Apertamente

di Toni Jop da Striscia Rossa del 29/5/2019 - Milano, Roma, Torino, Firenze resistono all’avanzata delle truppe cammellate salviniane. I grandi centri urbani votano a sinistra, in controtendenza, ma votando a sinistra proteggono, sembra, i pilastri di una cultura che sentono in grande pericolo, la loro certamente, ma qual è questa cultura? Attorno a cosa hanno solidarizzato i milioni di cittadini delle metropoli italiane, che cosa stanno assediando le molte tende della Lega? Qual è la natura di questo ben visibile conflitto apparentemente estraneo alle logiche di classe? Ed è forse nato solo oggi? Salvini ha impostato la sua immagine vincente su un piano pre-politico, ha definito un’etica – qualunque sia il giudizio che su questa etica può esprimere – ha dato fiato a un’epica che vuole contare i suoi eroi, cantarli e con questi requisiti intende solidificare un intero sistema che pretende di non essere solo politico. Ha portato in trionfo un linguaggio, soprattutto, riduzionista, veloce, fintamente asciutto, senza fronzoli, quello che sembra – ma solo sembra – assumere come santi protettori i dialetti, la loro capacità sintetica, la loro matericità, l’assenza di evidenti segni di vanità spesso invece sovrani nella relazione tradotta dall’italiano, che, da brava superfetazione culturale rispetto alla matrice linguistica territoriale, spinge più decisamente la comunicazione in un campo teatrale. Tanto che non c’è immagine più retorica e fasulla di quella “sbrigatività” antiretorica che il leader della Lega mette machamente in scena.
Salvini sfotte i “professoroni” che alla vigilia delle europee lo hanno criticato, o non ne avevano previsto il trionfo, e lo fa il giorno stesso in cui può apprezzare i risultati di quel voto. Consapevole che il suo pubblico apprezzerà, poiché è il più delle volte gente dura abituata a lavorare duramente, che si è costruita un presente e un futuro a dispetto delle lentezze e delle assenze dello Stato, sacrificando discretamente spesso a questo percorso di emancipazione economica qualunque processo di acculturazione ritenuto inutile, inefficace per sé e anche per i propri figli. Una perdita di tempo prezioso, principio ora assunto come vanto, come motore di un antagonismo finalmente reso esplicito “in guerra”.
Tutto questo è avvenuto soprattutto nelle piccole aree urbane, nei centri più contenuti, nelle campagne ma forse in misura maggiore lungo l’arco della pedemontana alpina dove ore girano economia, soldi, ordini, fatturazioni, produzioni, tir. Solo chi sostiene di essersi fatto da sé, a militante dispetto della qualità del suo sapere generale, e a questo meccanismo attribuisce il relativo successo della propria esistenza, può pronunciare come si deve la battuta “professoroni”.
Questa battuta è la certificazione del conflitto in corso, il vulcano che fa capire quanto fuoco scorra sotto i nostri piedi. E’ lo stesso fuoco che arde ora negli accampamenti leghisti attorno alle grandi città del paese a struttura metropolitana, densamente abitate, densamente dedite al terziario, sempre meno ospiti di strutture produttive, con bilanci il più delle volte in rosso. E cioè: quando le città non sono sostenute dal turismo, sono in perdita, son povere, i soldi non bastano mai, la marginalità disorganizzata delle loro fasce periferiche a sua volta assedia il nucleo dove invece le cose tutto sommato funzionano e l’ordine appare rassicurante.
E’ qui, in questo ultimo contesto, che la società ha inventato nuove forme di mediazione per rendere possibile la convivenza. È qui che si è fondata la civiltà che ci accompagna, con qualche robusta interruzione, da un migliaio di anni, dalla nascita dell’era comunale che ha dato radici alla cultura urbana e alle sue sensibilità nuove. La forza con cui riuscirono a informare di quelle sensibilità anche chi non stava in città, il coefficiente di penetrazione di quella massa di schemi organizzativi e etici nella società extraurbana, dipendevano dal fatto che le città erano il cuore pulsante di una nuova economia che si muoveva benissimo tra mura di mattoni. Le città erano fabbriche e mercato. Erano il potere, fino a ieri. Ma lo sono ancora?
Pare di no, altrimenti non ci sorprenderemmo per l’esito del voto e per ciò che disegna. Quindi, una nuova soggettività, economica ma anche politica ora, tende a prendere la realtà e a imporre il suo linguaggio, soprattutto a quella parte del tutto che fino a ieri ha dettato legge e codici morali agli attuali assedianti. Il leghismo, confortato dal grillismo, tenderebbe quindi ad occupare ogni spazio, naturalmente, allagando le zolle ancora titolari di una civiltà senza più potere materiale e culturale. E’ la provincia che assedia la città, alle spalle di un leader che sotto i riflettori bacia crocifissi, smanaccia rosari, invoca santi e madonne mentre adotta la crudeltà come palese strumento di governo, instilla il germe del razzismo, accetta l’omaggio del fascismo, predica l’egoismo istituzionale, da pessimo cristiano se ne frega che Papa Francesco gli ricordi a bruciapelo davanti al mondo che per i cristiani “prima gli italiani” non esiste, perché per i cristiani vale solo “prima gli ultimi”.

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