Apertamente

di Lorenzo Trombetta - Da circa quindici mesi la Siria è sconvolta da due fenomeni paralleli, la rivolta contro il regime di Bashar al-Assad e una guerra civile fra sunniti e alawiti. Vista la posizione strategica del paese, l’intervento, più o meno diretto, di attori esterni sarà determinante per l’esito della rivoluzione e del conflitto di stampo confessionale. Nella Siria in rivolta da più di quindici mesi sono ormai evidenti due fenomeni: una ribellione, in certi casi armata e in molti altri ancora pacifica, diffusa in quasi tutte le regioni del paese contro il regime al potere da più di quarant’anni; una guerra civile a sfondo confessionale tra sunniti e alawiti (branca minoritaria dello sciismo a cui appartengono i clan ai vertici del sistema) nei territori di nord-ovest attorno alla montagna che si affaccia sulla costa mediterranea.

Se si uniscono con una linea i luoghi dei massacri, quelli più recenti ma anche quelli commessi nei primi mesi di proteste popolari del 2011, e i teatri della repressione più sanguinosa, emergono i confini dell’area interessata dal conflitto intestino sunno-alawita: Homs, terza città siriana, abitata da sunniti, cristiani e alawiti, roccaforte prima dei manifestanti pacifici e poi dei ribelli e ormai semidistrutta, è un punto cardine di questa regione.

Proseguendo verso ovest si attraversa la Valle dei Cristiani (Wadi al-Nasara) fino ad arrivare alla costa, una delle zone più sensibili della Siria perché puntellata di porti tradizionalmente dominati dalla borghesia sunnita e cristiana ma circondati da sobborghi a maggioranza alawiti. Ad esempio, Baniyas e i suoi dintorni, colpiti dalla repressione nella primavera-estate 2011, hanno pagato un caro prezzo alla sollevazione degli abitanti dei quartieri sunniti e, dopo l’attacco dei governativi, sono ormai divisi in cantoni confessionali: da una parte i sunniti e dall’altra gli alawiti, con i cristiani che si sono spostati per timore di rappresaglie nei rioni della minoranza sciita.

Risalendo verso nord si arriva a Latakia, da decenni considerata “la capitale della regione alawita”. In realtà, il principale porto siriano è stato per secoli, come tutte le città della costa siro-libanese, un fulcro dei commerci in mano a sunniti e cristiani. Le colline e le montagne a est di Latakia sono invece costellate di villaggi a maggioranza alawita. Tra questi spicca Qurdaha, luogo di nascita di Hafiz al Asad, “fondatore della Siria moderna”, presidente dal 1970 al 2000 e padre dell’attuale raìs Bashar al-Assad. Dalle località della montagna nusayri (l’antico termine per indicare gli alawiti) provengono alcuni dei personaggi di maggior rilievo del regime degli al-Assad, di ieri e di oggi. Ma ci sono le eccezioni che confermano la regola, secondo cui la regione del nord-ovest è un crogiolo di comunità: Haffe, a 30 km a est di Latakia, è per lo più sunnita. E non è un caso che dopo le prime proteste e la repressione sia diventata un avamposto dell’Esercito libero siriano (ELS), principale piattaforma dei disertori e dei ribelli anti-regime. All’inizio di giugno scorso Haffe è stata per metà distrutta dai bombardamenti dell’artiglieria governativa e gran parte dei suoi abitanti sono fuggiti, verso la vicina Turchia e nei quartieri sunniti di Latakia.

Oltre le vette della montagna nusayri si giunge in un’altra martoriata regione, quella di Idlib. È l’entroterra rurale sunnita, dove l’Islam di stampo conservatore ha trovato sempre terreno fertile. Non a caso i suoi centri – Idlib, Jisr ash Shughur, Maarrat al-Numan – furono tra quelli meno restii a sottomettersi alle forze degli al-Assad durante l’insurrezione armata, guidata dai Fratelli Musulmani, nel triennio 1979-82.

La guerra in nome del “vero Islam” contro “gli eretici alawiti” è oggi tornata d’attualità tra Idlib e Jabal Zawiya (Monte Angolo), altra roccaforte dell’ESL, che per lunghi mesi ha contato sulla presenza di un corridoio di armi e rifornimenti con la Turchia, dove sono fuggiti dal maggio 2011 decine di migliaia di civili e di ufficiali disertori dell’esercito regolare di Damasco.

L’insurrezione del 1979-82 si chiuse con la vittoria del regime e la distruzione di Hama, feudo dei latifondisti sunniti delle fertili pianure centrali con una lunga storia di ostilità al potere degli allora “nuovi ricchi” alawiti montagnardi. Hama è a metà strada tra Idlib e Homs e la sua regione, che guarda le pendici orientali della montagna nusayri, è stata anch’essa luogo di massacri di comunità sunnite attribuiti alle milizie irregolari del regime, note come shabbiha e composte per lo più da alawiti: Hula nella regione di Homs e Qobeir in quella di Hama sono gli esempi più recenti verificatisi tra la fine di maggio e la prima parte di giugno.

Ma anche il resto della Siria è segnato dalle violenze. Nella regione meridionale di Daraa al confine con la Giordania, in quella orientale di Dayr az Zor alla frontiera con l’Iraq, e attorno a Damasco, a poche decine di chilometri dai limes libanese e israeliano, i ribelli dell’ESL, divisi in “compagnie” e “battaglioni”, tentano di opporsi alla repressione dei governativi. In questi teatri lo scontro assume però meno i toni confessionali e assomiglia più a una “guerra di liberazione”. I ribelli affermano di voler liberare la Siria dalla dittatura degli al-Assad, da una cricca al potere che con i suoi mille clienti ha, di fatto, sequestrato per decenni il paese e le sue ricchezze. I richiami al confessionalismo sono ancor meno evidenti nei discorsi degli attivisti anti-regime del movimento non violento che operano a Damasco e ad Aleppo, ma anche in altre località rurali o urbane. «Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani. Basta con le uccisioni» è lo slogan di centinaia di giovani, studenti e liberi professionisti, che tentano di far sentire la loro voce sopra il rumore sordo della battaglia.

Il contesto regionale è di certo determinante negli equilibri tra le parti in guerra in Siria, ma la rivolta in corso è stata, e per molti versi continua a essere, il risultato di fattori interni, economici prima che meramente politici, di classe prima che confessionali. «Se dovesse cadere Aleppo per prima in mano ai ribelli, si avrà una Siria post-Assad più vicina alla Turchia… mentre se dovesse cadere Daraa e quindi Damasco, saranno i sauditi a giocare le loro carte dopo la caduta del regime»: è una lettura di alcuni dissidenti storici, presenti nella capitale, che guardano con preoccupazione ma al tempo stesso con speranza all’intervento, seppur indiretto, della comunità internazionale. Preoccupazione, perché sanno che chiunque verrà – seppur in modo tardivo – in soccorso dei siriani chiederà il conto alla fine del servizio. Speranza, perché di fronte allo stallo della diplomazia internazionale, chi lotta per un cambiamento incruento sa che il regime è disposto a “bruciare il paese” – così recitano gli slogan scritti sui muri dagli shabbiha nelle cittadine distrutte e date alle fiamme – pur di non scomparire, e sa che gli stessi ribelli, con le loro diverse affiliazioni non hanno e non possono più tornare indietro.

 

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