Apertamente

di Simona Colarizi da Italiani Europei del 17/4/2018 -  Nessuna ricostruzione storica ha la pretesa di raccontare una verità; piuttosto allo studioso si chiede di avvalersi di tutta la documentazione disponibile attraverso la quale interpretare gli eventi, analizzati senza omissioni e senza stravolgimenti sui significati delle fonti usate. Naturalmente, lo storico non può privarsi della sua identità culturale e dei valori nei quali crede che come è ovvio influiscono e condizionano la sua narrazione. Tanto è vero che esistono diverse correnti storiografiche, marxiste, cattoliche, liberali e di estrema destra. Per gli storici che studiano la contemporaneità il problema delle appartenenze politiche diventa ancora più condizionante, considerando quanto abbiano pesato nel dibattito intellettuale le grandi ideologie totalizzanti del Novecento nonché le appartenenze ai partiti. Inevitabile dunque che i lavori degli storici si siano prestati e si prestino a un uso politico. Così come di uso politico si parla troppo spesso per quanto riguarda il revisionismo storiografico che, se basato su fonti inedite e su bibliografie aggiornate, è invece una modalità necessaria e virtuosa per trasmettere saperi non sclerotizzati nel tempo.

La tendenza ad attribuire al revisionismo un significato negativo di manipolazione della storia, fino a identificarlo col negazionismo, è tanto più evidente quanto più la revisione tocchi vulgate storiografiche consolidate o interpretazioni egemoniche che hanno un forte legame con la costruzione di identità collettive, nazionali o partitiche. È stato così a partire dal crollo della prima Repubblica, nel 1994, quando la fine dei vecchi partiti ha messo in crisi il paradigma antifascista che aveva garantito la legittimazione di tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, dal quale erano stati esclusi i neofascisti del MSI e inclusi invece i comunisti. A partire appunto dalla metà degli anni Novanta iniziava dunque una serie di revisioni che venivano immediatamente messe in rapporto col cambiamento intervenuto nel sistema politico dove occupavano la scena con alterne fortune la coalizione guidata da Berlusconi e comprensiva degli ex missini e lo schieramento che univa ex comunisti e cattolici della sinistra democristiana.

Per quanto riguarda le interpretazioni del fascismo, alla fine degli anni Ottanta si era in gran parte placata la ventennale querelle sulla questione del consenso al regime suscitata dalle tesi di Renzo De Felice.1 L’approfondimento e la dilatazione delle ricerche sulla dittatura, basate sull’analisi di una pluralità di fonti, avevano consolidato una storiografia che aveva superato la semplicistica visione del fascismo come male assoluto estraneo e sovraimposto a un popolo privato della libertà e ridotto in schiavitù. Si era invece affrontato il problema degli strumenti con i quali il regime si era assicurato solide basi di massa, nonché la questione di fondo sulla quantità e soprattutto la qualità delle adesioni riscosse dal fascismo nelle loro diverse sfumature – consenso passivo, attivo, convinto, estorto – compresa anche la categoria del “mussolinismo”. Una categoria ambigua, quest’ultima, che si traduceva in un largo gradimento nei confronti di Mussolini, le cui responsabilità venivano separate da quelle dei fascisti che lo avevano ingannato e trascinato a compiere i due errori fatali (l’alleanza con la Germania e la guerra). Si trattava appunto solo di uno tra i tanti aspetti del rapporto italiani-fascismo, ma a partire dagli anni Novanta, il “mussolinismo” veniva elevato a chiave interpretativa del ventennio fascista attraverso un processo di revisione sciatto e deformato da un punto di vista della ricerca storica, ma funzionale ai partiti della destra che intendevano trasmettere al paese proprio questa visione edulcorata del passato fascista.

Questa vulgata è stata fermamente contestata da Emilio Gentile, cui va il merito di aver rilanciato gli studi sul fascismo proponendone una nuova interpretazione con accenti polemici persino nei confronti di De Felice che pure era stato il suo maestro.2 Non che Gentile disconosca i larghi consensi riscossi dalla dittatura, ma ha cambiato sostanzialmente lo scenario rispetto alla versione di De Felice sulla quale si era innescata appunto la categoria del “mussolinismo”. De Felice infatti aveva interpretato il consenso al fascismo come il risultato delle politiche assistenziali del regime – dall’Opera di maternità e infanzia alle bonifiche, in estrema sintesi – pubblicizzate dalla macchina mediatica della dittatura e trasmesse attraverso le capillari strutture organizzative. Politiche gestite in sostanziale accordo con i poteri paralleli forti, la Chiesa innanzitutto, ma anche la monarchia, i militari, gli industriali e l’intero apparato burocratico rimasto sostanzialmente lo stesso del vecchio Stato liberale. Da qui la visione di una dittatura in condominio con altri poteri, una diarchia o addirittura una poliarchia in cui si diluiva la stessa sostanza dittatoriale e liberticida.

Gentile rifiuta nettamente questa interpretazione attraverso una vasta ricerca sulla radice totalitaria dell’ideologia fascista, dello Stato fascista e persino dei consensi al regime. A suo giudizio è insomma il totalitarismo a portare al successo il fascismo; un totalitarismo con le stesse caratteristiche di religione laica che si ritrovano nel nazismo e nel comunismo. Si era in sostanza realizzata la fascistizzazione integrale della società italiana e la costruzione dell’uomo nuovo fascista nel nuovo Stato fascista. Calava dunque il sipario sul presunto “buonismo” dei fascisti, funzionale anche al mito degli “italiani brava gente”, già ampiamente smentito dalle ricerche sulle guerre del duce, ma anche sulla questione degli ebrei in Italia, oggetto di recenti studi che hanno confermato quanto diffusa e profonda fosse l’adesione all’ideologia fascista, al razzismo e all’antisemitismo.3 Naturalmente non è chiusa la questione sull’interpretazione del fascismo offerta da Gentile, se si guarda al libro appena pubblicato di Guido Melis che riapre fin dal titolo la polemica sul totalitarismo del regime, partendo proprio dall’analisi dell’edificio statale, un progetto in teoria totalitario, ma, secondo Melis, rimasto largamente incompiuto, imbrigliato nei tentacoli di una burocrazia immobile e dominante nel tempo.4

I vari revisionismi sulla storia del fascismo hanno interessato in parte anche una rilettura della seconda guerra mondiale, specie per quanto riguarda il rapporto militari-monarchia-fascismo che ripropone il dilemma Stato totalitario o diarchia, nonché l’accennata polemica sugli “italiani brava gente”.5 Su quest’ultimo tema si segnalano le ricerche innovative sulla guerra nei Balcani6 e gli studi sulle vicende dei militari italiani prigionieri degli alleati e dei sovietici, e poi dopo l’8 settembre 1943 finiti nei campi di concentramento nazisti.7 Si tratta di una serie di lavori che incrociano direttamente la storia della Resistenza, grazie a una revisione del ruolo a lungo sottostimato dei militari nella lotta di liberazione nazionale. Non si tratta solo di dare conto di quale sia stato effettivamente il peso delle formazioni autonome guidate dagli ufficiali del regio esercito rimasti fedeli al re, ma di aprire ex novo una pagina di storia che indaga sulle motivazioni etiche e sugli ideali in nome dei quali viene compiuta la scelta antifascista o comunque matura la decisione di non aderire a Salò. D’altra parte sull’intera vicenda della resa dell’Italia l’8 settembre 1943, Ernesto Galli della Loggia aveva già negli anni Novanta aperto la querelle sulla “morte della patria”, ampliando la visione tradizionale ferma alle responsabilità della monarchia, al più complesso problema dell’identità nazionale.8

La Resistenza è stata del resto un terreno fertile per le revisioni, tanto più che negli anni Sessanta si era più o meno consolidata una versione ufficiale su cui convergevano tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, cioè la Resistenza come Secondo Risorgimento – tutto, appunto, in maiuscolo. Un risorgimento che aveva liberato nuovamente l’Italia dall’oppressione straniera, questa volta però grazie a un moto insurrezionale di tutto il popolo, sceso armi alla mano a difendere la sua libertà. Quanto fosse imbevuta di vuota retorica questa ricostruzione storica, diventava evidente nei primi anni Novanta con il libro di Claudio Pavone. Fin dal titolo Pavone proponeva un’interpretazione della Resistenza come guerra civile, alla quale attribuiva pieno valore etico,9 col risultato di stracciare il velo della concordia politica che aveva in sostanza oscurato la durezza dello scontro in atto tra fascisti e antifascisti. Riportata la guerra di liberazione nazionale contro i nazisti alla dimensione dello scontro fratricida, lo scenario resistenziale si presentava assai più articolato e conflittuale nelle sue motivazioni ideali, nei metodi di lotta, nella visione del futuro. Per la storiografia di sinistra che maggiormente aveva contribuito a costruire la vulgata resistenziale era una sfida perché il lavoro di Pavone apriva, volente o nolente l’autore, una serie di percorsi di revisione destinati a suscitare polemiche tra gli storici e tra i politici. Uno dei dibattiti più complessi ha riguardato la cosiddetta “zona grigia”, cioè quale significato e quale peso attribuire all’attendismo della popolazione contrapposto alla mobilitazione partigiana; un confronto che necessariamente si è allargato alla questione di quanto ampia fosse la sfera delle “lealtà” al fascismo10 – tema, quest’ultimo, culminato nella querelle sulle memorie di un autorevole storico, Roberto Vivarelli, che arruolatosi giovanissimo nelle brigate nere di Salò, in vecchiaia aveva difeso questa scelta.11 Naturalmente sono tutti percorsi di revisione fortemente influenzati dallo “sdoganamento” della destra che aveva accompagnato la trasformazione del MSI in Alleanza Nazionale, portandola al governo nella coalizione di Berlusconi. Contro i revisionisti dunque la sinistra lanciava l’accusa se non proprio di negazionismo, certo di voler creare un nuovo senso comune storiografico che ingannevolmente parificava fascismo e antifascismo. Accuse ribadite con forza anche contro storici e giornalisti che hanno aperto la pagina delle violenze partigiane contro i fascisti e tra gli stessi militanti antifascisti.12 Accuse che Giampaolo Pansa rinviava al mittente invitando gli storici della sinistra a riscrivere la storia della Resistenza.13 E via di questo passo, perché un’aggressione alla sinistra antifascista sono stati considerati anche gli studi sulle foibe e in genere sulla resistenza titina.14 A mio giudizio però in questi casi piuttosto che di revisione si deve parlare di veri e propri nuovi campi di ricerca rimasti largamente inesplorati, proprio per la reticenza ad affrontare argomenti considerati scomodi dagli storici marxisti.





[1] Delle opere di R. De Felice, oltre alla monumentale biografia di Mussolini, si veda in particolare Le interpretazioni del fascismo, Laterza, Bari 1969.

[2] Tra i molti lavori di E. Gentile si veda in particolare La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, Carocci, Roma 2008.

[3] A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. 2, Mondadori, Milano 1999; M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzioni, Einaudi, Torino 2000; S. Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei 1943-1945, Feltrinelli, Milano 2015.

[4] G. Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018.

[5] A. Del Boca, Italiani brava gente, Neri Pozza, Vicenza 2005.

[6] E. Aga Rossi, M. T. Giusti, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945, il Mulino, Bologna 2011.

[7] L. Zani, “Resistenza a oltranza”. Storia e diario di Federico Ferrari, internato militare in Germania, Mondadori, Milano 2009; M. T. Giusti, I prigionieri italiani in Russia, il Mulino, Bologna 2014.

[8] E. Galli della Loggia, La morte della patria, Laterza, Roma-Bari 1996.

[9] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[10] R. De Felice, Il rosso e il nero, Baldini & Castoldi, Milano 1995.

[11] R. Vivarelli, La fine di una stagione. Memoria 1943-1945, il Mulino, Bologna 2000.

[12] Tra i tanti lavori di G. Pansa sul tema si veda Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2003.

[13] G. Pansa, Uccidete il comandante Bianco, Rizzoli, Milano 2018.

[14] Tra i numerosi lavori su questo tema si veda G. Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori, Milano 2002.

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