Apertamente

Di Marco Brando da Striscia Rossa del 5/4/2019 - La casta giallo-verde è coerente. Se – come dicono i (vice) premier Matteo Salvini e Luigi Di Maio – il razzismo, vecchio e nuovo, in Italia non esiste (semmai è un’invenzione dei cattivissimi buonisti radical-chic), perché non aprire le porte del Parlamento a persone condannate per incitamento al razzismo, in base a una legge dello Stato?  Detto fatto, nel disinteresse quasi generale, il pentagrillini hanno deciso che un razzista condannato non può essere considerato impresentabile, al massimo è un cabarettista frainteso. Risultato: stanno provando a stralciare dall’elenco dei reati incompatibili con la cadrega parlamentare quelli sanzionati dalla legge Mancino; cioè, la discriminazione razziale, etnica e religiosa.  La riformulazione del Codice voluta dalla Commissione bicamerale prevede che chiunque abbia accumulato pene per 4 anni totali di condanna non sia candidabile alle elezioni. Però, poco prima dell’approvazione del testo, a fine marzo, i capigruppo di Lega e M5S, Gianluca Cantalamessa e Michele Giarrusso, hanno fatto passare un emendamento che elimina dalla somma delle condanne i reati previsti dalla legge Mancino.
Il loro testo: “Nel cumulo, comunque inteso ai sensi del periodo precedente, non si tiene conto delle condanne riportate per i seguenti reati… Art. 2 e 3 del decreto legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205 (legge Mancino – misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa); artt. 604-bis (propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa)”. Non si terrà conto neppure della diffamazione (tra poco capiremo per quale motivo). “Una scelta che sdogana chi ha commesso colpe gravissime, fascisti e razzisti, in un momento in cui sono evidenti questo tipo di rigurgiti nel Paese si connota come particolarmente preoccupante”,
ha commentato sull’Huffpost il capogruppo del Pd, Franco Mirabelli.
Di certo, la scelta giallastro-verdognola non solo sta facendo felici molti aspiranti parlamentari con l’hobby “innocente” dell’insulto razzista; tranquillizza anche quelli già condannati. Tipo il celebre ex ministro leghista Roberto Calderoli, uno dei pochi della vecchia guardia ammesso alla corte di re Salvini. A metà gennaio è stato condannato in primo grado a 1 anno e sei mesi dal Tribunale di Bergamo, per diffamazione con l’aggravante dell’odio razziale. Il senatore Calderoli era a processo per aver definito “orango” l’allora ministro del governo Letta, Cecile Kyenge. Accadde nel luglio 2013 durante la festa della Lega Nord a Treviglio. Kyenge non aveva sporto denuncia, ma in Procura a Bergamo era partito d’ufficio il procedimento sostenuto dai pm Maria Cristina Rota e Gianluigi Dettori: nel 2015 un primo stop, con la difesa che aveva sostenuto la scriminante dell’articolo 68 della Costituzione, secondo il quale i membri del Parlamento, nell’esercizio delle loro funzioni, non possono essere chiamati a rispondere delle loro affermazioni. La Consulta aveva però dato ragione al Tribunale e il processo era ripreso. I pm avevano chiesto 2 anni, la difesa l’assoluzione.
“Non ricordo parola per parola quanto ho detto, ma il mio intento. – aveva dichiarato Calderoli lo scorso luglio in udienza – era solo una critica politica al governo Letta, anche per un certo divertimento delle persone presenti. Con toni leggeri”. La pubblica accusa sostenne che era un’autodifesa insostenibile; il Tribunale poi ha concordato, condannando lo “spiritoso” senatore.
Adesso l’immunità evocata dalla lobby pentasalviniana può tranquillizzare tutti i nostri gioviali razzisti: parlamentari e, per empatia, non parlamentari. Meno tranquille saranno le loro vittime. “Io non sono razzista, però…” è ormai il ritornello del neorazzista, imperturbabile davanti a disprezzo, violenze e insulti nei confronti di minoranze e immigrati, ebrei e rom, musulmani e omosessuali. Intanto gli “odiatori’ avvelenano la società e preparano il terreno al peggio. Che fare? Resistere. È un dovere oltre che un diritto. Ora e sempre.

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