Apertamente

di Sergio Cesaratto da MicroMega del 23/4/2013 - L’enfasi che il documento di Barca pone su un partito che mobiliti e organizzi conoscenze può contribuire a superare la tradizionale contrapposizione interna alla sinistra fra "visione" e "competenze". Nel testo risuonano tuttavia gli echi rigoristi della tradizione comunista: oggi più che mai sarebbe invece necessario fare i conti con la mancata assimilazione del pensiero keynesiano da parte del Pci.  Il documento di Fabrizio Barca “Un partito nuovo per un buon governo” non è di facile lettura per chi, come me, non è attrezzato a porre la questione dei rapporti partiti-Stato nella prospettiva della storia del pensiero politico e dell’esperienza storica. Lasciando dunque ad altri questo compito, solo poche osservazioni rimangono a me possibili, anche perché il documento non entra nel merito delle proposte, ma riguarda soprattutto l’idea di partito come strumento per un nuovo riformismo italiano. 1) La prima osservazione concerne l’enfasi che esso ripone sulle competenze. Il partito deve essere collettore e sintesi di competenze diffuse sui territori e fra gli individui. Questo a me sembra un importante elemento riformatore in una politica italiana, sinistra inclusa, in cui la competenza è spesso tacitata di specialismo tecnico, mentre l’incompetenza è contrabbandata per visione politica di grande respiro. Un aspetto centrale della scissione fra competenza e visione riguarda la politica economica delle cui tematiche anche specifiche – si pensi ai complessi problemi europei – i leader della sinistra sono in genere manifestatamente inesperti. Il riformismo, come Barca giustamente rivendica, è fatto di pragmatismo a ogni livello, dal micro al macro, di voler e di saper fare.
Al riguardo, porrei a Barca due questioni:

(a) I grandi temi e scelte di politica economica – come in generale quelle di politica estera a cui sono legati - non possono facilmente emergere dalla sintesi di conoscenze locali come su temi più squisitamente legate al territorio e trasferibili da un territorio a un altro. Insomma il modello bottom-top ha dei limiti nei riguardi delle scelte strategiche nazionali.

(b) È il volontarismo delle “buone volontà” sufficiente alla mobilitazione di energie auspicata da Barca? Il partito da lui evocato rammenta la figura Gramsciana del partito come moderno principe. Vi sono nella società italiana energie sufficienti e a quali energie o classi ci si rivolge? Barca elude la questione, o forse la dà per scontata evitando retoriche elencazioni. Naturalmente, se il test della torta è nel mangiarla (per dirla all’inglese), allora viva l’ottimismo della volontà. V’è in Barca – l’evocazione del padre è significativa – una nostalgia del vecchio PCI che, pur nei limiti del suo riformismo (Paggi e D’Angelillo 1986), rappresentava una mobilitazione costante di visione e competenze del paese. Questo va bene, e anche i valori civili che da quel partito emanavano ci mancano. Però il rischi che il documento di Barca possa apparire un “paper” per un convegno di studi organizzativistici (Massimo Adinolfi su l’Unità del 14 aprile) vi sono, così come quelli, vecchio vizio del PCI, del moralismo economico, come vedremo più avanti.

2) Il tema che riteniamo centrale dell’Europa, come altri di merito, non è discusso nel documento. Ci è tuttavia piaciuto che nell’incipit si affermi che “è evidente che le difficoltà di governare l’Italia derivano anche dall’incompiutezza e dalle incertezze dell’Unione Europea, dalla sua incapacità di fronteggiare la seconda più grave crisi della storia del capitalismo, mettendo in discussione i paradigmi errati che l’hanno indotta e rilanciando il disegno della cittadinanza europea.” (p.1) Mentre nel decalogo finale il punto 3 afferma “Le ‘limitazioni di sovranità’ (Cost. art. 11) connesse al progresso del progetto di Unione Europea, necessario per la pace e la giustizia del continente, devono accrescersi a misura della crescita dei diritti e dei doveri che l’Unione Europea garantisce ai cittadini italiani e di ogni Stato membro in quanto cittadini europei.” (p.53) Quest’ultima dichiarazione di principio non mi sembra irrilevante in una sinistra italiana che è succube di un europeismo retorico che antepone con cinica superficialità agli interessi dei propri cittadini. Il principio affermato da Barca, se si è conseguenti, impone un ripensamento di tutta la politica italiana verso l’Unione Europea, dalle modalità con cui è stata gestita l‘unificazione monetaria e la crisi, ai limiti imposti alle politiche industriali pubbliche.

3) Due “cadute” del documento mi sembra di constatare su due punti.

(a) Barca critica lo Stato Sociale socialdemocratico in quanto da un lato avrebbe incentivato comportamenti opportunistico-parassitari mentre, dall’altro, esso risulterebbe inadeguato a fronte della maggiore individualizzazione dei bisogni ora espressa da popolazioni più benestanti vieppiù a disagio con uno Stato paternalista (p.21). Questo tipo di argomenti rammenta troppo quelli alla (Pietro) Reichlin che mi sono trovato a contestare nel numero di marzo di Micromega, da tempo cavalli di battaglia della destra liberista del PD. Peraltro questo Stato Sociale “troppo invadente” e paternalista in Italia non l’abbiamo mai conosciuto, come lo stesso Barca riconosce (p.21). E allora, di che parliamo?

(b) il secondo punto riguarda quelli che secondo Barca sono i due significati dell’austerità, rintracciabili sin dalla lezione di Berlinguer:
<<L’austerità che questa situazione domanda può essere declinata in due modi radicalmente diversi. Come scriveva Enrico Berlinguer …, l’austerità “può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia”>> (p.27). Naturalmente Barca si schiera a favore della seconda accezione. Ma come non voler prendere le distanze dalla nefasta terminologia “rigoroso risanamento dello Stato” espressione della storica mancata assimilazione del pensiero keynesiano da parte del PCI? (si veda di nuovo Paggi e D’Angelillo 1986). Una questione è il rigore nell’impiego della spesa pubblica e nel prelievo fiscale. Altro è la demonizzazione dei disequilibri di bilancio come strumenti di politica economica, segno magari di una disfunzione dell’economia di mercato che la mano pubblica deve risanare, ma non certo di una “malattia” dei conti pubblici. Può essere doloroso per Barca, ma da questo PCI si devono prendere assolutamente le distanze. Gli effetti nefasti di questa eredità li abbiamo sperimentati con le politiche macroeconomiche del governo Monti, non a caso ispirato da uno degli esponenti comunisti più sensibili alla campana del “risanamento”. Poco dopo nel documento Barca si dichiara per politiche pragmatiche in tema di bilancio pubblico (p.28), una posizione più condivisibile.

In sintesi, l’enfasi che il documento di Barca pone su un partito che mobiliti e organizzi conoscenze – al di là dell’efficacia o meno dello slogan “mobilitazione cognitiva” – è in un solco riformista che superi la scissione che la tradizionale politique politicienne della sinistra italiana frappone fra visione e competenze. Solo il superamento di questa scissione potrà rendere la sinistra italiana seriamente riformista, dunque nuovo principe pragmatico in un paese che pragmatico non è. Il linguaggio e gli obiettivi di Barca, tuttavia, rischiano di essere elitari e incapaci di saldare la tradizione del movimento operaio prima di tutto con le istanze del mondo giovanile, a partire da un rinnovamento radicale dei suoi gruppi dirigenti. Senza questa saldatura ogni operazione a sinistra non riuscirà a rompere il muro di diffidenza e l’odore di vecchio che la circonda (v. Michele Prospero su Controlacrisi.org, 21 aprile).

V’è da domandarsi se, infine, Barca non riproponga la scissione che era propria del PCI fra pragmatismo socialdemocratico a livello locale e compatibilismo a livello nazionale. Qui il documento è assai ambiguo, stretto fra il partito collettore di competenze diffuse e gli echi rigoristi della tradizione comunista. Attendiamo dunque al varco delle grandi scelte di politica economica che attendono il paese, in particolare nei confronti dell’Europa. Magari con un po’ di “mobilitazione cognitiva” delle energie che in questi ultimi tre duri anni si sono spese, all’inizio voci nel deserto, per denunciarne le incongruenze.

Referimenti bibliografici
L. Paggi e M. D’Angelillo, I comunisti italiani e il riformismo: un confronto con le socialdemocrazie europee, Einaudi 1986

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