Apertamente

di Agostino Megale e Nicola Cicala da Italiani Europei del 27/1/2020 - Oggi è ancora più urgente di ieri rivolgere l’attenzione alla questione salariale, poiché da qui riparte la riconquista di una centralità del lavoro, sia esso dipendente o meno. Ridurre le diseguaglianze sociali, superare la condizione di un lavoro povero e con meno diritti è il pre­supposto essenziale per riconquistare il consenso perduto a sinistra nell’ultimo ventennio. Il salario medio netto mensile di un lavoratore italiano nel 2018 è pari a 1480 euro. Tuttavia, una percentuale compresa tra il 20 e il 25% degli occupati in Italia guadagna meno di mille euro al mese. Parliamo di circa 5,5 milioni di occupati, a cui vanno ad aggiungersi altri 5,5 milioni di pensionati che vivono con una pensione mensile inferiore a questa cifra. Ciò significa che oltre il 20% degli italiani con più di 14 anni di età non arriva a guadagnare mille euro mensili netti. Proiettato su di una prospettiva decennale, il dato sui salari è ancora più inquietante. Incrociando i dati Istat, Eurostat e OCSE emerge che, a fine 2017, il salario lordo medio a prezzi costanti nel nostro paese era pari a 29.000 euro circa, contro i 30.000 euro del 2007. Circa mille in meno all’anno, con una perdita complessiva nel decennio pari a poco meno di 6000 euro. Il raffronto con Francia e Germania nel decennio della crisi globale è impietoso. Tra 2007 e 2017 i salari netti tedeschi e francesi sono cresciuti più dell’inflazione e in linea con la produttività; a fine 2017 un lavoratore tedesco per­cepisce in media più di 9000 euro lorde annue rispetto a un italiano, mentre un francese quasi 8000 euro in più. Addirittura, guardando al dato sull’ultimo quarto di secolo fornito dall’OCSE, si evince come la retribuzione lorda di fatto del 2016 in Italia sia sostanzialmente uguale a quella del 1991, mentre in Francia e Germania l’aumento complessivo nello stesso periodo supera rispettivamente il 35% e il 25%.

Il tema dei salari è strettamente collegato a quello dell’aumento del­le diseguaglianze. Nel 1970 un top manager guadagnava al massimo venti volte più di un operaio. Oggi arriviamo a picchi che in Italia superano il rapporto di uno a cento, mentre negli Stati Uniti siamo già ben oltre la soglia di uno a duecento. Come ci ricorda l’ultimo rappor­to Oxfam, nel mondo esistono attualmente 26 individui che possiedo­no una ricchezza pari a quella detenuta da circa 3 miliardi di persone. Non è banale sottolineare che, in Italia come nel resto dell’Occidente, la necessità di una tassazione sui grandi patrimoni sia argomento tabù. Tuttavia, anche nel fronte dei “paperoni” si sono aperte delle crepe, come dimostra, ad esempio, l’appello lanciato da 17 miliardari statu­nitensi, tra cui Bill Gates e Warren Buffett, a favore dell’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze e il cui gettito andrebbe ad alimen­tare politiche di riduzione delle diseguaglianze reddituali.

Il tema delle diseguaglianze crescenti è oramai ampliamente dibat­tuto anche in ambito accademico. Nonostante la strenua resistenza dell’ala più oltranzista degli economisti neoliberisti, l’obiettivo della riduzione delle diseguaglianze è ritenuto oramai un crocevia fonda­mentale non solo per garantire maggiore giusti­zia sociale, ma anche per rilanciare l’efficienza stessa del sistema. Come ci ricorda il premio Nobel Joseph Stiglitz, «le società basate su una diffusa diseguaglianza non funzionano in modo efficiente e le loro economie non sono né stabili né sostenibili». Il tema è strettamente collegato alla crescita della rendita finanziaria rispetto alla stagnazione dei salari. Thomas Piketty, nel suo dettagliatissimo volume dedicato al tema delle diseguaglianze, segnala che «la diseguaglianza dei redditi, in ogni società, è il risultato di due componenti, quella dei redditi da lavoro e quella dei redditi da capitale. Più è diseguale la misura in cui si ripartisce ciascuna componente, più è alta la diseguaglianza finale». Lo stesso reddito di cittadinanza, strumento utile nel contrasto alla povertà, non può cancellare le diseguaglienze né abolire la povertà tantomeno creare lavoro. Equità, efficienza e forse sopravvivenza stessa del sistema sono quin­di le ragioni di fondo per le quali la questione salariale italiana va analizzata con grande attenzione, nella consapevolezza che ci si mi­sura con la vita quotidiana delle persone, delle famiglie e delle future generazioni. Salari e diritti, da questo punto di vista, rappresentano una sorta di necessaria riconquista della dignità delle donne e degli uomini del nostro paese. I dati sin qui citati segnalano quindi la ragione per la quale è oggi ancora più urgente rivolgere l’attenzione alla questione salariale. Solo da qui può ripartire l’iniziativa politi­ca e sindacale per ridurre le diseguaglianze, riconquistare le giovani generazioni e superare la crisi del ceto medio. Se analizziamo con attenzione le dinamiche della distribuzione della ricchezza nel no­stro paese, emerge con chiarezza che la quota distributiva destinata al lavoro è scesa nel primo decennio del nuovo millennio e che tale discesa è proseguita, e in parte è addirittura accelerata, nel decennio della crisi, determinando una stortura che riguarda anche il rapporto tra vecchie e nuove generazioni di lavoratori in attività.

Tutti i dati confermano che, a partire dall’accordo tra le parti sociali e il governo Ciampi del 1993 finalizzato a consentire l’accesso dell’I­talia alla moneta unica, il sindacato ha svolto efficacemente il suo compito nel tutelare i salari dall’inflazione. Tuttavia, il peso del fisco da un lato e la bassa produttività dall’altro hanno nei fatti colpito e penalizzato il lavoro in una misura che non ha termini di paragone con gli altri paesi europei. Certamente hanno pesato, e non poco, gli effetti di una crisi globale che ha colpito in maniera particolarmente violenta il nostro paese. Sono state però le scelte politiche ad aver avuto un peso preponderante nel determinare tale situazione. Sin da­gli inizi degli anni Duemila si assiste a una caduta degli investimenti pubblici e privati, con conseguente situazione di stallo nella crescita della produttività che porta oggi il paese a: a) registrare un differen­ziale di produttività di circa 28 punti con la Germania e 25 con la Francia; b) essere uno dei contesti nazionali in cui maggiormente è cresciuta la diseguaglianza, con il 10% delle famiglie italiane che già alla fine del decennio scorso deteneva il 46% dell’intera ricchezza privata nazionale e che, nel corso della crisi, hanno visto ulterior­mente alzarsi la propria quota di altri due punti percentuali; c) aver intaccato in parte il principio della progressività fiscale (si pensi ad esempio agli aumenti dell’IVA negli ultimi vent’anni tra clausole di salvaguardia e mancata restituzione del fiscal drag o all’introduzione della Flat Tax per alcune tipologie di partite IVA. Ciò ha significato per i lavoratori dipendenti la perdita secca di migliaia di euro annui: se la pressione fiscale fosse rimasta quella del 1980 il salario netto mensile medio solo per il minor peso del fisco sarebbe più alto di 235 euro); d) aver abbandonato ogni velleità di governare il cambiamen­to economico tramite una politica industriale di ampio respiro e con lo sguardo rivolto al lungo periodo.

Per l’insieme di queste ragioni si tratta ora di: a) realizzare il rinno­vo di tutti i contratti nazionali già scaduti sia pubblici che privati che coinvolgono circa dieci milioni di persone. L’importante esito ottenuto con il rinnovo prima di Natale del CCNL del credito rap­presenta un risultato che, redistribuendo una parte della produttività con incrementi salariali che vanno oltre l’inflazione, risponde alla necessità di incrementare il salario reale; b) ridurre le tasse sul lavoro aumentando il netto in busta paga. Ciò significa che l’obiettivo dei 100 euro mensili di riduzione della tassazione sui salari va concretiz­zato a partire dalle prime misure già previste in legge di stabilità fino ai 36.000 euro per poi realizzare la riforma dell’IRPEF che coinvolga dagli incapienti al ceto medio; c) dare attuazione a quella parte del programma di governo che rappresenta una grande innovazione: il contrasto ai contratti “pirata” tramite l’erga omnes, il recepimento in legge degli accordi sulla rappresentanza e rappresentatività e la defi­nizione del salario minimo per legge che deve essere ancorato ai mi­nimi contrattuali previsti dai CCNL sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Serve consapevolezza che quando si parla di minimi vanno considerati anche ferie scatti e altri diritti previsti nei CCNL.

Ad oggi sono aperti quattro tavoli con il governo. Alcuni primi ri­sultati sono già presenti nella legge di stabilità, ma serve un deciso cambio di passo, ridando centralità al lavoro a partire dalla questione dei salari netti, alle pensioni, ai diritti e alla questione ambientale. Per questo sarebbe di grande rilievo la possibilità di un nuovo patto sociale tra governo sindacati, banche e imprese.

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