Apertamente

di Sergio Cesaratto, da il manifesto - Alla ricerca di un'ancora che la porti fuori dalla crisi, l'Europa progressista si è di nuovo aggrappata all'idea degli eurobond che, eclissatasi per un po', è stata ora rilanciata dal presidente francese François Hollande. L'opposizione tedesca non appare, tuttavia, a mio avviso del tutto ingiustificata - sebbene questo non scagioni la Germania dalla responsabilità di proporre alternative al suicidio dell'Europa. La richiesta disperata del non certo acuto leader spagnolo Rajoy di un intervento della Bce a sostegno dei debiti sovrani ci appare invero come una misura immediata più fattibile e imprescindibile. Infatti una socializzazione europea dei debiti sovrani, mentre comporterebbe un aggravio di spesa per interessi per la Germania, non porterebbe alla lunga a una significativa riduzione di quelli che mediamente verrebbero pagati sulla parte dei debiti europeizzata, lasciando inoltre alla mercé dei mercati la parte eccedente. Questo per due motivi: (a) continuerebbe a mancare un ruolo della Bce quale garante di ultima istanza dei debiti sovrani sia con riguardo alla parte messa in comune che, tantomeno, di quella rimasta nazionale; i mercati continuerebbero dunque a dettare i tassi di interesse; (b) i problemi di fondo che hanno generato la crisi europea rimarrebbero insoluti, e questi non hanno a che fare con la crisi dei debiti sovrani che è effetto, non causa, della crisi. Gli eurobonds, dunque, non assicurerebbero né una discesa significativa degli spread sovrani, né la soluzione delle cause di fondo della crisi. Non è a caso la Germania li rifiuta vedendoli come un cappio che la legherebbe all'annegante resto d'Europa..

Le cause della crisi sono nella moneta unica, diciamocelo, uno sciagurato esperimento a cui il centro-sinistra italiano ha legato i propri destini non vedendone la profonda incompatibilità con politiche progressiste. L'adozione di quello che è, di fatto, un gold standard ha generato da un lato la più classica delle crisi di bilancia dei pagamenti per i paesi periferici europei (simile a quella dell'Argentina di Menem, per esempio, culminata nel fallimento del 2002). Spagna, Irlanda e Grecia hanno goduto di afflussi di capitale dai paesi europei forti che hanno generato spesa privata (nel caso greco anche pubblica) e indebitamento estero. L'Italia ingabbiata nella chimera della lira quota 90 - anzi meglio, con l'euro ha adottato il marco tedesco - ha visto una significativa perdita di competitività delle esportazioni, crescenti disavanzi di partite correnti e indebitamento estero (storia simile per il povero Portogallo). Questo nonostante un decennio di stagnazione e un'impressionante riduzione del tasso di inflazione realizzando l'obiettivo europeo del 2%. Purtroppo i tedeschi hanno giocato in maniera opportunistica (come storicamente han fatto), e loro l'inflazione l'han tenuta ancora più bassa guadagnando competitività.

Incantesimi e arsenico
E rivolgendosi a ciò che si legge in giro, smettiamoci di colpevolizzarci attribuendo la causa dei nostri mali alla corruzione e al clientelismo additandoci addirittura a causa della crisi europea. La lotta alla corruzione non genera domanda aggregata - la chiave della crescita - e gli studi ci suggeriscono che i legami fra corruzione e crescita sono molto complicati (si ricordi che l'Italia, ad esempio, è diventato un paese industrializzato sotto la Dc). Certo, meglio non avercela, molto meglio. Ma l'austerità giustificata dai moralisti, una vera quinta colonna anti-italiana, è la condizione peggiore per abbatterla. Così come dovremo smetterla di appellarci a deus ex machina salvifici come la Tobin Tax dimenticando la complessità della crisi di cui si propongono insoddisfacenti interpretazioni. Ma anche chi con altra levatura come Pierluigi Ciocca (Il manifesto 25/5/2012) si limita ad additare le insufficienze pubbliche e private del nostro sistema-paese senza ricordare l'elevata reattività delle nostre imprese a un tasso di cambio competitivo non coglie la questione pratica e immediata. Il suo appello alle politiche «credibili» per far scendere gli spread (che tanto per aggiungere il necessario arsenico al volteriano incantesimo includerebbero tagli di 5 punti di Pil di spesa sociale) ci ricorda inoltre le cure di Domingo Cavallo e del Fmi prima del default argentino.

Mezzogiorno per sempre
Anche gli eurobonds ci appaiono però come un frettoloso deus ex machina. Ma avrebbero essi maggior senso nell'ambito di un radicale salto in avanti dell'unità europea? Ci duole per gli amici radicali, ma sebbene possiamo augurarci un consolidamento europeo dei debiti accompagnato da un bilancio pubblico europeo di orientamento espansivo entrambe sostenuti da una Bce collaborativa - il tutto in cambio di una cessione di sovranità fiscale degli stati membri - unione politica significa tendenziale convergenza degli standard sociali. Tutto bene dunque? Attenzione, l'unione politica non farebbe che sancire quanto già la moneta unica ha realizzato, dunque la mezzogiornificazione della periferia europea una volta che questa ha perso la chiave di volta della crescita per i paesi più deboli, un tasso di cambio competitivo. La convergenza sociale comporterebbe dunque massicci trasferimenti monetari dai paesi centrali, quella «transfer union» tanto temuta dai tedeschi. Oppure si dovrebbe sancire un'unione con diritti sociali e lavorativi radicalmente diversi fra paesi, che è poi quello che si sta già imponendo attraverso l'austerity. E con ciò stiamo «back to square one» in un impossibile rompicapo.

Se tutto questo può apparire di un disarmante pessimismo, proviamo a trarne il senso politico. Un ventennio di centro-sinistra italiano s'identifica col progetto dell'unione monetaria, e il fallimento del primo spiega quello del secondo nel non aver arrecato al paese quella maggiore occupazione e benessere di cui ha disperatamente bisogno, vera causa della disaffezione dalla politica. La responsabilità storica della classe dirigente della sinistra è stata, fra l'altro, nell'essersi affidata ai Padoa-Schioppa, ai Ciampi fino ad arrivare a consiglieri economici oggi al servizio di Montezemolo. La responsabilità storica è stata nel non aver tenuto l'asse della difesa della competitività del paese nell'ambito di un compromesso socialdemocratico di sinistra. Certo, ex post è più facile dirlo, ma da questo si deve ripartire. Oggi Vendola si richiama alla socialdemocrazia. Queste è un bene, ma va riempito di contenuti, in primo luogo un bilancio storico e un pensiero complesso, non fatto di deus ex machina. Non sto proponendo nessuna uscita dall'euro - eventualmente cadrà da solo - ma la necessità di un pensiero forte adeguato alla drammaticità storica del momento. Questo è il momento in cui i duri devono giocare.

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