Apertamente

di Marco Panara, da Affari & Finaza di Repubblica - Nelle prossime settimane l'Europa si gioca il suo destino. I punti chiave sono due: il futuro dell’euro e il ruolo della finanza. Sulla gestione di questi due problemi mastodontici la civiltà che abbiamo costruito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi misurerà la sua capacità di durare e svolgere il suo ruolo nel mondo globalizzato. Gli scenari sono tre. Sei mesi. Nei 180 giorni scarsi che passeranno tra le elezioni greche questa settimana e quelle americane del 6 novembre prossimo l’Occidente si gioca il suo destino. E’ come se fossimo nella fase finale di una guerra: secondo chi saranno i vincitori e i vinti si ridisegneranno modelli sociali e politici, confini geografici, destini economici. Non possiamo più nasconderci che l’ipotesi di un declino rapido e doloroso dell’Occidente è possibile, addirittura probabile, così come dobbiamo sapere che non è ineluttabile. I punti chiave sono due: il futuro dell’euro e il ruolo della finanza. Sulla gestione di questi due problemi mastodontici la civiltà che abbiamo costruito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi misurerà la sua capacità di durare e svolgere il suo ruolo nel mondo globalizzato. Gli scenari sono tre. Il primo è quello ottimale, il secondo è quello letale mentre il terzo prevede una lunga turbolenta incertezza. La globalizzazione così rapida ha molto a che fare con i problemi nei quali l’Occidente si dibatte, ma il fattore che ci ha portato al punto di rottura è un altro: i debiti. Pubblici e privati che siano, ne abbiamo accumulati troppi, viviamo in cima ad una montagna instabile che ogni colpo di vento fa smottare da qualche parte, e ogni piccolo smottamento fa tremare l’intera montagna. Dietro quei debiti c’è un modello di sviluppo che dovremo rivedere, ma intanto la prima cosa da fare è stabilizzare quella montagna, e qui arriviamo all’euro, e la seconda è incanalare il vento, e qui siamo alla finanza. La montagna non riguarda solo l’euro poiché di debiti ne hanno fatti troppi anche il Regno Unito e gli Stati Uniti, ma oggi è l’Eurozona l’area più fragile, quella che se dovesse trasformarsi in una frana tirerebbe giù la montagna intera. La partita dell’euro si giocherà per buona parte in quel che resta di questo giugno.

Prima tappa le elezioni in Grecia, poi le decisioni sulla ricapitalizzazione delle banche spagnole e infine i vertici europei di fine mese. Il timore ormai troppo diffuso è che l’euro possa disintegrarsi, e non è un timore da poco. L’Eurozona è una delle aree più prospere del pianeta, con oltre 300 milioni di cittadini, un enorme numero di imprese e di istituzioni finanziarie. In tempo di pace le monete non esplodono e nessuno sa cosa possa avvenire nel caso in cui la moneta di un’area così rilevante e condivisa da 17 paesi dovesse scomparire. Questo timore è paralizzante ed è la ragione per la quale sono molti mesi ormai che il denaro circola a senso unico in direzione dei paesi considerati forti all’interno dell’area euro e di quelli fuori dall’area. A far temere questa esplosione è la possibile uscita della Grecia e il contagio che si teme possa seguirne, insieme alla debolezza del sistema bancario spagnolo e alla dimensione del debito pubblico dell’Italia unita alla ormai cronica incapacità di crescere della sua economia e alla fragilità della sua politica. L’alternativa a questo punto è rilancio e consolidamento oppure frammentazione, con esiti che non conosciamo ma che possiamo provare a immaginare.

Il secondo punto chiave è il ruolo della finanza, dovuto alla sua dimensione e al suo rapporto con l’economia reale e alla fine con la democrazia. La dimensione è spaventosa, la massa delle attività finanziarie è oggi oltre 14 volte il prodotto dell’intero pianeta, nel 2003 era pari a nove volte. Guardando dentro questa massa gigantesca scopriamo che la finanza classica tra il 2003 e il 2010 è passata da tre a quattro volte il pil globale, a espandersi come una immensa metastasi è stata la finanza derivata da meno di sei a oltre 10 volte la ricchezza prodotta ogni anno in tutto il mondo. Ma a caratterizzare il ruolo della finanza non è solo la dimensione, si aggiungono infatti la rapidità di movimento, la totale libertà dai confini nazionali, il fatto che per larga parte sfugga a qualsiasi forma di controllo regolatorio e fiscale. Per dare un’idea, gli interest rate swap su titoli pubblici europei sono pari a 25 volte il debito sovrano del vecchio continente, una quantità che rende sufficiente un piccolo cambiamento di percezione per destabilizzare qualsiasi economia e qualsiasi paese.

I problemi che crea una finanza siffatta sono almeno tre: il primo è che dentro quella nuvola sono nascoste delle bombe atomiche. Nessuno è in grado di controllare e quindi nessuno lo sa se chi vende derivati di varia natura ha riserve adeguate per coprirli, se chi li compra a termine ha i soldi per pagarli. L’opacità nasconde incertezze e rischi che possono trasformarsi in qualsiasi momento in temporali devastanti come quello al quale abbiamo assistito al tempo dei subprime e dal quale non ci siamo ancora ripresi.
Il secondo problema è la democrazia. Da una parte la finanza nei suoi meccanismi attuali tende ad accentuare le disuguaglianze ed a midell’Unione nare la coesione sociale, dall’altra dispone di una potenza che non risponde a nessuno ma che è in grado di mettere in ginocchio un paese, una economia, una comunità, senza portarne la responsabilità.
Il terzo problema è che la finanza si sta mangiando l’economia reale, con una competizione sleale nella selezione dei talenti, che è in grado di remunerare come nessuna azienda manifatturiera o di servizi è in grado di fare, e una competizione ancora più sleale per le risorse. Proviamo a immaginare che qualcuno abbia un po’ di soldi da investire e può scegliere se metterli in una impresa, con il rischio legato al successo dell’attività e la fatica della gestione dei rapporti con le amministrazioni, i dipendenti, i fornitori e i clienti, oppure consegnarli a un hedge fund che promette alti rendimenti, magari al sicuro dalle tasse, e con la prospettiva di passare il suo tempo a leggere libri (nella migliore delle ipotesi) su una sedia a sdraio guardando il mare dei Caraibi.

Quale sarà la scelta più probabile? Se questo è il quadro vediamo ora quali sono gli scenari che ci si aprono davanti.

Scenario uno, quello ottimale. Dalle urne greche lunedì prossimo esce una maggioranza che conferma l’impegno a restare nell’euro e a fare le riforme necessarie, l’Europa accetta di rinegoziare il piano di salvataggio allungandone i tempi e riducendone i costi e integrandolo con interventi mirati a far uscire la Grecia dalla recessione rilanciandone la crescita. Negli stessi giorni il duello tra Angela Merkel da una parte e Cameron, Hollande, Monti e Rajoi dall’altra trova una conclusione positiva e l’Europa decide di utilizzare l’Esm (il famoso firewall contro crisi e contagi) per ricapitalizzare le banche greche in difficoltà. Il consiglio europeo di fine giugno dà il via all’unione bancaria centralizzando la vigilanza, decide inoltre di assicurare i depositi bancari a livello europeo e di dare all’Esm stato di banca, capace quindi di rifinanziarsi se necessario presso la Bce. Dà il via ai project bond europei per finanziare infrastrutture, ricerca e innovazione e lancia un piano per la crescita. In quello stesso Consiglio inoltre si fissano le basi per costruire una tabella di marcia con i tempi e le tappe necessarie per completare l’architettura dell’Unione monetaria dando alla Bce il ruolo di prestatore di ultima istanza, creare i meccanismi per una unione fiscale, per l’emissione di eurobond e quelli per una progressiva trasformazione in una federazione. In sintesi in quel Consiglio si prendono le decisioni necessarie per stabilizzare l’euro e rassicurare il mondo sul fatto che sopravviverà e si comincerà a disegnare, secondo l’indicazione di Draghi, l’Europa che si andrà a costruire nei prossimi dieci anni.

Avviato a soluzione il problema europeo ci toccherà aspettare le elezioni americane per capire cosa ne sarà dell’altra metà dell’Occidente. Sempre nell’ipotesi ottimale in quelle elezioni Obama vince e ottiene la maggioranza in Parlamento. Può quindi da una parte avviare il rientro dal deficit e dal debito federale distribuendo i sacrifici in maniera equa (togliendo per esempio i vantaggi fiscali alla componente più ricca della popolazione) e, dall’altra, portare a compimento la riforma della finanza disegnata con il Dodd-Frank Act rimasta in gran parte inattuata per le resistenze dei repubblicani. A quel punto l’Europa, tornata solida e credibile, potrà spingere per qualche fondamentale passo avanti su quel terreno, per esempio con l’imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie (non si vede perché ciascuno di noi debba pagarla quando compra una camicia e non invece quando compra un derivato) e con una regolamentazione dei derivati che preveda l’obbligo a scambiarli su mercati regolamentati così da disinnescare almeno qualcuna delle bombe atomiche nascoste nella nuvola. Se le cose andassero così probabilmente l’Occidente continuerebbe su una strada di democrazia e prosperità e l’inevitabile sorpasso da parte delle potenze emergenti (che hanno demografie molto più poderose) avverrebbe fisiologicamente tra gruppi di paesi in crescita sia pure a diverse velocità.

Scenario due, quello letale. Dalle elezioni greche per la seconda volta non esce una maggioranza in grado di governare e garantire le riforme, l’Europa chiude i cordoni della borsa, la Grecia diventa insolvente non solo nei confronti dei suoi creditori ma anche dei suoi lavoratori e pensionati, e mentre la società scivola nel caos Atene esce dall’Euro e ricomincia a stampare dracme. L’Europa non affronta con chiarezza, tempestività e decisione il problema delle banche spagnole, la speculazione si scatena su tutti i paesi periferici, gli spread spagnoli e italiani, e forse anche quelli francesi salgono alle stelle, mese dopo mese le situazioni interne si fanno più difficili, l’euro salta. La recessione diventa generale raggiungendo anche la Germania e contaminando Stati Uniti e resto del mondo. L’Europa non c’è più, ci sono navicelle più o meno fragili in un mare in tempesta, da qualche parte si mette in discussione anche la democrazia, c’è una fiera di svalutazioni e un rilancio in grande del protezionismo.

Se l’Europa crolla l’economia americana va giù, Obama non viene rieletto, l’America di Romney sceglie la vecchia strada del tana libera tutti e per la finanza scompaiono anche le ombre di possibili limiti e controlli. Il declino dell’Occidente del quale si parla da anni diventa realtà. Scenario tre, turbolenza. La Grecia esce dall’euro, ma si riesce a salvare le banche spagnole, si fa qualche passo avanti ma molto incerto, l’Europa continua a consumare energie nell’incertezza mentre l’economia continua non crescere. Non si precipita ma non c’è neanche un’idea chiara di futuro, la crisi si allunga e si allarga. Per Obama la conferma si fa più difficile, anche se vince non ha la forza necessaria per mettere le redini alla finanza e rimettere a posti i conti degli Stati Uniti. Oppure vince Romney, briglie sciolte alla finanza, prese di distanza dall’Europa. Si vivacchia, male, in attesa delle elezioni italiane e soprattutto di quelle tedesche del 2013.

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