viene essere attribuita al nostro sistema economico e sociale. Prendere coscienza che il “mercato” e la “finanza” non sono fatti di natura che non possiamo modificare ma costruzioni sociali, e che presentarli come naturali ed eterne non è altro che una nuova versione dell’ideologia dei ceti dominanti, è il necessario punto di partenza di ogni azione che intende cambiare in senso progressivo la nostra condizione attuale.
Elezione dopo elezione, in Europa assistiamo all’agonia dei grandi partiti socialdemocratici. L’Spd, la socialdemocrazia tedesca, il più antico partito del continente, arranca nei sondaggi intorno al venti per cento e pare essersi trasformato nel cameriere della Cdu di Angela Merkel. I socialisti francesi si avviano, nelle prossime elezioni, a una sconfitta epocale, gli spagnoli, al pari dei loro compagni greci, subiscono la concorrenza di forze politiche della sinistra più radicale. La progressiva riduzione dei sistemi di welfare, l’indebolirsi dei corpi intermedi come i partiti e i sindacati, stanno svuotando il blocco sociale della sinistra riformista e lasciano milioni di persone, colpite dagli effetti della crisi finanziaria ed economica, senza un punto di riferimento. Si genera così uno spostamento di masse di elettorato che tradizionalmente si rivolgevano alle socialdemocrazie in altre direzioni, come la sinistra più radicale (in Grecia e Spagna), o verso un populismo ibrido (i Cinque stelle in Italia) o addirittura direttamente a destra (Europa del nord e dell’est). Ed è questo ultimo aspetto ad apparire il più sconcertante e pericoloso: interi strati di popolazione in forte sofferenza economica e sociale, non trovando sponde politiche adeguate a sinistra, si rivolgono a movimenti xenofobi e populisti, trovano nell’immigrato il nuovo avversario da abbattere, perché in diretta concorrenza per accaparrarsi le briciole di welfare rimaste, vedono nell’Unione europea un nemico (emblematico il caso del referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea) e si aggrappano a idoli e fantasmi di due secoli fa, come il nazionalismo e il localismo etnico Non è solo un problema di leadership o di linguaggio e comunicazione (l’erodersi del fenomeno Renzi in Italia ne è la prova), è un problema di prospettiva e di programma. Proprio su questo punto ha ragione Tomasin, non c’è più “l’oltre” nelle parole della sinistra europea, non c’è più l’obiettivo di un cambiamento profondo, di ricostruire il tessuto di welfare, di lottare contro le diseguaglianze. La mancanza di una prospettiva di andare al di là del presente, di un “oltre” inteso come speranza, rende la sinistra asfittica e paralizzata e lascia agli altri il tema del futuro e della speranza, e non è un caso che sia Papa Francesco ad apparire come il solo che sta cogliendo l’inumanità delle politiche votate solo al profitto e la necessità di perseguire altri orizzonti.
Programmi e i progetti politici partono dalle idee e da una cultura di riferimento. Ed è proprio una “battaglia culturale” quella che dovrebbe riprendere in mano la sinistra. Rilanciando i suoi valori e obiettivi, rivendicando il primato della politica sull’economia, mettendo le masse visibili di chi soffre le sperequazioni sociali davanti alla “mano invisibile” del mercato.
Lo spazio c’è ed è rilevante. I disastri del capitalismo senza regole, con la crisi del 2008, aprono alla possibilità di una profonda azione politica da avviare subito. Non certo con la riproposizione di meccanismi del passato, ma cogliendo gli spazi aperti nelle contraddizioni delle nostre società, le nuove forme di aggregazione che nascono e i nuovi strumenti di comunicazione e trasmissione del sapere. Vi è la necessità che la sinistra superi l’ormai stantia divisione tra “riformisti” e “radicali”; le trasformazioni imposte dall’economia ai tradizionali soggetti sociali non si possono affrontare con categorie politiche del mondo della guerra fredda.
Questa è una sfida che riguarda l’essenza della nostra stessa democrazia. Lo sfaldamento dei sistemi di protezione sociale e il blocco della ridistribuzione del reddito provocati dal turbo capitalismo mettono in discussione, agli occhi di milioni di persone, l’efficacia del sistema democratico, ridotto a presentarsi come un guscio vuoto il cui compito è soltanto di ratificare le scelte dei grandi attori dell’economia e della finanza. I sistemi politici, ancora costruiti su base nazionale, appaiono inadeguati a dei mercati e a una finanza che gioca con estrema facilità su uno scacchiere globale, senza ormai più regole o argini possano contenerne la forza. In un quadro del genere, quella domanda di cambiamento rischia di essere colta su un piano reazionario, e già possiamo vedere come di fronte al mercato globalizzato, in assenza di una risposta dei progressisti, le opinioni pubbliche si rivolgano verso nuovi autoritarismi, nazionalismi e integralismi etnici e religiosi.
La sinistra rischia l’irrilevanza se non saprà affrontare una nuova battaglia per l’egemonia culturale, se non cercherà di rovesciare il paradigma individualista dei nostri tempi, ricostruendo un nuovo pensiero sociale e delle identità collettive. Sarà percepita come inutile dai suoi stessi soggetti di riferimento se continuerà a limitarsi a gestire l’esistente senza proporre un trasformazione radicale, se si inginocchierà davanti alle compatibilità del mercato a scapito delle necessità delle persone. Senza un “al di là”, un “oltre” che parta dalla crisi del presente e dai fallimenti di questo “al di qua” del mondo capitalistico globalizzato, il pensiero progressista rischia di occuparsi solo di alcuni diritti civili e di perdere la sua connotazione sociale, rimanendo rinchiuso in un eterno presente che ha espulso il futuro e il progresso da ogni prospettiva.
Per quella “politica dell’oltre” c’è allora bisogno di una cultura che sia cosciente del presente, che ne colga le contraddizioni e che, a partire da esse, organizzi una strategia per il domani.

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