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Fenomeni migratori e mutamenti sociali

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In questa comunicazione mi riferirò ai fenomeni migratori perché sono fenomeni difficilmente riducibili a interpretazioni unilaterali e investono la totalità degli aspetti del vivere insieme; consentono inoltre un “effetto specchio”, evidenziando le caratteristiche del sistema sociale entro cui gli immigrati si inseriscono.

In tal senso la discussione sugli immigrati è anche, sempre, una riflessione sul “noi”. Ritengo non sia utile abbondare con i “numeri”; ve ne proporrò solo alcuni di sfondo, soffermandomi poi su una dimensione particolare degli studi sui fenomeni migratori: quella delle giovani generazioni, con particolare riferimento alla scuola; una prospettiva utile per leggere il contesto più ampio.

Alcuni dati
L’ultimo aggiornamento Istat riferisce di una popolazione di cittadinanza non italiana che, al primo gennaio 2009, è pari a 3.891.295 persone, pari al 6,5% del totale dei residenti. [Rispetto al 1° gennaio 2008 sono aumentati di 458.644 unità (+13,4%); si tratta di un  incremento ancora molto elevato, sebbene inferiore a quello dell’anno precedente (+16,8%)].

Sul totale dei residenti di cittadinanza straniera quasi 519 mila sono nati in Italia (72.472 nel solo anno 2008). Essi costituiscono il 13,3% del totale degli stranieri residenti e, non essendo immigrati, rappresentano una “seconda generazione” in quanto la cittadinanza straniera è dovuta unicamente al fatto di essere figli di genitori stranieri;  costituiscono la componente più rilevante dell’aumento complessivo dei minori di cittadinanza straniera.

Considerando solo i primi cinque paesi (Romania, Albania, Marocco, Repubblica Popolare Cinese e Ucraina) si arriva al 50% del totale dei residenti stranieri (un milione e 966 mila).

I cittadini rumeni, con quasi 800 mila residenti al 1° gennaio 2009, costituiscono la comunità straniera più numerosa (20,5%). Al secondo posto in ordine di importanza numerica si trova la comunità albanese (11,34%), con oltre 441 mila residenti e un incremento rispetto al 1° gennaio 2008 del 9,8%. Seguono i cittadini marocchini (10,37%), che nel 2008 sono aumentati del 10,3%, raggiungendo le circa 404 mila presenze, i cinesi (4,37%, oltre 170 mila, +8,8%) e gli ucraini (circa 154 mila, 3,95%, +16%).

Spostandoci dal quadro nazionale al contesto friulano, la “gerarchia” delle cittadinanze è tale: il 17,8% di presenze romene, il 13,4% di presenze albanesi e il 9,8% di presenze serbe. Il Friuli Venezia Giulia attesta il 7,7% di residenti stranieri sul totale dei residenti in Friuli Venezia Giulia. A Monfalcone risiedono 3.713 cittadini stranieri, su un totale di 28.035 residenti (siamo quindi oltre il 10%).

Prima di procedere è forse utile qualche annotazione “demografica”: tra il 1998 ed il 2008 la popolazione del Nord Est è aumentata di 500.000 persone; la sua età media è aumentata di un anno e mezzo (da 41,7 a 43,2 anni), meno che in Italia (+2,1 anni). Il rallentamento dell’invecchiamento è dovuto alla giovane età degli stranieri, che in media hanno poco meno di 30 anni. Sono aumentati gli anziani e, specialmente, i grandi anziani (gli ultra-ottantenni sono passati dal 4,3% al 5,6%). Nel corso del decennio, è cresciuta anche la fecondità, superando dopo molti anni gli 1,4 figli per donna; un incremento dovuto sia al recupero di nascite di donne italiane con più di 30-35 anni sia alla natalità un po’ più alta di donne straniere. Per volgere lo sguardo al futuro, è utile approfittare delle proiezioni Istat pubblicate a metà 2008. Dei tre scenari ipotizzati, alto, centrale e basso  (quello centrale è lo scenario medio), lo scenario centrale prevede che nel 2029 gli abitanti del Nord Est di origine straniera saranno il 17%, con incidenze molto diverse per fascia di età. Nella fasce d’età più giovani dei 50 anni ci si attesterà su percentuali del 20%/25%, con valori molto bassi  tra gli anziani. L’aumento dei grandi anziani manterrà sostenuta la richiesta di manodopera per i servizi domestici. La decrescita della popolazione nelle province del Nord Est sarà scongiurata dalle migrazioni.
E per quanto concerne l’invecchiamento? I flussi migratori potranno rallentare, ma non impedire un consistente invecchiamento della popolazione, dovuto ai continui progressi della sopravvivenza in età anziana. Particolarmente significativa è l’analisi secondo l’indice di sostituzione del mercato del lavoro (quanti nuovi lavoratori sono disponibili ogni cento pensionati). L’indice, in provincia di Gorizia, è pari al 57 nel 2008 e sarà pari al 64 nel 2028. Facendo riferimento alle proiezioni al 2028, in tutte le province del Nord Est dal 35% al 56% dei pensionati non sarà rimpiazzato già a partire dal 2008.
Per non smarrire il filo tra i numeri, piuttosto, vi propongo la sottolineatura di una dimensione che rappresenta l’anello di congiunzione tra il presente e il futuro dei fenomeni migratori in Italia e, da frontiera avanzata qual è, anche in Friuli Venezia Giulia: quella dei figli dell’immigrazione (7% a livello nazionale, 8,3% nella scuola primaria, 8,0 nella secondaria di primo grado e 4,8 nella secondaria di secondo grado; in Friuli 9,9% totale, 10,7% nella scuola d’infanzia, 10,6% nella primaria, 11,3% nella secondaria di primo grado, 7,6% nella secondaria di secondo grado.

I dati presentati ci dicono che:
siamo un Paese, ed una regione, di immigrazione strutturata e strutturale:
-    strutturata perché l’inserimento è progressivamente meno stratificato per genere e per età (ovvero, con la contestuale presenza di uomini, di donne e dei loro figli)
-    strutturale perché gli immigrati e i loro figli (nati o cresciuti in Italia) garantiscono al all’Italia un apporto di sistema, stante la presenza nelle fasce giovani della popolazione.

La presenza degli immigrati in Italia è quindi dinamica e di lungo periodo.
Il lungo periodo, in proposito, rimanda alle nuove generazioni di stranieri (termine sempre più inadeguato), impropriamente dette seconde generazioni (concetto valido, a rigore, solo per i figli di cittadini stranieri nati in Italia). Tra coloro che si affacciano al mercato del lavoro vi saranno sempre più italiani di fatto (pur se non ancora di diritto), i nuovi italiani che sempre più usciranno dalle aule scolastiche del nostro Paese.
Sono tre i temi che oggi s’impongono all’attenzione di tutti a partire dai risultati empirici di indagini svolte sulle “giovani generazioni”:
1.    i percorsi di partecipazione sociale e culturale dei figli di immigrati nati o cresciuti in Italia;
2.    il dibattito pubblico sui figli dell’immigrazione;
3.    l’elaborazione di una nuova prospettiva: da emergenziale a propositiva e capace di leggere e se possibile precorrere i tempi.

I percorsi di piena partecipazione sociale e culturale dei figli d’immigrati, nati o cresciuti in Italia
Le indagini svolte sottolineano come i figli d’immigrati partecipino densamente dei linguaggi e dei codici dei loro compagni, dentro e fuori la scuola. Non sono le bandiere dei paesi di provenienza. La formazione delle loro identificazioni o, con termine a mio parere non utile, le loro identità sono il portato di una dialettica tra i riferimenti familiari e i riferimenti appresi nel gruppo dei pari, a scuola e nell’interazione con il più ampio sistema sociale. L’accresciuta uniformità dei consumi favorita dai mezzi di comunicazione e dalle applicazioni legate al mondo dell’informatica e della telefonia, che accomunano i ragazzi italiani e quelli stranieri, è un denominatore che oltrepassa le appartenenze nazionali. Spesso i figli di genitori immigrati sono più stranieri agli occhi di questi ultimi di quanto siano percepiti tali dai compagni di scuola. La padronanza di codici culturali complessi, che sanno far dialogare i riferimenti della famiglia e quelli della società in cui i ragazzi crescono, aiuta una maggiore stabilizzazione individuale: la capacità di fruire positivamente di identificazioni in gioco è una marcia in più, non in meno, nell’inserimento di questi ragazzi.
In altri termini, è analiticamente scorretto sostenere differenze assiomatiche riguardanti i ragazzi figli di immigrati: convivono non di rado un “noi” e un “loro” lontani dalle prospettive dicotomiche cui siamo abituati. Per quanto spiazzante possa apparire, ciò permette a questi ragazzi di far fronte alle differenti esigenze d’identificazione con le quali ogni giorno essi debbono confrontarsi.
Quanto detto implica a sua volta alcune conseguenze, ben emergenti dalle indagini: i figli d’immigrati svilupperanno istanze qualitativamente superiori a quelle dei genitori: d’avere pienezza di diritti e possibilità d’esercizio altrettanto pieno di questi stessi diritti.
In questo senso, essi rappresentano una richiesta alla società in cui crescono: che il linguaggio della cittadinanza si apra alla pluralità socio-culturale.
Le numerosissime esperienze locali d’inclusione degli alunni figli d’immigrati potrebbero superare la frammentarietà e rientrare in linee di indirizzo ampie e fatte proprie dalla generalità del corpo docente; gli insegnanti che si occupano dell’inserimento scolastico sono spesso delle avanguardie più che rappresentanti d’un corpo insegnante sempre avvertito del crescente pluralismo che caratterizza le aule italiane.
Altra richiesta emergente, oltre al potenziamento degli interventi in termini di alfabetizzazione linguistica, è la possibilità di considerare interventi di più ampia valorizzazione delle competenze, che transiti per un intervento formativo sistematico tale da essere di ausilio agli insegnanti. Al fine di evitare che disfunzioni sistemiche debbano essere surrogate dalla buona volontà individuale.
I curricula, in altri termini, potrebbero aprirsi ad una prospettiva interdisciplinare e interculturale, nella normativa esistente più volte riaffermata.

Il dibattito pubblico sui figli dell’immigrazione
Partendo dalle esperienze scolastiche e da ciò che esse ci dicono, si possono derivare delle piste di lavoro per il futuro. Che riguardano.
La riforma della cittadinanza: il fatto che un figlio di genitori immigrati nato in Italia non sia cittadino italiano alla nascita pone una questione aperta ed evidenziata anche nelle indagini: la disparità tra la partecipazione quotidiana alla società italiana e la specificità normativa.
Il ruolo delle retoriche pubbliche, dei discorsi sull’immigrazione: da paese d’immigrazione strutturato e strutturale quale siamo, siamo forse anacronistici nel nostro modo di raccontarci L’Italia è cambiata, ma la rappresentazione prevalente è ancora quella dell’emergenza immigrati.
In proposito, da ricercatore pongo un problema rimarcato più volte nell’ambito delle indagini svolte: un discorso insistito sulla differenza è sempre privo di conseguenze, a maggior ragione in un Paese che, evidenze empiriche alla mano, è sempre più caratterizzato da contaminazioni tra noi e loro? In merito, vale la pena ricordare che nel Nord Est gli immigrati hanno potuto inserirsi per merito di tanti, tanti micro-processi di accoglienza che, assommando volontà e competenze, hanno non di rado tappato i buchi. Senza eccessive sottigliezze teoriche, è quindi indubbio che un sistema sociale necessiti di due ingredienti base: la fiducia e la comunicazione. E’ allora possibile un

Rovesciamento della prospettiva: da emergenziale e di breve periodo ad una prospettiva di lungo periodo
Per raggiungerla, possono essere centrali occasioni come queste: d’incremento qualitativo e quantitativo del dibattito. Gli interventi in materia d’immigrazione potrebbero così contare sull’esponenziale aumento del numero d’informazioni in merito.
Io ritengo che, anche solo da un punto di vista funzionale, l’incomunicabilità sociale non sia un esito augurabile: perché il rischio è di creare (consapevolmente o meno fa poca differenza, a tutti gli effetti pratici) le condizioni perché gli immigrati e i loro figli si sentano più diversi di quanto in realtà essi siano. Doppiamente assenti: dal paese da cui sono emigrati, e nel paese in cui sono giunti.

 

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