Apertamente

di Emilio Carnevali, da MicroMega - La cancelliera tedesca Angela Merkel è sempre più isolata in Europa, sopratutto dopo la vittoria alle presidenziali francesi del socialista François Hollande. Eppure resiste nella sua ferra opposizione a qualsiasi iniziativa e misura davvero risolutiva della crisi nella quale siamo immersi. Perché? Quale dinamica degli interessi c'è dietro i suoi "no"? Grecia, Irlanda, Portogallo. Ora è la volta della Spagna, costretta a invocare aiuto nonostante le ripetute smentite del suo premier Mariano Rajoy. Domani, chissà, forse toccherà anche all'Italia. Intanto, all'indomani dell'annuncio dei 100 miliardi messi a disposizione dall'Europa per il salvataggio del sistema bancario iberico, il nostro spread ha ricominciato la corsa sull'ottovolante.
Sono necessarie altre riforme, si dice. Riforme strutturali. Il nostro debito pubblico è ancora lì, con la sua massa enorme e spaventosa di quasi 2000 miliardi di euro. Eppure qualcosa non torna. Deve esserci altro, nella bufera che sta travolgendo l'Europa, del semplice “giudizio divino” dei mercati per gli “spendaccioni mediterranei”: la Spagna, ad esempio, è entrata in questa crisi, nel 2008, con un debito pubblico pari al 36% del Pil, esploso già nel 2011 al 68,5% (e nessuno, al momento, è in grado di prevedere dove potrà arrivare: un mese fa l'Ocse lo dava già in viaggio verso quota 90% per l'anno 2012).

La crisi dei debiti sovrani è dunque un causa o una conseguenza della grande crisi che ha attraversato l'Atlantico dopo la bancarotta di Lehman Brothers? Sembra che per molti non abbia nemmeno più importanza chierselo, visto che da ogni parte si sente ripetere che occorre solo “fare presto”. «Schnell, frau Merkel», intitolava ieri mattina a caratteri cubitali Il Sole 24 Ore, bissando l'ormai celebre prima pagina del 10 novembre 2011, quando lo spread a 575 riuscì là dove tutti i sex gate, gli scioperi sindacali e i cortei contro le leggi ad personam avevano fallito: disarcionare Silvio Berlusconi dalla Presidenza del Consiglio.

La cancelliera tedesca è sempre più isolata in Europa, sopratutto dopo la vittoria alle presidenziali francesi del socialista François Hollande. Crescono inoltre le pressioni nei suoi confronti di Barack Obama, preoccupatissimo per l'eventualità che a pochi mesi dalle elezioni l'economia Usa, contagiata dal Vecchio Continente, possa sprofondare nuovamente in recessione.
Eppure la Merkel resiste. E, a parere di molti, contro gli stessi interessi di lungo periodo della Germania, che non potrebbe sottrarsi alle devastanti conseguenze di una deflagrazione dell'unione monetaria. «Tra le macerie di piccoli e grandi Paesi europei non può sopravvivere una Germania forte e in salute», ha scritto ieri il direttore del Sole Roberto Napoletano sotto quel titolone in tedesco.

Ci sono solo ragioni elettorali dietro l'atteggiamento di frau Merkel? Ovvero la radicata avversione dei cittadini tedeschi – secondo la vulgata con cui è spesso presentata loro la questione – a cacciare soldi per i “terroni del sud”? No, non solo.
Barbara Spinelli ha evocato oggi su Repubblica la natura ideologica della paralisi che sembra caratterizzare l'attuale leadership tedesca: «il dogma della "casa in ordine", in voga tra gli economisti tedeschi dagli anni '20: se ogni Stato fa ordine come si deve, la cooperazione internazionale funzionerà e a quel punto si penserà all'unione politica, all'unione bancaria per far fronte alla crisi spagnola, alle misure per l'Italia pericolante. Come spesso accade ai dogmi, essi contengono incongruenze logiche e un'abissale indifferenza al divenire storico».

Ma esistono anche più prosaiche ragioni materiali che vegliano sul sonno dogmatico. È bene ricordare che, grazie alla fuga dei capitali dai paesi della periferia dell'eurozona, la Germania si sta finanziando praticamente gratis sui mercati (un anno fa i bund rendevano il 2,30%, ora sono scesi allo 0,5%). È vero, la grande manifattura tedesca avrebbe molto da perdere da un marco fortemente rivalutato rispetto ad un euro che gli ha permesso di inondare di merci i paesi del Sud. Ma fin quando durerà il boom delle esportazioni anche nei paesi emergenti non è da credere – come ha osservato l'economista Marcello De Cecco su Affari & Finanza di lunedì – «che le industrie tedesche usciranno troppo presto dalla loro neutralità politica. Esse sanno anche che il popolo tedesco, che vede l'unicità della propria prosperità in Europa, e che prende l'isolamento per rispetto e ritiene la propria fortuna come ampiamente meritata, per i propri sacrifici in un passato ancora molto recente, di certo non intenderà a breve punire la Merkel».

Altri due economisti italiani – Emiliano Brancaccio e Marco Passarella – hanno recentemente sottolineato come la dissoluzione dell'Unione monetaria non porterebbe solo danni alla Germania e agli altri paesi creditori verso l'estero (i noti danni sui quali si incentrano tutti gli appelli al “buon senso interessato” della cancelliera Merkel). «Un'eventuale svalutazione da parte dei paesi periferici ridurrebbe infatti in termini ancor più drastici il valore delle loro attività: banche, imprese, patrimonio pubblico, tutto costerebbe meno in termini di valuta estera. L'uscita di questi paesi dall'eurozona darebbe quindi ai capitali stranieri, in particolare tedeschi, l'occasione di effettuare “shopping a buon mercato” nell'Europa del Sud: dalle isole greche alle banche italiane, le opportunità di acquisizione estera diventerebbero innumerevoli. In altre parole, un'eventuale esplosione della zona euro non interromperebbe il processo di centralizzazione dei capitali e la connessa “germanizzazione europea”. Al contrario, potrebbe determinare una sua accelerazione» (L'austerity è di destra. E sta distruggendo l'Europa, Il Saggiatore, 2012).

Pare che nei giorni scorsi la signora Merkel abbia risposto con la seguente frase alle sollecitazioni di un leader europeo: «Dici che salta tutto? Un po' di purificazione farà bene all'Europa».
Ma visti i termini della purificazione che ha in mente la cancelliera, i leader dell'“altra Europa” dovranno munirsi di ben maggiore determinazione, rispetto a quella avuta fin qui, al prossimo vertice di fine giugno.

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