Apertamente

di Guido Rossi, da Il Sole 24 Ore - L'incertezza tragica della situazione attuale, e soprattutto di quella futura della Grecia, è rappresentata con straordinaria preveggenza da una grande poesia, scritta più di cento anni fa dal poeta greco Kostantinos Kavafis: «Aspettando i barbari». L'inizio rappresenta la realtà attuale: «Cosa aspettiamo qui riuniti al Foro? / Oggi devono arrivare i barbari. / Perché tanta inerzia al Senato? / E i senatori perché non legiferano? / Oggi arrivano i barbari. / Che leggi possono fare i senatori? / Venendo i barbari le faranno loro». È l'attesa spasmodica di una soluzione che doveva venire dall'esterno, dai barbari, cioè da coloro che, senza alcun contenuto dispregiativo, erano dai Greci semplicemente chiamati quelli che non conoscevano la loro lingua e abitavano fuori dei loro confini. E così, nell'ambiguità tipica di questa poesia, i barbari del Fondo monetario, della Bce, dell'Europa finanziaria e della Germania sono già arrivati da tempo a fornire le leggi dell'austerità e del rigore, che hanno messo in ginocchio dal punto di vista sociale, economico e democratico la Grecia. Il finale è ancora liricamente più complesso e, a parer mio, di possibile interpretazione dualistica: «Perché è già notte e i barbari non vengono. /È arrivato qualcuno dai confini / a dire che di barbari non ce ne sono più. / Come faremo adesso senza i barbari? / Dopotutto, quella gente era una soluzione».

Si apre con questi versi finali la tragica apocalittica e profetica visione di una Grecia che ha perso ogni speranza di sopravvivere e sente vicino il triste abbandono da parte di tutta l'Europa.

Un'Europa alla quale pur aveva fornito le strutture iniziali della sua civiltà, della sua libertà politica e della sua arte. Se i barbari non portano più una soluzione, l'insistenza sull'imporre leggi di austerità, il fallimento di elaborare un piano concreto di integrazione bancaria, fiscale ed economica, che è necessaria per far sopravvivere la moneta unica, son poi le ragioni principali per cui anche l'euro è così vicino alla catastrofe. E non corre più dubbio ormai che la scomparsa dell'euro e il ritorno, da tanti irresponsabilmente invocato, alle vecchie monete dei singoli Stati membri provocherebbe certamente anche la distruzione di quel pur consistente pezzo di Europa che dal Trattato di Roma in poi è stato costituito.

Ma i due versi finali del capolavoro di Kavafis, se danno ragione in prospettiva al fatto che i barbari fossero una soluzione, lasciano ancora aperta la possibilità che i barbari riappaiano proponendo una diversa alternativa. È ben noto che non esiste alternativa ad una maggiore integrazione politica, economica e fiscale europea, che salvi non solo l'euro, ma anche l'Europa. Un passo in avanti era ben stato fatto il primo dicembre 2009, quando entrò in vigore il Trattato di Lisbona. Ma mancò allora, come manca oggi, quella passione e profondità filosofica dello straordinario dibattito che seguì la bozza della Costituzione degli Stati Uniti prima della sua adozione nel 1788. Son mancate, prima del Trattato di Lisbona, e mancano anche oggi, figure come Alexander Hamilton e James Madison, che riempirono i dibattiti americani con parole come "virtù", "libertà" e "bene pubblico", che oggi sembrano ridotte alle nuove, ma tutt'altro che consistenti, dichiarazioni del cancelliere Merkel, che per uscire dalla crisi ci vuole "più Europa". Formula laconica, aliena da qualsiasi concreta e precisa decisione.

Val forse la pena allora di ricordare una pietra miliare dell'atteggiamento attuale della politica tedesca, che pur frutto di una nazionalistica ideologia della signora Merkel, trova un forte appoggio nella contorta e confusa decisione della Corte Costituzionale tedesca dell'estate del 2009, che approvò il Trattato di Lisbona, con due caveat, che impedivano di continuare sulla strada dell'unificazione. Il primo fu la dichiarazione che non esiste «nessun popolo europeo uniforme», capace di esprimere «la sua volontà maggioritaria»; il secondo caveat costituiva un «deficit democratico strutturale», perché le elezioni al Parlamento europeo non tenevano nel giusto conto il «principio di uguaglianza», essendo piccoli paesi sopra rappresentati rispetto a quelli grandi come la Germania. Il secondo punto è ben lungi dal costituire un deficit di democrazia, se si pensa che negli Stati Uniti tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro popolazione, sono in misura identica rappresentati al Senato; e lo stesso dicasi per il Regno Unito, che certamente non può non essere considerato, come gli Stati Uniti, una vera democrazia.

E che dire poi della mancanza di un uniforme popolo europeo, soprattutto dovuto alla varietà di lingue, se si pensa alla democrazia indiana, che riconosce ufficialmente ben 22 lingue, e che creò il popolo indiano e non fu la democrazia ad essere creata dal popolo, poiché come ha scritto in una famosa e celebrata sentenza il filosofo tedesco Jurgen Habermas, «i popoli emergono con le Costituzioni dei loro Stati».

Ad evitare le facili obiezioni degli euroscettici, non è neppur necessario che l'alternativa sia quella di una federazione europea, nel senso tecnico della parola, poiché sia la grande Europa di Delors, sia la proposta di Habermas prevedono soluzioni diverse. Gli Stati membri, iniziatori e forze propulsive dell'unificazione europea, hanno originariamente creato un'Unione con carattere sopranazionale. I loro cittadini potranno rivendicare il ruolo di popolo dell'Europa solo attraverso una Costituzione di diritto internazionale. Qualunque più o meno omeopatica medicina, senza la vera cura di una unificazione politica, non solo non salverà l'euro, ma rischierà di distruggere completamente i valori della civiltà europea e con essa di quella occidentale. Se il fiorino della Firenze rinascimentale accompagnò la straordinaria crescita dell'Europa, la crisi dell'euro rischia oggi - e non è il caso di cercare altre ragioni, elettorali o non, nelle preoccupazioni del Presidente Obama - di provocare la fine della civiltà occidentale. Arriveranno allora forse altri barbari.

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