Apertamente

di Paolo Borioni da StrisciaRossa del 26/8/2019 - Nelle trattative per il possibile nuovo governo molta attenzione è sequestrata dal taglio dei parlamentari. Come sappiamo il M5S deve farne una propria battaglia, anche perché Salvini sbandiera il proprio assenso a questa riforma e avrebbe dunque, nelle condizioni date, facilità nell’accusare i suoi ex partner di tradimento verso sé stessi. Però ragionare non deve essere precluso. Il dato più importante da valutare è che l’Italia ha già un rapporto parlamentari-abitanti fra i più bassi in Europa (pochi parlamentari per abitante) mentre fra le democrazie più stabili, progressive e sviluppate, a partire da quelle nordiche, il rapporto è circa doppio (molti più parlamentari per abitante). Si può osservare che in generale paesi medio-grandi come l’Italia non possono seguire lo stesso rapporto poiché se le assemblee di qualunque tipo superano una certa soglia numerica rischiano di perdere di efficienza.
Ma proprio questo è il punto: non parrebbe che il numero attuale dei parlamentari italiani sarebbe lontano da una ponderazione ottimale fra esigenze di prossimità e controllabilità dal basso (che aumentano di certo in Scandinavia, dove il rapporto è doppio rispetto al nostro) ed efficienza della assemblea. Perché dunque si debba parlare di diminuire i parlamentari rimane fra le irrazionalità del presente.
Fra le democrazie avanzate che invece hanno un numero di parlamentari per abitante più ridotto rispetto al nostro c’è la Germania. Ma la Germania è uno stato federale in senso stretto, in cui il controllo dei cittadini a livello di Land (Stato regionale) si somma a quello parlamentare in modo maggiore di quanto si possa dire del nostro sistema di autonomie. Inoltre, la Germania ha un sistema di finanziamento pubblico della politica e delle fondazioni politiche molto ingente, che fra le sue norme più virtuose incoraggia il radicamento dei partiti mediante un incentivo delle piccole donazioni (ovvero delle adesioni reali dei cittadini). Infine, da non dimenticare, la Germania ha un sistema di controllo dei cittadini-lavoratori sulle imprese che da noi non esiste, cosa che, se c’entra poco con il numero dei parlamentari in sé, tuttavia comporta una partecipazione molto maggiore dei cittadini alle decisioni, partecipazione che supera il mero consesso parlamentare.
Per questo prendere ad esempio il mero numero dei membri del Parlamento tedesco non rende l’idea della illogicità del taglio che in Italia si pensa di operare. Se invece prendiamo in generale il contesto di cosa avviene da noi da qualche lustro e lo compariamo alla Germania capiamo meglio l’errore in cui si incorrerebbe.
Da noi la riforma del finanziamento alla politica non è avvenuta secondo parametri tedeschi, ma secondo un mero criterio di eliminazione delle risorse che potevano e potrebbero consentire la partecipazione organizzata e sistematica dei cittadini e, anche, a chi ha pochi mezzi di competere. Ora, se a questo aggiungiamo anche il taglio dei seggi, è ovvio che l’ostacolo alla partecipazione e al controllo popolare si eleverà, cioè sarà più impietoso il meccanismo elitista in atto da 25 anni.

Infine, abbiamo un sistema elettorale tutt’altro che proporzionale (che invece vige in Germania) e questo, dato tutto il complesso di condizioni da noi vigenti, peggiora i rischi che il “momento populista” (che pure ha cause e ragioni in tutto l’Occidente che vanno comprese) ottenga come storicamente capita l’opposto delle proprie aspirazioni.
Tutto ciò richiama anche l’esempio francese, un altro dei pochissimi paesi ad avere una proporzione parlamentari-abitanti più ridotta della nostra. Ma la Francia, che a differenza della Germania ha anche partiti e sindacati inconsistenti, è esattamente un esempio di democrazia in cui periodici, prolungati e spesso volenti moti di popolo erompono perché evidentemente la rappresentanza politica non è ottimale. Il rischio è una democrazia al contempo elitista e tumultuaria che sarebbe da evitare, un ulteriore esempio di falsa modernizzazione che produce regressione.
Tutto, dalla inefficienza (e la inefficienza del nostro Parlamento è tutta da dimostrare) alla corruzione (che peggiorerebbe in una democrazia ancora più elitista di come la nostra è diventata) ha bisogno di riforme ed attenzione. Ma il taglio dei parlamentari non c’entra.
Si rischia di accentuare un istinto a “tagliare purchessia” che, anziché dare soluzioni al malessere popolare, somma elitismo e populismo in modo pernicioso. Il peggio per un Stato italiano che invece come è noto manca di 1-2 milioni di operatori da assumere, operatori più giovani, preparati ed efficienti per contribuire alla crescita e alla trasparenza del paese. Certo, rimane vero che in tempi di forte crisi economica è bene dare dei segnali ad un paese che soffre. Però dovremmo allora discutere di riduzione non dei parlamentari, ma di spese per singolo parlamentare. Purché sia chiaro che sarebbero segnali, ed esclusivamente segnali. Non certo rimedi alla crisi.

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