di Marco Brando da Striscia Rossa del 14/12/2018 -  “Ci deve pur essere un giudice a Milano…”. Lo avranno pensato, prima della sentenza favorevole, i genitori di più di duecento bimbi extracomunitari, esclusi dalle mense e dai bus scolastici di Lodi in base a un editto sottoscritto dalla sindaca leghista, Sara Casanova. Beh, quel giudice ha dato ragione al loro ricorso contro il provvedimento.   Forse padri e madri – colpevoli, secondo il Comune lombardo, di avere radici fuori dall’Unione europea – non conoscono la storia del giudice di Berlino, quello che “ci deve pur essere…”: è alla base di antico modo di dire nato dalla vicenda (vera) di un poveraccio che nel Settecento, in Germania, fu privato del suo mulino dal potente di turno, ma alla fine ottenne giustizia; altri bimbi, quelli tedeschi, hanno sempre trovato questa storia sui libri scolastici, espressione della speranza nell’imparzialità della legge. Senza dovere andare fino a Berlino, quei genitori lodigiani hanno appena ottenuto soddisfazione: il vicino Tribunale civile di Milano ha sconfessato la sindaca, stabilendo che c’è stata una discriminazione illegittima, perché è necessario che le condizioni del trattamento riservato ai bambini lodigiani siano uguali per tutti, a prescindere dal Paese di origine.
Il potente di turno e il suo municipio hanno dovuto chinare la testa davanti a un magistrato che, sul serio, ha deciso “in nome del popolo italiano”, quello fin troppo citato in modo indebito dai pentaleghisti. Il giudice Nicola Di Plotti ha ordinato al Comune di Lodi di “modificare il regolamento… in modo da consentire ai cittadini non appartenenti all’Unione Europea di presentare la domanda di accesso a prestazioni sociali agevolate mediante la presentazione dell’ISEE alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani e dell’Unione Europea in generale”. Così si legge nell’ordinanza della prima sezione del Tribunale di Milano, cui si erano rivolte alcune famiglie straniere residenti a Lodi con la tutela legale dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e di Naga.
La giunta a trazione leghista della cittadina, capoluogo di Provincia e fino al 2016 con un sindaco del Pd (arrestato per turbativa d’asta), ha introdotto un regolamento che impone agli immigrati di fare certificare nei Paesi d’origine l’assenza di proprietà immobiliari. Certificazioni in lingua originale che le famiglie fanno molta fatica a ottenere, non solo perché sono lontane dai luoghi di origine ma anche perché laggiù spesso mancano gli uffici pubblici in grado di rilasciare documenti. La vicenda, a partire dall’estate scorsa, ha suscitato molto clamore; tuttavia la sindaca Casanova non ha mai accettato di modificare la decisione, nonostante le proteste delle opposizioni, dell’associazionismo, della Curia. Per fortuna è nato il coordinamento “Uguali doveri”: ha raccolto quasi 150.000 euro per garantire la mensa ai bimbi espulsi dal Comune e costretti a mangiare su tavoli separati, col cibo portato da casa.
Finalmente il giudice ha accertato “la condotta discriminatoria del Comune di Lodi consistente nella modifica del regolamento con la delibera del Consiglio Comunale n. 28/2017, nella parte in cui si stabilisce che i cittadini non appartenenti all’Unione Europea, per accedere a prestazioni sociali agevolate, debbano produrre la certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato esterno, corredata di traduzione in italiano legalizzata dall’Autorità consolare italiana”. Ha quindi condannato l’amministrazione comunale a pagare 5mila euro per le spese processuali e ha intimato di cambiare il famigerato regolamento. Nell’ordinanza si ribadisce che il provvedimento “introduce una disparità di trattamento emesso da un’autorità che non ha il potere di assumere decisioni in proposito… e non risponde a canoni di ragionevolezza”.

Nel frattempo a Lodi le richieste di accesso agevolato ai servizi scolastici del Comune presentate da cittadini extracomunitari sono state falcidiate: su 259, ne sono state accolte solo 5, riferisce l’agenzia di stampa Agi. Senza le agevolazioni, le famiglie vengono inserite nella fascia economica più alta e devono pagare 5 euro per ogni pasto di un bimbo, più 210 euro a trimestre per l’uso dello scuolabus. Da metà ottobre fino a oggi solo la raccolta di fondi ha permesso a quei bambini di non sentirsi esclusi. Però non si può non ricordare la cronaca di una giornata descritta due mesi fa dal quotidiano Avvenire, in un articolo di Paolo Ferrario, prima che la solidarietà della gente provasse a rimediare: “Ziyad ha 5 anni e non riesce a capire perché non può più mangiare in mensa con i propri compagni della scuola materna. Soprattutto, Ziyad, come i suoi tre fratelli, non capisce perché, da un mese ormai, sia costretto ad alzarsi quando fuori è ancora buio e a camminare quasi un’ora per andare a scuola mentre la mamma arranca dietro il passeggino della sorellina più piccola. Eppure, il pulmino della scuola passa a pochi metri: ‘Perché non lo possiamo prendere, mamma?’. Hayat non sa come rispondere. La mamma di Ziyad, ma anche di Soufiane (9 anni), Selma (7 anni) e Miriam (2 anni) è una donna forte di 39 anni, nata in Marocco e, dal 2006, residente a Lodi, quartiere San Feriolo; ma questa storia la sta consumando. ‘Sono molto stanca’, dice con un filo di voce, mentre tira fuori dalla borsa i documenti che è andata a recuperare in Marocco ma che, al momento, non valgono nulla. Almeno per i funzionari del Comune, da cui aspetta invano una risposta da più di un mese”. Secondo le pretese leghiste, appena bocciate dal Tribunale, la mamma marocchina dovrebbe pagare almeno 1.000 euro al mese per mandare a scuola e all’asilo i suoi figli.
Che cosa succederà? Ora non si tratta soltanto di attendere al varco una sindaca e la sua maggioranza, che si riservano di valutare l’opportunità di un ricorso contro la sentenza milanese. Tanto meno c’è in ballo solo l’autorevolezza dell’assessora alle Politiche sociali e alla Famiglia, Sueellen Belloni (deve il nome poco padano al fatto di essere nata nel 1981, quando andava forte la soap americana Dallas, in cui un personaggio si chiama Sue – staccato – Ellen), che ha applicato alla lettera il programma leghista. C’è in gioco per l’ennesima volta anche il “carisma nazionalpopulista” del leader della Lega, vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini: ha lodato gli adepti lodigiani; si è poi dichiarato pronto a schierarsi con loro – a colpi di “è finita la pacchia” – contro le famiglie dei bimbi extracomunitari, definiti “furbetti” con la stessa superficialità con cui l’altro giorno, durante una gita in Israele, ha definito “terroristi” i militanti libanesi di Hezbollah; ha pure invitato il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, a farsi i fatti suoi quando quest’ultimo, a metà ottobre, aveva osato dire: “Deve solamente chiedere scusa. Dopo le scuse questi bambini potranno rientrare tranquillamente nella mensa”.
Tuttavia, neppure il giudizio umano e politico su Matteo Salvini esaurisce la questione. Soprattutto, c’è in gioco la necessità di porre un freno agli esperimenti di “paciosa” pulizia etnica messi in atti dal partito che Salvini rappresenta, da Riace a Lodi, dai porti del nostro Sud ai centri di accoglienza, svuotati col cosiddetto “decreto sicurezza”. La speranza? Che ogni piccola badilata di sabbia e di giustizia possa contribuire a inceppare un meccanismo che fa male a tutti, nella sua apparente banalità.

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