Apertamente

di Marco Cucchini da LaVoce.info del 27/9/2019 - L’obiettivo principale di una nuova legge elettorale dovrebbe essere la rilegittimazione del sistema democratico. Il governo dovrebbe perciò lasciare alle Camere il compito di mediare. E il percorso dovrebbe chiudersi con un referendum confermativo. Il maggioritario non fa per noi. Tra le democrazie europee, le sole con sistema elettorale maggioritario di collegio sono il Regno Unito, che adotta da tempo immemorabile il plurality system, e la Francia, dove dagli anni Cinquanta (salvo una breve parentesi negli anni Ottanta) si vota con il doppio turno. Nel 1983 nel Regno Unito il Partito conservatore guidato da Margareth Thatcher ottenne il 42,4 per cento dei voti e il 62,7 per cento dei seggi; il Partito laburista giunse secondo con il 27,6 per cento dei voti aggiudicandosi il 33 per cento dei seggi, mentre l’Alleanza liberal-democratica fu terza a ridosso del Labour con il 25,4 per cento dei voti, ma conquistò solo il 3,6 per cento dei seggi. Nel 1993 in Francia la coalizione di centrodestra al primo turno ottenne il 44,1 per cento dei voti, ma grazie anche alle divisioni nel centrosinistra, al ballottaggio riuscì a conquistare il controllo quasi totale dell’Assemblea nazionale, con 485 seggi su 577 (84 per cento).

In Italia, quante polemiche e dibattiti si sarebbero aperti se, nel 2018, si fosse verificato un risultato simile a quello del 1983 nel Regno Unito, se la coalizione giunta terza pur ottenendo il 23 per cento dei voti fosse stata quasi interamente privata di rappresentanza parlamentare? E cosa accadrebbe alla democrazia italiana se un leader populista a caccia di “pieni poteri” riuscisse a mettere le mani sull’84 per cento dei seggi pur essendo minoranza nel paese, come nel 1993 in Francia?

Per funzionare, il sistema maggioritario richiede la presenza di due fattori: una cultura politica coesa e un sistema politico dominato da partiti costituzionalmente leali, nell’ambito di un quadro di valori condivisi e di reciproca legittimazione. Le due condizioni in Italia non ci sono. E per questa ragione la fase politica che si apre porta inevitabilmente all’adozione di un sistema elettorale di tipo proporzionale, il più adatto per mettere al riparo dai potenziali abusi del potere e favorire modalità di decisione più inclusive e mediate.

Tabella 1

Per una rilegittimazione del sistema



La tabella 1 riporta una scheda relativa ai sistemi elettorali adottati per la camera bassa in Italia e nei dieci paesi più popolosi dell’Ue. La competizione proporzionale è sostanzialmente la regola: solo il Regno Unito e la Francia possono essere fatti rientrare tra i modelli pienamente maggioritari. Ma dalla tabella si nota anche che non tutti i sistemi proporzionali sono uguali e il rischio di una dispersione della rappresentanza in mille rivoli – concreto quando si ha una destrutturazione pressoché totale dei partiti politici – viene variamente affrontato con l’apposizione di soglie di sbarramento, disegnando circoscrizioni di piccole dimensioni o adottando modalità di riparto dei seggi premiali per le forze politiche maggiori. E quindi discutere di un passaggio da un sistema misto come l’attuale a uno proporzionale non può avvenire se prima non sono chiare le finalità sistemiche che si desidera conseguire e il tipo di innesti di non proporzionalità che di conseguenza si intende inserire. Sarebbe assai grave, infatti, se la sola motivazione del cambio della legge elettorale fosse azzerare le chance di vittoria di uno tra i contendenti, ciò si rivelerebbe molto discutibile sul breve periodo e probabilmente fallimentare sul medio.

Ritengo che l’obiettivo principale debba essere la rilegittimazione del sistema democratico anche per porre fine alla deriva antipolitica e anticostituzionale degli ultimi anni e sia di conseguenza necessario un sistema elettorale che ristabilisca la fiducia nel rapporto tra eletti ed elettori ripartendo dalle radici territoriali della rappresentanza. Ormai sette anni fa, nel mio primo intervento su lavoce.info proponevo una rilettura del modello australiano e tutt’ora lo ritengo equilibrato, a maggior ragione oggi con una competizione tripolare. Probabilmente il legislatore si indirizzerà su scelte meno creative, pertanto mi limito ad auspicare la fine definitiva delle liste bloccate e una competizione proporzionale articolata su collegi uninominali, soglia di sbarramento nazionale e riparto con il metodo D’Hondt. Sostanzialmente, una rilettura del vecchio modello delle elezioni provinciali.

Fondamentale sarà evitare che la “regola delle regole” della democrazia venga adottata a colpi di “wrestling procedurale” come nel 2005 e nel 2017. La nuova maggioranza politica – costituzionalmente legittima, ma politicamente tutta da verificare – dovrà evitare un atteggiamento solipsistico perché una polemica che dovesse investire la stessa base di legittimazione democratica del Parlamento sarebbe troppo pericolosa. Per questo credo che il governo dovrebbe astenersi il più possibile da ogni intromissione nel dibattito, lasciando alle Camere il compito di mediare. La maggioranza dovrebbe poi porsi il problema di includere almeno parte dell’opposizione nel disegno della nuova legge elettorale, per allargarne le basi di legittimità politica e non sarebbe sbagliato suggellare il percorso con un referendum confermativo, che se approvato spegnerebbe ogni polemica sulla “casta che si blinda contro il popolo”.

Con una leggina costituzionale si potrebbe tranquillamente adottare questo percorso (in modo simile a quanto avvenuto nel 1989 con il referendum consultivo sull’integrazione europea) che presenterebbe anche un secondo, non irrilevante vantaggio: creare un precedente di coinvolgimento popolare nella regola legittimante della democrazia rappresentativa, chiudendo la fase delle riforme elettorali capziosamente manipolative.

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