Apertamente

di Maria Mantello, da MicroMega - La contestatissima legge 40 del 19 febbraio 2004 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita) nella sua pretesa di assoggettare le donne nella diade confessionalista: miracolo creazionista - fiat mariano, già da tempo ha cominciato a perdere alcuni dei suoi più odiosi pezzi integralisti. A seguito delle sentenze di diversi Tribunali Regionali nonché della Consulta, è venuto meno il divieto all’analisi preimpianto degli ovociti, perché mettere al mondo figli sani è un diritto civile; come pure l’obbligo di produrre solo tre embrioni per inserirli in simultanea nell’utero dell’aspirante madre, perché la donna non è macchina d’allevamento. C’era voluto per questo ripristino di buon senso finanche un pronunciamento della Corte Costituzionale (sentenza n. 151, 8/5/2009) che ha riportato la questione della fecondazione assistita nell’alveo del trattamento terapeutico: «In materia di pratica terapeutica, – stabiliva la Consulta – la regola di fondo deve essere l’autonomia del medico e la responsabilità del medico nella scelta della terapia che, con il consenso della paziente, opera le necessarie scelte professionali». Insomma caso per caso e in accordo con la donna si decideva quanti embrioni produrre e quanti impiantarne. Poiché poi cercare di far nascere un figlio sano è un diritto per tutti, c’era chi poneva al magistrato la questione se potesse essere un’esclusiva delle coppie infertili, a cui la legge 40 è destinata.
Per questo al tribunale di Salerno si era rivolta una coppia perfettamente in grado di aver figli, ma portatrice di una grave malattia ereditaria, l'Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1: paralizza la muscolatura scheletrica e condanna alla morte per asfissia entro il primo anno di vita.
Dopo aver visto morire in questo modo una figlia di sette mesi, e dopo essere stati costretti a ben tre aborti pur di evitare di mettere al mondo bimbi destinati alla stessa atroce sorte, gli aspiranti genitori chiedevano di accedere alla fecondazione assistita.

Le garanzie costituzionali dell’uguaglianza davanti alla legge e della salvaguardia della umana dignità avevano la meglio e il giudice Antonio Scarpa il 13 gennaio 2010 dava loro ragione perché «il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di pma (procreazione medicalmente assistita – ndr.) da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la pma, attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l'impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura "costituzionalmente" orientata dell'art. 13 L.cit., consentono di scongiurare tale simile rischio».

Adesso si sperava davvero che anche il divieto del ricorso all’eterologa (art. 4, legge 40) decadesse. Così non è stato.
La Corte Costituzionale era stata chiamata a pronunciarsi sulla questione dal Tar di Firenze che il 6 ottobre 2010 aveva accolto la richiesta di una coppia che chiedeva di poter beneficiare dell’eterologa a causa dell’azoospermia del partner che rendeva impossibile la fecondazione.

Ma la Consulta il 22 maggio 2012 ha rimandato al Tar la decisione, invitando a tener conto anche di quanto stabilito dalla Corte dei Diritti di Strasburgo. Questa, con una prima sentenza il 1 aprile 2010, dando ragione ad una coppia austriaca, aveva dichiarato illegittimo il divieto di fecondazione eterologa, ma a seguito dell’appello presentato dal Governo austriaco (appoggiato da quello italiano e tedesco) il 3 novembre 2011 ritornava sui suoi passi affermando questa volta che il divieto non contraddirebbe «l’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione dei diritti dell’uomo».

Ma se anche la Consulta se ne lava le mani la nostra Costituzione, che non a caso qualcuno vorrebbe manomettere, è il nostro baluardo di laicità e democrazia per affermare che la democrazia non è un enunciato, ma pratica attuativa che impegna lo Stato, quindi in primis le Istituzioni a rimuovere gli ostacoli perché tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge (art. 3), anche quando hanno bisogno della PMA.

Si ricorderà che la legge 40 era stata anche oggetto di referendum (2005), purtroppo fallito per la feroce campagna pro-astensione messa in atto dalla curia vaticana, contrastata con debolezza di un Pd (doveva far i conti con le quinte colonne vaticane del partito), che sotto la pressione dei comitati del Sì e per non perdere la faccia, si schierava infine quasi a ridosso del voto per l’abrogazione.
Ruini, capo della Cei, sembrava in quel contesto fare il bello e cattivo tempo, mettendo da parte anche il fatto che la fecondazione assistita è per il cattolico un peccato. All’apertura del Consiglio permanente della Cei il 17 gennaio 2005 il cardinale: «Non cambia, però, la nostra posizione riguardo a questa legge che sotto diversi profili non corrisponde all’insegnamento etico della Chiesa, ma ha comunque il merito di dare dignità alla persona umana».

Insomma, la procreazione in vitro secondo la legge 40 che “i maligni” sostenevano che lui stesso avesse dettato, gli serviva come cavallo di Troia contro la 194, la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Se infatti è intoccabile l’embrione, come può non esserlo il feto?
Tutti lo sapevano. I comitati del Sì lo denunciavano, ma ipocritamente anche nel centro sinistra si preferiva non scontrarsi con la linea ruiniana.

Ma dall’entrata in vigore della legge 40 i Rapporti del Ministero della Sanità ci dicono che in Italia il ricorso (e con successo) alla fecondazione assistita è aumentato [1]. E poiché anche sempre più coppie cattoliche la vedono con benevolenza, il Vaticano oggi mobilita i sacerdoti per ricordare che «la fecondazione assistita è peccato». È quanto proclama dall’alto del dicastero della Penitenzieria apostolica il suo rettore, il vescovo Gianfranco Girotti, che il 21 marzo 2011 ha inaugurato un corso di formazione chiamando a raccolta ben 750 prelati, a cui ha ricordato di educare i fedeli al precetto che il concepimento «deve avvenire in modo naturale tra i due coniugi».

Forse non tutti sanno che nei centri cattolici per rispettare quel “naturale” e nello stesso tempo aiutare le coppie a diventar genitori (crescete e moltiplicatevi!) è autorizzato un singolare metodo, il Semen Collector Device, in base al quale i coniugi arrivati nell’ospedale cattolico, dovrebbero procedere al coito con un preservativo bucato (il precetto così in via di principio non viene meno), che è consegnato poi al medico, che ne raccoglie il liquido seminale rimasto, che quindi a mezzo stantuffo inietta nell’utero.

Di fronte a tanta cura, si spera soltanto che un poco di carità porti a non indagare troppo il medico se magari quel preservativo col prezioso carico i pazienti se lo portino già da casa pronto per la “divina” stantuffata.

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