Apertamente

di Irene Barichello da Patria Indipendente del 12/7/2019 - Parla Francesco Filippi, autore del volume “Mussolini ha fatto anche cose buone”. “Qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo” Come e perché nasce questo libro? Faccio parte di un’associazione che organizza viaggi di memoria che si chiama Deina e, nel costruire questi viaggi, ci troviamo spesso a confronto con il modo in cui i ragazzi apprendono, fruiscono e interpretano la storia: non lo fanno attraverso gli strumenti ritenuti “canonici” (libri e manuali di storia, per esempio), ma attraverso quello che è il grande canale di informazione di tutti noi, cioè il web e in particolare i social network. Noi di Deina, parlando con i tutor – ossia ragazzi che hanno partecipato al progetto e si offrono a loro volta per accompagnare altri coetanei in quell’esperienza, per esempio ad Auschwitz – abbiamo scoperto che le convinzioni, o comunque le notizie, che girano sul web circa il fascismo sono “sporcate” da una serie di bufale e invenzioni che raccontano una storia mai esistita. Quindi questo manuale nasce innanzitutto come una risposta veloce, una “cassetta degli attrezzi” ad uso soprattutto dei ragazzi per affrontare le bugie che circolano sul fascismo.

Quanto scritto sul tuo libro gli storici lo conoscono già, gli antifascisti convinti non sono attraversati dal dubbio che Mussolini abbia fatto cose buone, invece i suoi “ammiratori” criticano questa pubblicazione anche senza leggerla. Ci si chiede allora a chi parli questo libro, quale sia il suo spazio.

Il libro si colloca in un contesto di “resistenza intellettuale antifascista”, nel senso che si vuole ribadire fisicamente – attraverso l’oggetto libro, appunto – che alcune cose sul fascismo non si possono proprio sostenere, per esempio riguardo la sua “bontà”; si vogliono precisare i confini storici della questione all’interno del discorso pubblico. In secondo luogo, la cosa importante – proprio partendo dall’origine di questo manuale – è comprendere dove vada a incidere: nei social, purtroppo, spesso girano delle notizie infondate da cui scaturisce un dibattito tra i commentatori più accesi che di solito degenera quasi subito in insulti. Però non bisogna dimenticare che gli attori di questo tipo di “battaglie da tastiera” sono tre: ci sono i protagonisti che si scannano dalle rispettive e immutabili posizioni, ma ci sono anche tanti osservatori che assistono in silenzio, senza intervenire, magari cercando di formarsi un’opinione. Questo libro è indirizzato a loro, più in generale è indirizzato quella parte di società che ha bisogno semplicemente di costruirsi un’opinione basata sui fatti e non su dibattiti violenti e spesso slegati dai fatti.

La storia la scrivono i vincitori, gli storici, pochi però la leggono, infatti pare che quella più ascoltata sia una storia non scritta, ma raccontata da quelli che amano definirsi “vinti”. Come mai è andata così? Cosa si sarebbe dovuto narrare per avere, oltre che una storia, anche una narrazione antifascista?

Innanzitutto non credo che la storia la scrivano i vincitori: la storia la scrivono tutti; invece le versioni della storia cui si dà ascolto (o meno) dipendono non solo dal mood dei vincitori, ma anche dalla sensibilità di ciascuno. La storia, diceva Gramsci, è una grande maestra, ma non ha alunni, e credo sia vero. In secondo luogo, la storia è un grande “supermercato di fatti”, in cui si può trovare tutto e il suo contrario: grandi storie di vincitori e grandi storie di sconfitti e, a seconda della sensibilità di ognuno e grazie all’ampliamento delle conoscenze di base e della ricerca scientifica, ci si può soffermare su episodi di ogni tipo. La storia dei “vinti” è stata portata in auge e sfruttata da giornalisti (non storici, è bene ricordarlo) che hanno voluto parlare di fatti storici utilizzandoli all’interno di un discorso pubblico.

Mi chiedi poi se sia mancato qualcosa – e cosa – nella narrativa del discorso pubblico resistenziale: ritengo esso sia stato fondamentale per costruire la nostra democrazia e la nostra Repubblica e abbia sottolineato la forza dei valori di libertà e di civiltà che la Repubblica nata dalla Resistenza porta con sé. Per anni questo è stato vero. È stata una narrazione pubblica molto ampia, bella e solida, ma non “totale”, ossia non era (e non è) condivisa dalla totalità della società. E forse è anche giusto che sia così; qualcuno dice che il 25 aprile è divisivo: certo! Divide infatti la democrazia da ciò che democrazia non è, l’antifascismo dal fascismo. Per decenni i valori della Resistenza non hanno fatto parte dell’intero corpus della nazione: il cosiddetto arco costituzionale – come lo chiamavano nella prima Repubblica – escludeva una parte certo minima, ma pur sempre presente nella società italiana, quella dei fascisti. Negli ultimi anni la crisi ha posto il modello di vita democratico di fronte a delle scelte critiche, appunto; alcuni hanno approfittato della crisi prevalentemente economica per parlare invece di una crisi del sistema di valori e quindi la gente, che durante le crisi si sente insicura, ha cominciato a credere che fosse utile barattare la propria libertà in cambio di una presunta sicurezza, sociale o economica; si è cominciato a pensare che la compressione dei diritti e delle libertà fosse una via per arrivare alla felicità. Il racconto della Resistenza, che riferiva proprio di diritti e libertà, è stato dunque scavalcato da un racconto di paura, o meglio da un “non racconto di speranza”: da oltre una decina d’anni il Paese è in balia dei raccontatori odio, non si è voluto o saputo narrare quella che poteva essere una storia – e un presente – condivisa.

Forse nella narrazione resistenziale sarebbe servito fare presto i conti anche con i “tipi un po’ storti”, per dirla con Calvino, per parare così i colpi dei detrattori della Resistenza che così tentano – pretestuosamente – di scardinarne l’intera portata.

Sono disposto a entrare nel merito di questa domanda sottolineando però una cosa: non sto al gioco di chi, parlando di qualche scheggia impazzita o di qualche analisi mancata o di qualche passaggio formale non ben strutturato, desideri portare allo sfascio tutto il movimento di Resistenza italiano. Questa operazione non ha validità storiografica e non può trovare spazio in una discussione seria dal punto di vista storico. Certo, ci sono stati episodi negativi nella Resistenza e non averli sempre e tutti indagati profondamente può dare adito a dubbi, ma solo se si è in mala fede: occorre infatti sempre ribadire che da una parte c’era chi aveva scelto di combattere per la libertà e dall’altra c’era chi aveva scelto di combattere per la prevaricazione; da un lato c’era chi deportava e massacrava e dall’altro chi tentava di impedire quelle deportazioni e quei massacri.
Da “il Grande dittatore”

Prima parlavi di un racconto di odio e di paura che toglie speranza nel futuro: forse qui si cela parte della risposta al perché molti giovani si dicano di estrema destra e al perché il racconto-bufala sul fascismo faccia presa su di loro.

La questione si sposta, secondo me, dallo storico al sociologico, forse perfino allo psicologico. Oggi siamo un Paese in cui si fatica a trovare “luoghi in cui sognare” – mi piace usare questa espressione: pensiamo all’Italia degli anni 50, che aveva un passato complesso con cui fare i conti (sebbene poi non li abbia mai fatti) e un presente di disperazione, poiché era uscita distrutta dalla guerra fascista, ma possedeva un futuro in cui sognare e proiettare le proprie speranze e prospettive di crescita, la propria voglia di riscatto, prosperità e felicità. Ecco quindi il boom economico e la certezza che le generazioni future sarebbero state meglio delle presenti: nessun uomo degli anni 50 dubitava del fatto che i propri figli sarebbero stati più ricchi e colti di lui, e lavorava per questo. Adesso, invece, abbiamo una società in cui il futuro, da un punto di vista economico-sociale, è ipotecato: l’Istat ci dice che questa che si sta affacciando sul mondo del lavoro sarà la prima generazione a stare peggio dei propri genitori, banalmente per una questione di impossibilità di crescere all’infinito (e questo dovrebbe anche portarci a riflettere sulla reale tenuta di un modello che pianifica una crescita di questo tipo, ma questo è un altro discorso), ma intanto abbiamo le abbiamo trasmesso dei valori che non si possono realizzare; d’altro canto il presente di queste nuove generazioni è compresso nell’attimo: il loro social network di riferimento, Instagram, permette di fare delle storie che durano 24 ore, la proiezione di sé e del mondo dura lo spazio di una giornata. Quale spazio-tempo resta allora ai giovani per sognare? Quale momento è concesso loro per pensare di stare meglio? Il passato. Quando “avevamo un impero” e si poteva “uscire di casa lasciando la porta aperta”… Che questo passato sia vero o falso non ha nessuna importanza ai fini del sogno, è comunque – sebbene nostalgica – una speranza che le cose vadano meglio. Questo ovviamente riporta in gioco la “mitopoiesi” della bontà fascista e per questo è ancora più importante oggi combatterla.
Da “Fascisti su Marte”

Uno degli strumenti per farlo può essere un libro come questo. Ma come è possibile passare da un libro scritto, con dati storici e documenti, a una narrazione antifascista? Come è possibile riportare su un territorio di confronto omogeneo delle parole che sono mere credenze e altre invece fondate sui fatti? Come smascherare la falsità della narrazione fascista e come invece rendere più accattivante una storia che si basa sul lavoro degli storici?

Una delle cose che gli storici, classe intellettuale cui anch’io appartengo, devono comprendere è che la storia è anche racconto e saper raccontare, quindi semplicemente bisogna ricominciare a scrivere bei libri, libri divulgativi che si leggano volentieri: “divulgazione” non deve più essere una parolaccia contrapposta ad “accademico”. Un esempio di nuove forme di racconto proviene dal movimento della Public History, in cui giovani storici cercano nuovi modi per raccontare il passato.

Nella domanda si usa l’aggettivo “accattivante”, che proviene dal gergo commerciale, ma che non è una brutta parola: deve indurci anzi a elaborare un modo migliore per portare dei messaggi positivi, per ricostruire una narrativa pubblica di questo tipo. Un’operazione simile potrebbe inserirsi in una vera e propria rivoluzione della storia, del modo di intenderla, proporla e percepirla da parte del pubblico. Si pensi a Il secolo breve di Hobsbawm: un bel libro che parla di Novecento; certo qualcuno dirà che c’è di meglio in giro ma se si arriva a leggerlo sotto l’ombrellone [il volume è un bestseller anche tra i non addetti ai lavori, ndr], significa che quel progetto storiografico ha vinto la sua sfida.

Abbiamo qualche fondata speranza di superare, o almeno ridurre, l’attuale narrazione fascista del passato? A tuo giudizio è un pericolo concreto, oggi, il neofascismo in Italia e in Europa?

Non credo alla parola “neo-fascismo”: il fascismo, dal mio punto di vista, essendo un modo di fare le cose, non è né “vetero” né “neo”: è un modo di approcciarsi al mondo. Nel momento in cui tu credi alla possibilità che un uomo della provvidenza privandoti dei tuoi diritti ti dia più felicità, nel momento in cui la democrazia decade in plebiscitarismo quella si ha una via fascista di risposta ai problemi.

Premesso questo, il pericolo che ritorni questa politica d’odio è evidente, ma è altrettanto evidente – la storia ce lo insegna – il modo più efficace di eradicare questo tipo di fenomeno: il fascismo si nutre di paura, perciò dovremmo concentrarci meno su personaggi improbabili che vestiti in modo improbabile fanno saluti improbabili in luoghi improbabili (ricordando che comunque l’apologia di fascismo è un reato da perseguire giuridicamente), e più sulle fonti delle paure. La paura del diverso viene eradicata dalla conoscenza del diverso, e non è un solo un ragionamento astratto. Pensiamo alla brutta vicenda di cronaca recente relativa al sequestro dei ragazzini sul bus nel milanese: quando si è scoperto che nella realtà di tutti i giorni la diversità percepita è invece del tutto “normale”, poiché i ragazzini-eroi sono studenti tali e quali a quelli italiani con in meno solo la cittadinanza, ecco che questo tipo di narrazione e racconto pubblico vince sulle politiche di paura divisiva. Basterebbe forse ricominciare a narrare momenti e movimenti di speranza.

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