Apertamente

di Stefano Allievi da Left del 2/12/2018 - Per il governo l’immigrazione sembra essere sempre meno un processo da gestire o eventualmente un problema da risolvere: e sempre più un tema da agitare. Non qualcosa di cui occuparsi, ma qualcosa da cui essere occupati. Non qualcosa da fare, ma qualcosa di cui parlare. Per varie ragioni. Nuovi sbarchi praticamente non ce ne sono più, per cui non c’è più da fare la voce grossa contro di essi (appena 6.500 negli ultimi 5 mesi, 978 in novembre, con un drastico calo tendenziale che prosegue da due anni, accentuatosi negli ultimi mesi con il nuovo governo). Ci sarebbe da lavorare per l’integrazione di richiedenti asilo e immigrati: ed è soprattutto qui che emergono le contraddizioni tra politiche dichiarate e decisioni prese con il “decreto Salvini”. Siamo più che d’accordo col ministro che occorra più sicurezza. Siamo meno d’accordo che l’immigrazione sia solo o essenzialmente un problema di sicurezza; e ancora meno che la sicurezza sia solo il frutto di una buona gestione delle migrazioni, comunque auspicabile. Siamo invece molto lontani dal credere che il decreto Salvini, per l’approccio utilizzato nei confronti delle migrazioni, produca più sicurezza: anzi, temiamo precisamente il contrario.

L’abolizione della cosiddetta “protezione umanitaria” tra i motivi per la concessione di un diritto alla permanenza regolare, in astratto può avere senso, limitando la scelta solo tra concessione dello status di rifugiato e suo rifiuto. Molti paesi hanno in effetti solo queste due possibilità: ma proprio per questo sono molto più generosi di noi nella concessione dell’asilo. Noi avevamo questa forma intermedia, molto usata anche nei casi di persone già inserite in percorsi lavorativi e di integrazione, e concedevamo pochi riconoscimenti pieni di asilo: il rischio è che rimangano pochi i riconoscimenti, e sparisca la forma intermedia, con il risultato di ritrovarci più irregolari per strada, dato che difficilmente i non riconosciuti saranno espulsi. Nella stessa direzione va lo spostamento delle persone che non hanno ancora ricevuto il riconoscimento di rifugiati dagli Sprar (i servizi di accoglienza organizzati dai comuni, mediamente abbastanza efficaci) ai centri di accoglienza: ciò che sfavorirà i percorsi di inclusione. Dunque meno integrazione: e cioè meno sicurezza.

Con gli sbarchi ridotti quasi a zero, e la filiera degli arrivi irregolari diventata irrilevante, sarebbe il momento ideale per occuparsi dell’integrazione più veloce possibile di chi c’è già, e programmare i futuri flussi regolari. E invece la linea è ancora quella di aumentare le difficoltà dell’integrazione piena: per esempio, raddoppiando i tempi per l’ottenimento della cittadinanza.

Meno rilevante a questo punto è la mancata firma del cosiddetto “global migration compact”: un’iniziativa simbolica, non vincolante. Ma il fatto di essere in compagnia dei paesi dell’Est e degli USA, e contro l’Europa occidentale, ci isola ulteriormente: in un settore, quello delle migrazioni, che – per definizione, trattandosi di persone che vanno da un paese all’altro – solo nella collaborazione internazionale può trovare risposte efficaci.

La sensazione è insomma che si continui a voler fare politica anziché politiche, come se si fosse ancora all’opposizione anziché al governo, per continuare a sventolare il vessillo dell’immigrazione come problema contro cui scagliarsi, e degli immigrati come soggetti da punire: come emerge dall’emendamento al decreto fiscale sui money transfer, che aggiunge un’odiosa tassa in più proprio sui soldi che dovrebbero aiutare gli immigrati a casa loro, come pure spesso si dice che sarebbe opportuno fare.

Mentre si continuano a eludere i problemi veri, quelli che ci costeranno davvero cari: come la drammatica recessione demografica che stiamo vivendo – e che, come la storia insegna, quasi sempre si traduce in recessione economica. Solo la riduzione della platea di lavoratori apre scenari inquietanti: oggi ci sono 3 lavoratori attivi ogni 2 pensionati; nel 2050, in assenza di immigrazioni, saranno 1 contro 1, con una perdita secca di 10 milioni di lavoratori attivi. Ne vogliamo parlare?

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