Apertamente

di Mila Spicola* da Micromega del 25/7/2019 - Il popolo ha un solo dovere: istruirsi. Antonio Gramsci. E la sinistra progressista ha un solo dovere: istruire il popolo. Ripartire da Gramsci. Cos’è la sinistra? Emancipazione dalle subalternità. Tutte. E qual è il mezzo per emanciparsi dalle subalternità? L’Istruzione. Con quale Scuola? Gramsci racconta di una Scuola radicalmente democratica, che unisce teoria e prassi e, attraverso questa unione cerca di eliminare il classismo gentiliano che mira invece a dividere; nel far questo, fondere teoria e prassi, unisce nelle classi scolastiche i bambini, come fa la scuola, in un percorso quanto più possibile unitario, arriva a immaginare una scuola superiore unica, oltre che una media unica, per unire le classi sociali, per renderle uguali nei diritti e nei doveri, ma soprattutto per formale “l’uomo completo”, formato sia teoricamente che praticamente, attraverso la pari considerazione tra cultura teorica e cultura pratica. A tutti deve essere dato di essere colti e di essere lavoratori, di essere scienziati e di essere tecnologi. Per essere cittadini pienamente consapevoli.

Ecco, il compito identitario di una sinistra veramente tale è riprendere quel discorso pedagogico e politico insieme, magari non integralmente, ma nello spirito e nella missione sì: la scuola radicalmente democratica come fondamento principale di un corpo democratico di persone individualmente pienamente emancipate, istruite, nella teoria e nella prassi, nelle humanities, come nelle tecnologie, consce della loro soggettività storica e sociale e dunque pronte per essere “dirigenti politici”, sia che siano operai, sia che siano ingegnerei, contadini, avvocati, camerieri. Tutti hanno diritto ad “uscire colti” dalla scuola, perché tutti sono destinati ad essere cittadini attivi politicamente. E’ questa la differenza con la scuola gentiliana: un  modello sociale democratico, a cui è data a tutti la responsabilità delle decisioni, alternativo al modello gerarchico sociale, a cui non a tutti è data pari opportunità di azione e decisione e che discende direttamente dalla separazione e dalla gerarchia dei saperi. Un Paese è la sua Scuola, se è sana la Scuola è sano il Paese, se è democratica la Scuola, è democratico il Paese. L’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro, ma senza sapere e senza competenze, non c’è lavoro, non c’è presente, e non c’è democrazia. Questo è ancor più vero se la scuola riesce a non lasciare nessuno indietro e a offrire pari opportunità a tutti: a chi ha talento, a chi si impegna, certo, ma anche e soprattutto a chi rimane indietro, spesso per condizione e non per scelta. Ai due modelli corrispondono metodologie didattiche profondamente diverse e facilmente intuibili. Da non confondere l’autoritario con autorevole. Chi insegna sa bene che spesso anzi si escludono.

Un sistema educativo funziona se chiarisce la sua missione a priori, se chiarisce al suo interno l’obiettivo di costruire o non costruire una società democratica, aperta e inclusiva, basata su valori comuni, costituzionali, rappresentandola. Non è scontato, non tutti sono d’accordo, ma l’importante è esserne consapevoli e dichiararlo. Le traiettorie della pedagogia seguono grossomodo quei due binari, e mi scuso per la brutalità della semplificazione. La nostra Scuola Democratica dunque è sapere, competenze e valori da fornire a tutti e tutte con pari opportunità di offerta, di accesso e di successo, perché è il mezzo necessario di emancipazione della persona come parte di un corpo collettivo. Possibilmente facendo un’azione riflessiva profonda sui concetti di merito, di selezione, di inclusione, di lassismo, di meritocrazia. Perché anche su questi la confusione è grande sotto il cielo e la situazione non è eccellente.

Affermare l’universalità sostanziale del diritto al successo formativo scolastico del cittadino, a prescindere dal contesto a cui si appartiene, come un diritto umano e civile e come tale da assicurare a ciascuno non è poco, è tutto. Perché ancora oggi la nostra scuola, che ha molti pregi, da questo punto di vista è deficitaria, lo sappiamo. Se nei livelli medi la nostra scuola tiene, è nei divari che essa cade. La nostra è ancora una scuola diseguale, che cura i sani e lascia indietro i malati, proprio come ai tempi di Don Milani, visto che la mappa dei divari nei rendimenti, oggi come cinquanta o cento anni fa combacia con la mappa dei divari economici, che poi sono divari tra Nord e Sud, tra centro e periferie. Non sono nemmeno aumentati, per sfatare certi miti sul disfacimento del sistema, sono solo rimasti uguali, come logica conseguenza di una scuola che ancora oggi distingue e separa.

Le nostre Lile (una delle due protagoniste dei libri di Elena Ferrante su cui tanti ci siamo commossi), gli studenti e le studentesse “capaci e meritevoli” di contesti difficili, vanno avanti ancora oggi con grandi sacrifici e difficoltà, ma il mio pensiero va soprattutto ai fratelli delle nostre Lile, quelli che non appaiono come capaci e meritevoli, sono i primi a “cadere” e ce ne dobbiamo interrogare. Meritano il nostro sostegno, perché in realtà spesso sono piccoli a cui non sono state date uguali opportunità, il nido, il tempo pieno, il supporto nei compiti, e dunque i loro demeriti sono il risultato di ciò che non abbiamo dato piuttosto che il frutto del loro disimpegno. Togliere alibi, questo è un’opera artigianale e potente che dovremmo compiere parlando di scuola.

Possiamo costruire un sistema equo e progressista, per un Paese equo e progressista, ma dobbiamo esserne consapevoli tutti, dentro le scuole e fuori dalle scuole, ma, soprattutto dentro la politica, dentro la sinistra, che ciò implica delle azioni precise apparentemente semplici, l’offrire a tutti le stesse opportunità, e azioni complesse e ragionate, come la riflessione sui modelli organizzativi, sui processi necessari a raggiungere una scuola efficace per tutti coloro che la frequentano. La scuola non è la retorica della scuola che ogni tanto ci apparecchiano i vanveristi, bensì è proposta radicale di impegno, di investimento, di riflessione e ogni parola sulla Scuola è discorso pedagogico, con buona pace di chi pensa di liquidarla la pedagogia.

Oggi non siamo in una società più povera materialmente rispetto a quella dei nostri nonni, ma siamo sicuramente più poveri, spaventati, rancorosi, disgregati, impauriti, incattiviti dentro. Secondo un recente sondaggio il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, il 63,6% è convinto di essere solo, senza nessuno che ne difenda gli interessi. In realtà non hanno motivi per non crederlo: lo confermano il nostro assetto sociale e il fallimento dei provvedimenti impiegato a risolvere i problemi. Significa che quel tessuto collettivo fatto di valori, fiducia, solidarietà che tiene unito un popolo si è rotto. Osservare il Paese da quel punto di vista non significa essere populisti, ma essere consci dei problemi, dei dati, delle dinamiche e unire i puntini. Il rancore non è immotivato e fornisce alibi. Significa che vi sono tante azioni con cui investire di attenzione le ampie periferie della speranza presenti nel Paese, aiuti sociali, investimenti, fiscalità equa, e tutto quello di cui tanti possono scrivere meglio di me, ma vuol dire anche che Scuola e Cultura devono tornare ad agire potentemente ed “artigianalmente” a ricostruire queste macerie di senso. Significa, per declinare concretamente le questioni, che le “regole d’ingaggio” tra Paese e insegnanti sono cruciali per il progresso civile della società e va affrontato un confronto coraggioso su questo tema. E le regole d’ingaggio devono fornire ai docenti la missione concreta e non retorica dell’insegnare. Come? Formazione, selezione, contratto e salario.

Gramsci, e io, molto più umilmente, con lui, insiste sempre sul valore di perno culturale, sociale ed economico svolto dal sapere e dai valori costituzionali in una società attraversata da profondi problemi antichi, da paure presenti e, nello stesso tempo, da necessari cambiamenti dettati dai mutamenti tecnologici, che non sono novità dell’oggi, e che da sempre esigono flessibilità, governo, organizzazione a livello di sistema, e, a livello di singoli, conoscenze e competenze aggiornate; possiamo rimanere nel solco della tradizione della Scuola democratica, della Scuola di tutti e per tutti, pur virando in senso progressista perché credere nel rinnovamento, nell’azione positiva del progresso, conosciuto, compreso, guidato, aiuta a disegnare un sistema d’istruzione aperto mentalmente; e nello stesso tempo costruisce un sistema d’istruzione aperto a tutti non solo per accesso, è già così, ma perché si pone come un luogo bello, solidale, positivo, qualificato, organizzato in maniera sana in cui a ciascuno e a ciascuna sia assicurata un’ offerta scolastica che garantisca, con risorse, organizzazione e professionalità, non solo il conseguimento di livelli adeguati di conoscenze e competenze, a prescindere dal contesto di appartenenza e a prescindere dal percorso di studi, ma anche percorsi di relazioni educative arricchenti.

Solo così la Scuola diventa mezzo di integrazione, di sicurezza nei territori, di crescita collettiva, fonte di speranza e fiducia solidale, se aiuta tutti con pari opportunità. Non esistono capaci e meritevoli rispetto ad incapaci e non meritevoli se non si offrono pari opportunità di accesso e di successo in un sistema educativo costruito con la finalità manifesta di avere pari qualità e adeguata offerta quantitativa da Nord a Sud dal centro alla periferia. Se è vero che l’educazione e l’istruzione sono le leve più importanti per superare le diseguaglianze culturali, sociali ed economiche tale obiettivo si persegue soprattutto recuperando gli ultimi offrendo di più a chi ha di meno. Guardate che non è scontato, perché finora è accaduto il contrario sia dentro le scuole, sia dentro la testa dei decisori politici. E non è un discorso vago o da romantici: Estonia, Canada, Finlandia, Australia, paesi diversissimi tra loro sono organizzati secondo questo principio.

Significa avere come obiettivo prioritario da far raggiungere a tutti gli studenti e a tutte le studentesse, non il livello minimo, ma il successo scolastico nei saperi e nelle competenze di base. Voglio aprire e chiudere subito una piccola parentesi sul concetto di “competenze di base”, nulla c’entra con “concetti ideologici ordo liberisti” da opporre al valor sacro delle conoscenze astratte, in special modo umanistiche; la diatriba conoscenze vs competenze è tanto mal posta quanto superficiale e sembra affrontata da chi non governa gli argomenti; approfondendo pedagogicamente le questioni, ed è l’unico modo per approfondirle le questioni educative, pedagogicamente, si apprende come le competenze di base siano null’altro che capacitàdi elaborazione personale delle conoscenze, da coltivare nella persona,  essenziali a vivere, sia per se stessi che per il corpo collettivo. Credo che prima che un enorme equivoco ideologico ci sia proprio un equivoco lessicale e di senso intorno al termine competenza. Ma su questo si può attivare un confronto franco e con onestà mentale per andare al nocciolo dei problemi.

Competenze sono leggere e comprendere, scrivere bene, fare di conto, sfido chiunque a dire che non siano utili per governare se stessi e il mondo, non in senso utilitaristico bensì sostanziale, sfido chiunque ad dire che non si importanza avere padronanza non solo nella comprensione del testo (nelle indagini indicata con literacy), ma anche nel calcolo e ragionamento logico (numeracy), nelle conoscenze e competenze digitali, artistiche, economiche, giuridiche, finanziarie. Sono la premessa per esercitare senso critico, per discernere, e anche queste sono competenze. Scuola delle competenze e didattica delle competenze sono concetti pedagogici inseriti nella traiettoria della ricerca educativa progressista (che possiamo identificare con sinistra) che parte da studiosi come Dewey, Montessori, lo stesso Gramsci, dall’imparar facendo alla pedagogia della prassi, fino ad arrivare alle elaborazioni più recenti. E’ il percorso della Scuola Democratica e dovremmo saperlo per evitare che altri se ne impadroniscano in modo maldestro e per evitare che noi stessi lo misconosciamo e lo buttiamo alle ortiche in un eccesso di furore dialettico.

Se si è fatto un calderone negli ultimi anni che ha messo insieme declinazioni di policy mal gestite in merito a provvedimenti di stabilizzazione o organizzazione del sistema messi insieme ad azioni di merito più strettamente pedagogico provocando nel rigetto dell’una il rifiuto delle altre in toto (mi riferisco alla Buona Scuola, che aveva pregi e difetti, ma il suo difetto più grande è stato quello di non aver chiarito o il non aver avuto un robusto riferimento teorico, necessario ad ogni proposta di riforma educativa), il rifiuto del “mercato”, che poco c’entra, anche perché sfido chiunque, date le premesse di sopra, a dover scegliere tra Gentile e il mercato, la declinazione liberale di alcuni modelli di sistema a forte accountability, che altrove hanno rivelato la loro debolezza, bollando tutto come “valutazione”, insomma una confusione di piani, temi e concetti, che andrebbero ripresi e approfonditi prima che rigettati. Alla didattica per competenze si lega il rifiuto del nozionismo e dunque l’elaborazione critica della conoscenza, ovvero il senso critico. Esattamente il contrario di quello di cui la si accusa. Credo che su questi temi è necessario un supplemento di riflessione e di confronto, serio, approfondito, libero e non polarizzato.

Quello che ci serve adesso ribadire è che i paesi con alti livelli medi di conoscenze e di competenze di base sono immuni dai sovranismi e dalle demagogie strumentali. Totalitarismo, xenofobia, razzismo, antieuropeismo, disprezzo della scienza e del sapere sono tutti fenomeni che coesistono e si rafforzano l’uno con l’altro e si accompagnano a bassi livelli medi di conoscenze e competenze, si accompagnano alla paura dell’uomo subalterno, culturalmente e socialmente, diffidente e facile preda manipolazione.

Per neutralizzare le paure del singolo, che poi quel singolo sono anche io, non mi tiro fuori dal mucchio, anzi rivendico il mio volerne fa parte, a quel singolo dobbiamo dare spalle grandi, per pensieri grandi, dobbiamo rafforzarlo, noi, sinistra, noi progressismo, noi Europa. Quella forza si chiama istruzione. Per cui il destino del singolo, - di Lila, di Lenù, dei loro fratelli, dei primi e degli ultimi - venga supportato sia se rimane indietro sia che vada più avanti dentro la scuola e con la scuola. Identificando, riconoscendo e neutralizzando il classismo ancora vivo e vegeto nel nostro sistema scolastico e nel nostro sistema culturale, classismo che si colora di provincialismo e di regressione e anche di mancato governo dei temi pedagogici (ammesso senza vergogna e anzi con il tono di vanto tipico dell’incompetenza) di gran parte della classe dirigente politica, economica e accademica italiana.

Un sistema d’istruzione in cui le cui decisioni di percorso scolastico di ogni singolo studente e studentessa dipendano dalle proprie scelte e non dai propri rendimenti scolastici (se sei bravo vai al liceo e “se non hai testa di studiare” vai al tecnico o al professionale, per non dir peggio, se non sei disabile vai al liceo se lo sei vai al tecnico o al professionale, e scrivo di dati, non di opinioni, il che sottende due mali, almeno per la sinistra democratica radicale lo sono: a. che la scuola non è inclusiva, b. che la scuola gerarchizza e separa tra saperi e tra professioni) o dal proprio contesto, che poi in fondo sono la stessa cosa, visto che ancora oggi rendimenti e contesti sono interdipendenti esattamente come al tempo di Don Milani nel 1967, o di Aldo Visalberghi (Educazione e condizionamento sociale, 1964). Ovvero, un sistema che educhi uomini liberi considerandoli liberi perché li libera e in cui sia la scelta A che la scelta B siano egualmente qualificate, valorizzate e considerate.

*  E’ il primo di due interventi, il primo, questo, di carattere più generale e il secondo propone delle tracce di azioni. Entrambi non hanno nessuna aspirazione all’esaustività, né alla perentorietà, anzi, il contrario. Ovvero: fuga dalla polarizzazione.

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