Apertamente

di Maurizio Ambrosini da LaVoce.info del 27/6/2017 - Il Senato discute tra aspre polemiche la legge sul cosiddetto ius soli, che stabilisce nuove regole per la concessione della cittadinanza. Tra l’altro, prevede un riconoscimento del ruolo della scuola quale istituzione centrale per la formazione dei cittadini. Come si definisce una nazione. Non c’è da stupirsi se sulla legge di riforma della cittadinanza, il cosiddetto ius soli (che tale non è), si siano registrate intemperanze al Senato e voltafaccia politici, come quello clamoroso dei 5 Stelle. Le urne si avvicinano e le politiche legate all’immigrazione sono diventate una materia incandescente, su cui scoppiano tumulti parlamentari che un tempo riguardavano temi come l’adesione alla Nato o la legge elettorale. Per alcuni aspetti, si può comprendere l’accanimento, giacché la posta sul piano simbolico è elevata: si tratta di decidere chi vogliamo come concittadini e a quali condizioni. Anche se i sondaggi sono da tempo favorevoli alla riforma, quando si viene al dunque non tutti sono pronti ad accettare l’idea che si possa essere italiani con la pelle scura, con gli occhi a mandorla, con il velo o con il turbante. La realtà sociale del paese però è già questa, con 1,1 milioni di minori di origine immigrata, più altri diventati maggiorenni dopo essere passati attraverso le nostre scuole. La visione ottocentesca della nazione del Manzoni, come «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» (Marzo 1821) non è da relegare in soffitta, ma è di certo destinata a essere ridefinita e negoziata in termini nuovi.
Vale la pena di ricordare che con la legge attuale, adottata nel 1992, noi riconosciamo automaticamente come italiani i lontani discendenti di antichi emigranti che non hanno mai visto il nostro paese, non ne conoscono la lingua, la storia e le istituzioni, ma hanno la fortuna di avere qualche goccia di sangue italiano nelle vene. La legge è l’espressione di una visione della nazione come comunità etnica, basata su legami di discendenza e di sangue, o al più di matrimonio, che gode di un trattamento relativamente privilegiato rispetto alla media europea. Una visione in cui l’ethnos (per l’appunto la comunità etnica) coincide naturalmente con il demos, ossia la popolazione atta alla democrazia (Seyla Benhabib), imponendo invece una lunga attesa per i residenti non etnici. Suona curioso che l’automatismo del diritto di sangue appaia pacifico, mentre l’attribuzione della cittadinanza a giovani cresciuti qui, ma non appartenenti alla nazione “etnica” italiana, sembri ad alcuni una concessione troppo generosa.
Un ruolo alla scuola
In un caso come questo è raccomandabile cercare di comprendere come si sono mossi gli altri paesi occidentali, e soprattutto i nostri vicini europei. In sintesi: l’attuale legge italiana sulla cittadinanza, dopo la riforma di quella greca, è la più restrittiva dell’Europa occidentale insieme alla normativa del piccolo Lussemburgo. Molti paesi democratici hanno adottato nel tempo norme tese ad agevolare l’acquisizione della cittadinanza per i giovani che sono nati o cresciuti per un certo numero di anni sul territorio nazionale, pur moderando l’automatismo dello ius soli: l’acquisizione secca della cittadinanza alla nascita per tutti resiste ormai principalmente negli Stati Uniti. Questo principio infatti ha un difetto: discrimina tra fratelli e sorelle, privilegiando chi è nato nel paese ricevente rispetto a chi è nato, magari un paio di anni prima, in un altro.
La norma in discussione al Senato prevede in sostanza tre percorsi di acquisizione della cittadinanza. Il primo è lo ius soli “temperato” per minori nati qui, ma con almeno un genitore in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo, a sua volta vincolato a criteri di anzianità di residenza, reddito, idoneità abitativa. Il secondo, piuttosto innovativo (esiste un istituto del genere in Germania) è il cosiddetto ius culturae: ai minori nati in Italia o arrivati entro i dodici anni, viene riconosciuto il diritto alla cittadinanza quando abbiano frequentato regolarmente nel nostro paese un percorso formativo di almeno cinque anni. Il terzo percorso, di natura discrezionale, prevede la possibilità della concessione di cittadinanza a chi arriva prima della maggiore età, risiede da almeno sei anni e ha seguito con successo un ciclo di studi o un corso di formazione professionale.
Riconoscere la cittadinanza a chi si forma qui, frequenta per anni le stesse scuole degli altri ragazzi, imparando lingua, letteratura, storia del nostro paese ha un chiaro significato culturale e ancora una volta simbolico: dice che l’Italia è di quanti la vivono, la conoscono e la costruiscono ogni giorno, indipendentemente dalle loro origini. È anche un riconoscimento del ruolo della scuola, come istituzione centrale per la formazione dei cittadini. Ed eventualmente questo ruolo potrebbe essere rafforzato con il rilancio dell’educazione civica di cui da tempo si parla: ovviamente per tutti gli studenti, non solo per quelli di origine straniera. Di nuovo, è strano che ci si preoccupi di verificare la conoscenza di istituzioni e norme costituzionali da parte dei giovani provenienti da famiglie immigrate, e si dia invece per scontato che quanti crescono in famiglie etnicamente italiane le conoscano e vi aderiscano per diritto naturale. Nello stesso senso andrebbe anche un effettivo potenziamento del servizio civile “universale” voluto dalla riforma del terzo settore: un periodo di tempo per l’esercizio pratico della cittadinanza come servizio alla collettività, nelle moltissime forme possibili, accompagnato da un’adeguata formazione anche civica.
Non si vede invece quali vantaggi porti a una società nazionale demograficamente esangue la prolungata esclusione di oltre un milione di giovani. Non appare un incentivo ad amare l’Italia e a sentirla come la propria patria.

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