Apertamente

di Marco Almagisti e Paolo Graziano da Italiani Europei del 9/1/2017 - In gran parte dei paesi europei, sia dal punto di vista delle linee programmatiche seguite che sotto il profilo della leadership, si possono identificare due sinistre: per quanto riguarda i programmi, è evidente come si sia sviluppata una frattura crescente tra una sinistra sostenitrice dello sviluppo a prescindere dalle modalità con cui esso si articola, e una più attenta a conciliare sviluppo ed equità sociale, anche a costo di produrre un maggior attendismo decisionale. Sotto il profilo della leadership, a causa della crescente personalizzazione della politica, nei partiti socialisti europei si stanno scontrando, o si sono in vario modo scontrate, personalità antiche e nuove.

Come superare l’impasse che ne deriva? Come trovare una “sintesi” tra diverse posizioni senza prendere il tempo che tale sintesi può richiedere? Servono luoghi di confronto pacato, costruttivo, trasparente. Servono laboratori di politica in cui esprimere idee e non personalismi. Laboratori di politica in cui costruire politiche adatte a gestire la straordinaria, e per taluni spaventevole, realtà attuale.

Il dibattito sul referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre ha mostrato quanto le lacerazioni ideali, strategiche e tattiche siano profonde nella sinistra italiana. Le tensioni interne al Partito Demo­cratico ne sono una dimostrazione lampante. Per la verità, come è noto, la sinistra divisa non è fenomeno solamente italiano. Anche il Partito Socialista francese, per molti anni compatto intorno al suo leader, è da tempo diventato un terreno di conflitto quotidiano, e con ogni probabilità il confronto – anche molto aspro – tra le due anime del PS (una più legata alla tradizione socialista, una più in li­nea con le innovazioni della Terza via di Blair e la sua variante tedesca di Schröder) non faciliterà la (ri)conquista dell’Eliseo nelle elezioni presidenziali del prossimo anno. Più di recente, anche in Spagna la frattura lacerante che ha portato al governo il Partito Popular grazie all’astensione del Partito Socialista dopo il colpo di mano di Javier Fernandez e Susana Diaz ai danni del segretario Pedro Sánchez, mo­stra quanto le divisioni siano diffuse in vari paesi europei. Infine, anche nel Regno Unito, ancor prima della Brexit, le due anime del Partito Laburista hanno dato vita a uno scontro interno senza pre­cedenti che ha visto Jeremy Corbyn trionfare due volte ma aprendo molte ferite nel cuore del partito.

Le differenze tra le “due sinistre” sono programmatiche e di leadership. Semplificando non poco, sotto il profilo dei programmi, è evidente come si sia sviluppata una frattura crescente tra una sinistra sosteni­trice dello sviluppo a prescindere dalle modalità con cui esso si arti­cola, e una sinistra più attenta a conciliare sviluppo ed equità sociale – anche a costo di produrre un maggior attendismo decisionale. Sot­to il profilo della leadership, a causa della crescente personalizzazione della politica, nei partiti socialisti europei si stanno scontrando, o si sono in vario modo scontrate, personalità antiche e nuove (Mili­band-Corbyn, Hollande-Macron, D’Alema/Bersani-Renzi).

L’asprezza del contrasto spesso ha offuscato le ragioni ideali o pro­grammatiche dello scontro. Ciò vale in particolare per il contesto italiano, dove in più occasioni le differenze ideali hanno assunto i contorni di un mero scontro personale tra leader.

Concentrandosi sulle differenze ideali o programmatiche, a noi pare opportuno evidenziare alcune questioni di fondo, che animano tali conflitti, al di là delle legittime aspirazioni dei singoli leader, e che hanno a che fare con la crisi della globalizzazione neoliberista entro cui si iscrive il declino della Terza via blariana nella sinistra europea e di quella clintoniana negli Stati Uniti. Come è noto, questo bre­ve scorcio del nuovo millennio ha mutato drasticamente lo scenario degli anni Novanta, in cui la Terza via sembrava ormai diventata egemone: l’11 settembre 2001 è divenuto una data periodizzante in grado di dissolvere molte illusioni di pace e prosperità cullate al mo­mento del crollo del muro di Berlino. Quella data ci ricorda che non vi è stata alcuna “fine della storia” nel 1989 e il mondo è percorso da molteplici linee di conflitto. Inoltre, dal 2007 i regimi democratici debbono fronteggiare una crisi economica prolungata, che infrange molte convinzioni illusorie circa la capacità di autoregolazione del capitalismo globalizzato e la riproducibilità nel tempo dello Stato so­ciale. Questi processi chiamano in causa identità e proposte sia della destra sia della sinistra, in Europa e non solo. La destra tradizionale deve subire ovunque la concorrenza di leader o neoformazioni di destra più radicali, che tematizzano soprattutto le questioni dell’inadeguatezza (oppure peggio) dell’establishment e del contrasto all’immigra­zione (e, in Europa, dell’antieuropeismo). La sinistra che si riconosce nell’Internazionale so­cialista sembra in grande difficoltà nell’identifi­care una proposta credibile che contrasti effica­cemente la narrazione neopopulista.

Solo in alcuni casi, soprattutto per effetto del­la crisi economica e delle politiche di austerità in alcuni paesi del Sud Europa – in Grecia con SYRIZA, in Spagna con Podemos – si sono af­fermate nuove formazioni di sinistra più radicali, ma non estremiste, che hanno contestato i partiti tradizionali, compresi quelli appar­tenenti all’Internazionale socialista, considerati incapaci di offrire risposte efficaci alla crisi. Podemos e SYRIZA sono forze che raccol­gono la protesta antiestablishment nei loro paesi ma, a differenza ad esempio del Movimento 5 Stelle in Italia, sono più disponibili verso l’immigrazione e non sono antieuropeiste. Esse criticano le misure di austerità e sostengono proposte politiche miranti a coniugare il tema tipicamente socialdemocratico della salvaguardia dello Stato sociale con forme di partecipazione diretta dei cittadini per mezzo dei social media.1 La critica alla Terza via non comporta necessariamente la nascita di neoformazioni di sinistra: in Inghilterra la stabilità strut­turale del sistema politico britannico non ha consentito la nascita di significative neoformazioni, ma il declino del blairismo ha con­sentito al socialista radicale Corbyn di “scalare” la guida del Labour Party, conquistando la base del partito con la sua proposta contraria alla Terza via e all’eredità di Blair, resistendo all’ammutinamento del gruppo parlamentare laburista dopo la Brexit. Storicamente, non è una novità che i rapporti all’interno della si­nistra europea siano molto travagliati: in particolare, il conflitto tra socialisti e comunisti ha caratterizzato gran parte del XX secolo. L’i­nizio del XXI secolo potrebbe passare alla storia come il consolidamento della divisione tra due sinistre: una sinistra di governo (più o meno sem­pre e comunque) e una sinistra sociale più atten­ta ai valori di eguaglianza e solidarietà. Ciò non significa che non vi siano esponenti della sini­stra di governo che abbiano a cuore eguaglianza e solidarietà, né che non vi siano aspirazioni di governo tra alcuni rappresentanti della sinistra sociale (basti considerare l’intera vicenda di Tsi­pras in Grecia). Significa, però, che le differenze di fondo emergono sistematicamente quando sono in discussione temi importanti per un paese (quali la decisione di sostenere o meno un governo, o di sostenere o meno la costruzione politica europea).

Come superare l’impasse? Innanzitutto vi deve essere la volontà di un confronto serio sui contenuti che eviti, o perlomeno attenui, lo scontro tra leader o aspiranti leader. Questo aspetto comporta la vo­lontà di gettare le basi di una politica partecipativa in cui la leadership sia una delle questioni decisive e non l’unica finalità del confronto politico. Ciò appare particolarmente difficile in un contesto in cui l’ampia diffusione dei social media non ha fatto altro che accentuare la personalizzazione della politica e la sua disintermediazione. Ma se noi sappiamo che i social media sono strumenti essenziali della comu­nicazione politica moderna e che essi consentono di entrare in relazio­ne con milioni di persone, dobbiamo pur tenere presente che la stessa comunicazione politica avviene attraverso canali differenti e differenti modalità, abbisogna di riflessioni adeguate ai tempi, di occasioni di incontro e di confronto. Come trovare una “sintesi” tra diverse posi­zioni senza prendere il tempo che tale sintesi può richiedere? Servono luoghi di confronto pacato, costruttivo, trasparente – non lontano dai riflettori, bensì senza cercare i riflettori mediatici per incrementare la propria personale visibilità o rafforzare il proprio fascino di leader. Servono laboratori di politica in cui esprimere idee e non personali­smi. Laboratori di politica in cui costruire politiche adatte a gestire la straordinaria, e per taluni spaventevole, realtà attuale. Nessuno rimpiange le scuole di “centralismo democratico”, i loro tempi e le loro liturgie. Ma quello che molti invocano sono luoghi di discussione e condivisione che consentano alla sinistra di ritrovarsi e ambire a governare restando fedele ai propri principi distintivi e ispiratori.

Nel caso della sinistra italiana, sia Renzi sia Ven­dola sono (stati) esempi di innovazione nel me­todo: i cinque minuti concessi agli interventi da Renzi alla Leopolda sono lontani anni luce dalle modalità di funzionamento dei dibattiti nel vec­chio Partito Comunista Italiano o anche nel Par­tito Democratico “prima maniera”. Le “fabbriche di Nichi” – perlomeno inizialmente – costituiva­no interessanti strumenti di confronto e di aggre­gazione di proposte politiche. Il limite emerso in entrambi i casi è un eccesso di personalismo – e nel caso di Renzi una piena adesione alla sinistra blairiana – che ha reso impossibile un’innovazio­ne in grado di riconciliare le due sinistre. E non è un caso che, perlo­meno finora, non vi siano stati tentativi seri di riaggregare la sinistra: anzi, la netta sconfitta, tramite il referendum del 4 dicembre, della proposta di riforma costituzionale Renzi-Boschi ha acuito la confit­tualità interna al Partito Democratico e il rischio di scissione rimane elevato. Così come non è un caso che il Movimento 5 Stelle si sia appropriato di molte questioni ritenute salienti da chi avrebbe voluto una sinistra unica e invece si è trovato in mezzo a guerre di leadership che tenevano spesso in poco conto le reali esigenze dell’elettorato, soprattutto quello meno abbiente. In altri termini, senza riconcilia­zione le sinistre potrebbero entrambe essere artefici di un ulteriore incremento di consensi a favore del Movimento 5 Stelle.

In effetti, l’unica possibilità rimasta per riaprire un dialogo tra le due sinistre e provare a contendere questioni rilevanti al Movimento 5 Stelle è valorizzare l’unità ideale e di leadership, come è avvenuto – a livello locale – nella primavera del 2011 a Milano con Pisapia e a Cagliari con Zedda, per fare solo due esempi. In entrambi i casi, le candidature e, nel complesso, anche l’attività di governo hanno generato consenso: Pisapia sarebbe stato probabilmente rieletto se si fosse candidato, mentre Zedda è stato riconfermato con un risultato davvero notevole, il 50,9% dei consensi, che gli ha consentito di essere rieletto al primo turno. Una novità in questa prospettiva arriva da Berlino, dove, dopo lunghe trattative, il sindaco socialdemocrati­co Michael Müller sta dando vita a una coalizione “rosso-verde” con Linke e Verdi, in controtendenza rispetto allo scenario della Grosse Koalition, dominata dal partito di Angela Merkel.2 Si potrebbe obiet­tare che il governo del paese non è semplice come il governo di una città: certo, ma se non ci si prova neppure il rischio molto reale è che in un futuro prossimo non ci sarà più nessun conflitto tra due sinistre: entrambe saranno scomparse, essendosi trasformate in neo­liberismo mascherato o in nostalgia politica.

[1] M. Almagisti, Una democrazia possibile. Politica e territorio nell’Italia contemporanea, Carocci, Roma 2016; M. Almagisti, P. Graziano, Astensione, non chiamatelo disinteresse, in “il manifesto”, 7 giugno 2016.

[2] S. Canetta, La svolta di Berlino, una coalizione «rosso-verde» governerà la città, in “il manifesto”, 18 novembre 2016.

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