Apertamente

di Marco Cucchini da LaVoce.info del 9/6/2017 - La legge elettorale in discussione in parlamento prevede il ritorno dei collegi uninominali seppure in un impianto complessivo di tipo proporzionale. Ma perché si crei un vero legame tra territorio, eletti ed elettori, servono alcuni accorgimenti. Candidati davvero locali . Se non interverranno colpi di scena, la riforma elettorale – “treno che si incaglia in tutte le stazioni” per citare Giovanni Sartori – sancirà il ritorno dei collegi uninominali, ancorché solo “simil-tedesco”, cioè solo per il 35 per cento dei seggi totali e con un impianto complessivo di tipo proporzionale. Si tratta di una svolta potenzialmente positiva: la rappresentanza articolata su aree ristrette e la necessità oggettiva per l’eletto di conoscere ogni borgo, fabbrica, associazione aiuta a rilegittimare la politica, purché si tenga conto di alcuni dettagli tecnici di importanza solo apparentemente secondaria. Innanzitutto, per evitare il fenomeno dei candidati “paracadutati” in collegi con i quali non hanno alcun legame – consuetudine deleteria negli anni del Mattarellum – sarebbe opportuno prevedere che il candidato nell’uninominale debba essere originario o residente nella regione nella quale il collegio è inserito: solo così l’eletto sarà effettivamente il rappresentante del territorio di espressione, analogamente con quanto già previsto per i candidati nella circoscrizione “estero”. A maggior ragione, se si vuole creare realmente un legame tra territorio, eletto ed elettori, la previsione del testo base che consente al medesimo candidato di essere inserito in un collegio uninominale e in ben tre diverse liste circoscrizionali va senza dubbio eliminata.
Altro aspetto solo apparentemente secondario è la possibilità di differenziare il voto nell’uninominale da quello per il listino di partito. Nel testo base non è previsto il voto disgiunto e questo potrà indurre a “partitizzare” anche il voto di collegio, mettendo in secondo piano uno degli aspetti ritenuti più positivi dell’uninominale: la valorizzazione delle individualità al di là dell’appartenenza a un partito. È una delle caratteristiche peculiari del sistema tedesco, dove il “coordinamento strategico” tra i due voti (quello di collegio e quello di lista) col passare del tempo ha indotto una quota rilevante di elettori a differenziarli proprio per arrivare a una maggiore personalizzazione della scelta, pur in presenza di un meccanismo di riparto dei seggi pienamente proporzionale.
A ciò si collega un’altra notazione: il principio che ogni vincitore di collegio sia comunque eletto. Il dogma di un “proporzionale al 100 per cento”, pur in assenza di un numero di parlamentari variabile (condizione propria del sistema tedesco), non dovrebbe comunque portare all’assurdo che chi vince nell’uninominale non sia eletto, perché allora la competizione di collegio diventerebbe per certi versi secondaria rispetto a quella di lista.
La soluzione più vicina alla massima proporzionalizzazione è lo scorporo totale dei voti ottenuti nei collegi vincenti per procedere solo dopo questa operazione all’attribuzione dei seggi con riparto proporzionale. Sarebbe stata senz’altro la via maestra da percorrere, sembra invece che il legislatore si sia orientato verso la riduzione del numero complessivo dei collegi, così da rendere minimo (anche se tecnicamente ancora possibile) il rischio che un vincitore di collegio alla fine non risulti eletto.
Come riequilibrare la rappresentanza
Per quanto riguarda la parte proporzionale, il sistema tedesco prevede liste bloccate con modalità di selezione delle candidature disciplinate per legge. Dovrebbe essere un criterio al quale ispirarsi anche come alternativa al voto di preferenza, che estende sì la facoltà di scelta dell’elettore, ma comporta il rischio di una deriva clientelare. Sarebbe poi saggio evitare di ricorrere alla “doppia preferenza di genere” quale meccanismo di riequilibrio della rappresentanza. La “doppia preferenza”, infatti, ha due problemi potenziali: favorisce le cordate elettorali (contro le quali si era espresso il voto referendario nel 1991 perché fonte di inquinamento del voto) e non agevola i “battitori liberi”, dal momento che i due candidati uniti in matrimonio elettorale possono precludere l’affermazione di terzi non inseriti pienamente negli equilibri interni ai singoli partiti.
Per aumentare la presenza femminile in parlamento, meglio sarebbe riflettere su quello che ho definito “collegio binominale di genere”, rielaborazione di ipotesi un po’ di nicchia, ma sulle quali si sono in passato spesi anche nomi importanti, come ad esempio Lorenza Carlassare. Il funzionamento sarebbe semplice: in ciascun collegio ogni partito presenta non un solo candidato, ma due di genere diverso; l’elettore ne sceglie uno e il collegio è attribuito al partito che ottiene la combinazione sommatoria maggiore, mentre l’eletto è tra i due candidati quello con più voti. Il meccanismo comporta la necessità di schierare due candidature forti e capaci di essere aggreganti oltre lo stretto recinto del partito di provenienza.
Non è tecnicamente difficile, ma richiederebbe un salto di qualità nel dibattito tra i partiti che, francamente, non pare all’orizzonte.

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