Apertamente

di Adriana Cerretelli, da Il Sole 24 Ore - Ieri i leader europei si sono riuniti all'ombra dell'uscita della Grecia dall'euro e dei possibili contraccolpi della crisi bancaria in Spagna. L'incontro avrebbe dovuto essere monotematico, tutto articolato sui possibili strumenti di rilancio dello sviluppo: e invece ha deluso ancora. «A Bruxelles ci serviranno una bella minestra fatta dei debiti altrui»: se mai Angela Merkel avesse avuto un minimo ripensamento sugli eurobond, ieri di prima mattina ci ha pensato la solita "Bild" a ricordarle una volta di più dove stanno, immutati, gli umori popolari in Germania. Che il cancelliere, deciso a vincere le elezioni nel settembre 2013, non può permettersi il lusso di trascurare. A Bruxelles ieri sera si è riunito il primo vertice Ue sulla crescita, la grande emergenza europea finora ignorata. È il primo summit del genere, dopo ben 24 dedicati alla crisi dell'euro dall'autunno 2008, 24 occasioni perse. Sarà il 25 il numero fortunato dell'Europa in ginocchio? Sarebbe bello poterci sperare ma i dubbi sono legittimi. Prima di tutto perché l'ombra dell'uscita della Grecia dall'euro insieme ai possibili contraccolpi della crisi bancaria in Spagna hanno fatto irruzione in un incontro che avrebbe dovuto essere monotematico, tutto articolato sui possibili strumenti di rilancio dello sviluppo, e invece ha finito per parlare d'altro. Come avrebbe potuto essere altrimenti con l'euro ai minimi da 22 mesi e le Borse di nuovo in picchiata?

E poi perché l'asse franco-tedesco, il motore dell'unione economico-monetaria e della Ue, è saltato da tempo. Ormai, senza Merkozy, nemmeno la sua finzione riesce a stare in piedi. Il contrasto tra il cancelliere tedesco e François Hollande è lacerante e conclamato. Forse anche cercato. Il neopresidente francese ha cominciato al G-8 di Camp David a schierarsi con Barack Obama contro la Merkel sull'imperativo della crescita. E alla cena di Bruxelles non ha neanche provato a salvare le apparenze.
Si è presentato in coppia con il premier spagnolo Mariano Rajoy, entrambi reduci da una conferenza stampa congiunta a Parigi e da un viaggio Parigi-Bruxelles in Tgv, dove hanno coordinato le posizioni in vista del vertice. E poi con Mario Monti.

È una Francia di rottura quella di Hollande, non solo nell'iconografia ma nei contenuti politici e nelle ambizioni. Il ribadito impegno per rigore e fiscal compact, purché coniugati con un impegno altrettanto forte per la crescita, finora aveva fatto credere che la sua fosse una pretesa limitata a una semplice correzione di rotta.
Non una sfida aperta a Berlino. Non un divorzio immediato e radicale come quello celebrato ieri evocando pubblicamente gli eurobond, cioè il tabù dei tabù tedeschi. «È esclusa la mutualizzazione della garanzia sulle emissioni fino a quando i Paesi avranno il controllo della politica di bilancio» aveva tagliato corto giorni fa Wolfgang Schäuble. Toccando la sovranità sui bilanci, cioè lo speculare tabù francese.

La Merkel è in sintonia, anche se non esclude l'opzione in futuro, «una volta instaurata la disciplina fiscale nell'area e superata la crisi della moneta unica». Altrimenti si incoraggerebbe il lassismo nei Paesi mediterranei. E poi, come ieri hanno sottolineato i premier olandese, svedese e finlandese, i Paesi più virtuosi dovrebbero finanziarsi sui mercati a tassi più elevati, a tutto vantaggio dei "viziosi".
Hollande però non sembra intendere ragione: «Abbiamo l'obbligo di agire in fretta per aumentare i tassi di crescita in Europa e gli eurobond sono un argomento in discussione». Dalla sua ha l'Italia di Monti, che però dice che l'idea «per alcuni non è digeribile» e, ammettendolo, spera così di conquistarsi un ruolo di mediazione con la Merkel e al suo fianco ha anche Spagna, Lussemburgo, Portogallo, Grecia, la Commissione Barroso e la stessa Ocse.

Europa contro Europa. Lo scenario peggiore per decidere, sia pure tra un mese, al prossimo vertice Ue di fine giugno. Lo scenario peggiore anche per serrare i ranghi mentre la Grecia minaccia naufragio ma, invece di tenerla a galla con sinceri messaggi di speranza, le si fa sapere che comunque i partner si preparano al suo esodo, ciascuno calcolandone i costi.
Senza gli eurobond e senza la golden rule di Monti (sottrazione degli investimenti pubblici produttivi dal calcolo dei deficit), altra pista minata, tutto il resto sono ottimi palliativi. Più mercato interno, più mobilità per i lavoratori europei, riforme strutturali più coordinate e potenziamento del ruolo della Bei sono le idee che più piacciono alla Merkel. Hollande sposa molte di quelle della Commissione Ue: aumento del capitale della Bei, project bond, riallocazione dei fondi strutturali Ue e tassa sulle transazioni finanziarie.

Tutte proposte ragionevoli e anche concrete che richiedono tempo e per questo rischiano anche di perdersi per strada nell'Europa sfilacciata di oggi che non riesce a ricompattarsi davanti alla grande crisi. Ma si spacca. Certo gli eurobond sono prematuri ma sarebbero l'atto di coraggio e di leadership, fuori dagli schemi e dai Trattati Ue, che sbaraglierebbe la speculazione sui mercati. Lo stesso atto di Helmut Kohl quando decise di riunificare Germania e marco a modo suo, solo contro tutti. E vinse.

«La Germania deve riflettere, alla lunga questa situazione non è sostenibile. Oggi i tedeschi possono ottenere prestiti allo 0,01% mentre gli altri pagano il 6%. Di questo passo però non ci sarà più un mercato europeo per i prodotti tedeschi, perché gli altri non avranno i mezzi per comprarli» ha avvertito ieri il tedesco Martin Schultz, presidente dell'Europarlamento. Parole coraggiose e controcorrente. Per ora parole al vento.

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