Apertamente

di Grazia Naletto da Sbilanciamoci del 16/11/2018 - Emendamento della Lega vuole rifinanziare nella legge di Bilancio il bonus bebé (444 milioni di euro): è il “welfare familiare” del contratto di governo che dimentica l’universalismo e i servizi territoriali. Mancano 50 mila posti negli asili, per la Ue strategici per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Come da tradizione che si rispetti, anche quest’anno è pronto l’ennesimo emendamento al disegno di legge di Bilancio 2019 che dovrebbe reintrodurre il cosiddetto bonus bebè. Nel testo licenziato dal Senato in prima seduta il rifinanziamento del bonus non è infatti previsto. L’emendamento depositato presso la Commissione Bilancio della Camera è stato illustrato dal ministro per la famiglia Lorenzo Fontana e prevede un finanziamento di 444 milioni. La proposta è coerente con il “welfare familiare” evocato nel contratto di governo, che dimentica l’universalismo e rinuncia ad investire nelle infrastrutture territoriali.
Il “premio” del terreno promesso in concessione al terzo figlio previsto dall’art.49 del disegno di legge di Bilancio è da questo punto di vista paradossale e esemplare. In un Paese che continua a invecchiare e in cui ogni donna fa in media 1,26 figli (dati Istat 2016), non si capisce perché si immagini un “premio” solo per il terzo. A meno che non si pensi a una società in cui la donna torni ad avere un ruolo prevalentemente riproduttivo e di cura e sia destinata a dedicarsi ai figli (che devono essere di più e necessariamente bianchi) e agli anziani, magari in sperdute lande disabitate del Belpaese.
Di bonus in bonus
Del resto la pratica di declinare le politiche a sostegno della genitorialità in molteplici erogazioni di tipo monetario viene da lontano, coerente con un modello assistenziale che tende a delegare le funzioni di cura alla famiglia e a privilegiare le misure caritatevoli rispetto al rafforzamento delle infrastrutture e dei servizi sociali pubblici. Dal premio alla nascita introdotto con la legge finanziaria 2006 dal governo Berlusconi, all’istituzione di un Fondo per i prestiti alle famiglie con nuovi nati previsto nella Legge finanziaria 2009, al voucher per l’acquisto di servizi di baby-sitting finanziato dal governo Monti per il triennio 2013-2015 e prorogato nel triennio successivo, all’istituzione del bonus bebè da parte del governo Renzi con la legge di Bilancio 2015, cui si è aggiunto (come misura alternativa a questa) il sostegno alla natalità introdotto con la legge di Bilancio 2017, è stato un pullulare di misure frammentate che non hanno certo risolto il problema di consolidare gli interventi a sostegno della genitorialità.
I servizi per l’infanzia pubblici colpiti dalle politiche di austerità
Negli stessi anni, infatti, il sistema dei servizi sociali territoriali è stato indebolito dalle politiche di austerità e non hanno fatto eccezione i servizi per la prima infanzia che rappresentano un sostegno fondamentale alla genitorialità, oltre che alla crescita e all’inclusione sociale dei bambini. Il livello di copertura, di efficienza e dei costi di questi servizi condiziona per altro fortemente l’inserimento e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro.
Gli ultimi dati Istat disponibili, relativi all’anno scolastico 2014/2015, confermano invece la tendenza dei Comuni a ridurre le risorse destinate a finanziare questi servizi. La contrazione della spesa dei Comuni si riferisce sia agli asili nido che ai servizi socio-educativi integrativi (nidi famiglia, spazi gioco e centri bambini-genitori). Per l’insieme dei servizi socio-educativi la spesa dei Comuni è pari a 1 miliardo e 482 milioni, il 5% in meno rispetto all’anno scolastico 2013/2014. Parallelamente è aumentata la quota di spesa a carico delle famiglie che, sempre considerando il complesso dei servizi, partecipano con una quota del 20,3%.
Le 13.262 strutture censite sul territorio nazionale nel 2014/2015 (gestite direttamente dai Comuni, affidate in gestione a terzi o convenzionate), offrono la disponibilità di 357.786 posti, prevalentemente in nidi e micro-nidi (in cui si concentra l’80,5% dei posti disponibili); le sezioni primavera, che accolgono bambini tra i 24 e i 36 mesi di età, offrono il 10,5% dei posti disponibili, il restante 9% riguarda i servizi integrativi.
La copertura dei servizi rispetto alla popolazione di riferimento (bambini residenti tra 0 e 3 anni) è pari al 22,8%, ancora lontana dal 33% fissato come obiettivo strategico dall’Unione Europea per facilitare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la conciliazione della vita familiare e lavorativa.
Gli utenti effettivi dell’insieme dei servizi socio-educativi sono stati 197.328, oltre 9 mila in meno rispetto all’anno precedente, di molto inferiori, soprattutto in alcune aree territoriali, ai posti resi disponibili: l’aumento delle tariffe previste per accedere ai servizi, in un contesto di crisi, ha evidentemente indotto molte famiglie a non usufruirne.

L’analisi differenziata per le due macro-categorie di servizi consente di apprezzare meglio l’evoluzione che ha interessato il sistema per l’infanzia comunale negli ultimi anni.

Il sistema degli asili-nido si è sviluppato tra il 2008 e il 2012, sia quanto alle risorse pubbliche investite che quanto al numero dei bambini iscritti. A partire dall’anno scolastico 2012/2013 è iniziato a diminuire il numero di utenti e nell’anno scolastico successivo la contrazione è proseguita, sia con riferimento al numero di utenti che delle risorse comunali destinate a finanziare i servizi. Nell’anno scolastico 2014/2015 il numero di bambini iscritti risulta dunque superiore a quello del 2008 (181.162 utenti rispetto ai 176.262 iniziali), ma in calo, e di circa 20 mila unità in meno rispetto all’anno scolastico 2010/2011, quando il numero di iscritti ha raggiunto il picco più alto.

La contrazione della spesa comunale per gli asili nido degli ultimi anni ha accentuato la tendenza, ininterrotta per tutto il periodo considerato, alla crescita della quota di compartecipazione delle famiglie ai costi dei servizi che era pari al 17,9% nell’anno scolastico 2008/2009 e ha raggiunto il 20,4% nell’anno scolastico 2014/2015.
Sia la spesa media per utente che la quota di compartecipazione delle famiglie ai costi dei servizi di asilo nido variano notevolmente nelle diverse aree territoriali del paese. Il Nord dell’Italia si distingue per il maggior contributo richiesto alle famiglie, superiore al 23% della spesa per utente.

La spesa media nazionale per utente è pari a 7.692 euro di cui 6.337 a carico dei Comuni e 1.625 euro a carico delle famiglie; rispetto all’anno scolastico 2008/2009 aumenta di soli 30 euro, ma le famiglie contribuiscono ai costi in media a livello nazionale con 62 euro in più.
La spesa unitaria media varia in modo significativo tra un’area e l’altra del paese, tra le regioni e anche all’interno delle province tra i Comuni capoluogo e quelli periferici.
I servizi socio-educativi integrativi per la prima infanzia sostenuti da Comuni, poco sviluppati nel nostro Paese, sembrano aver subito i maggiori effetti della crisi. Se nel 2008 accedevano a questa tipologia di servizi più di 38 mila bambini, nell’anno scolastico 2014/2015 gli utenti sono poco più di 16 mila. Il dato riflette la progressiva contrazione del sostegno economico Comunale che è sceso dai 59,6 milioni di euro del 2008/2009 ai 39,9 milioni del 2014/2015.
Dei circa 2.119 servizi integrativi mappati sul territorio nazionale, la gran parte, pari al 76,4%, è fornito da enti privati. Nel contesto di un impegno comunale che appare ancora molto contenuto, le regioni che offrono il maggior supporto a questa tipologia di servizi sono la Lombardia, l’Emilia Romagna e la Toscana.
Conclusioni
Un Paese che sia davvero interessato a combattere l’invecchiamento della popolazione, a incentivare la natalità senza riproporre la segregazione delle donne nei ruoli di cura e a supportare la crescita e l’inclusione sociale dei bambini, dovrebbe porsi come obiettivo quello di creare in 5 anni 50 mila nuovi posti nelle strutture per l’infanzia comunali, aumentando le risorse statali destinate ai Comuni e riducendo i costi a carico per le famiglie.
Negli ultimi anni è stato fatto tutto il contrario. Confermando un vizio antico delle politiche di welfare italiane, anziché rafforzare il sistema di infrastrutture e i servizi pubblici, si è preferito optare per erogazioni monetarie individuali. Il bonus bebé è costato 202 milioni nel 2015 e 607 milioni nel 2016 (dati da Rendiconto generale dello Stato) e ha ricevuto stanziamenti per il 2017 e per il 2018 pari a 1.012 milioni. Il nuovo emendamento della Lega al DDL di Bilancio 2019, se approvato, aggiungerebbe altri 444 milioni.
Risorse che potrebbero essere meglio investite in nuovi servizi per l’infanzia pubblici in particolare nelle aree del Sud, dove la carenza dell’offerta contribuisce a frenare l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro nel contesto di una situazione economica e sociale già molto più difficile rispetto alle altre aree del Paese, e nella riduzione delle rette a carico delle famiglie.

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