Apertamente

di Rossella Guadagniniì, da MicroMega - Venti anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, trent’anni dall’assassinio di Pio la Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa. “Uomini soli” è il libro di Attilio Bolzoni edito da Melampo che racconta quegli anni, e un film di Paolo Santolini, prodotto da Faber Film e da Libera, su una città ferita a morte, Palermo. Abbiamo nomi, abbiamo date, abbiamo luoghi e moventi. Ma ancora oggi, a distanza di 20, 30 anni, non abbiamo colpevoli. E’ il bilancio amaro di una stagione italiana insanguinata che corre lungo tutti gli anni Ottanta e Novanta. Il luogo è un'isola, la Sicilia, la città Palermo, teatro delle stragi con quella cupa scenografia che ormai tutti conosciamo, fatta di omertà e sospetto, di orrore e paure, di silenzio e indifferenza. Ma mai rassegnata. I nomi sono quelli di Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista in Sicilia, ucciso il 30 aprile 1982. Di Carlo Alberto dalla Chiesa, generale dell’Arma e prefetto, freddato il 3 settembre 1982. Dei due giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fatti saltare in aria il 23 maggio e il 19 luglio del 1992, morti insieme alla scorta o a comuni passanti. Uomini simbolo per il loro impegno nella lotta contro la mafia, servitori dello Stato. Fatti a pezzi. Come è potuto succedere?
Palermo mostra le sue cicatrici. Dove ci furono corpi mutilati ora ci sono lapidi, dove c’era il nulla, ora ci sono dei nomi. A loro hanno intitolato strade, piazze, un aeroporto. E non solo in città, ma anche nelle altre città della Sicilia e nel resto d’Italia. Un fitto reticolo di via Falcone, piazza Borsellino, largo generale dalla Chiesa, e ancora via Pio La Torre, in un crescendo toponomastico ossessivo di targhe e cartelli, come a voler catturare la memoria e indicare una direzione, moltiplicando a dismisura i nomi e i luoghi. E’ il risarcimento offerto agli eroi, agli uomini importanti.

Un racconto corale che intreccia quattro tragici destini

Ma loro erano soprattutto “Uomini soli”, come sottolinea Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica, che a questi uomini per bene, in contrapposizione a chi per bene non è, e non lo è mai stato, ha dedicato un libro, edito da Melampo (pagg. 232, euro 16) e un film documentario, dal 16 maggio anche in edicola, scritto con Michele Astori e Paolo Santolini, prodotto da Faber Film e dall’associazione Libera, con musiche originali di Stefano Bollani.

“Li ho visti da vivi e li ho visti da morti – racconta Bolzoni – Ho conosciuto molti dei personaggi che hanno incrociato le loro esistenze tormentate, i pochi amici, i tanti nemici, il branco degli indifferenti. Prima di iniziare a scrivere, ho raccolto vecchie istruttorie e qualche sentenza. Ma poi ho provato un disagio profondo a leggere sempre gli stessi nomi, gli stessi mandanti, delitto dopo delitto e strage dopo strage. Non sono arrivato in fondo, non ce l’ho fatta. Sapevo già come finiva la storia di questi uomini soli”.

“Lo sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi. Facevano paura al potere. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte. Una solitudine generata non soltanto da interessi di cosca o di consorteria. Ma anche da meschinità più nascoste e colpevoli indolenze, decisive per trascinarli verso una fine violenta”. Attorno avevano il silenzio. Pio La Torre nel partito a cui aveva dedicato tutto se stesso. Carlo Alberto dalla Chiesa nella sua Arma, lui che era fiero degli “alamari cuciti sulla pelle”. Falcone e Borsellino nelle aule di quel tribunale popolato da giudici infidi. Vite scivolate nell’isolamento pubblico e istituzionale, fino agli agguati, alle bombe.

I vivi e i morti, le parole e il silenzio

“Si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché è isolato” aveva detto Carlo Alberto dalla Chiesa a Giorgio Bocca in una memorabile intervista. Lui che aveva combattuto le Brigate Rosse non riesce a sopravvivere alla Cupola. “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze – dice Falcone – In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Ci sono le denunce, le delazioni, i pentiti, a cominciare dal primo, Tommaso Buscetta. E poi le rivelazioni, i titoli cubitali dei giornali: “Palermo come Beirut”. Ci sono i particolari: i 500 chili di tritolo, la cassaforte di dalla Chiesa svaligiata a Villa Pajno, i file la memoria e il disco rigido spariti dai computer di Falcone, l'agenda rossa di Borsellino, che non si ritroverà mai, i resoconti e le testimonianze di chi stava loro intorno. O di chi, semplicemente, è rimasto a guardare. Perché, come dice qualcuno nelle immagini del film documentario: “chi resta vivo qua, due sono le cose: o è fortunato o è colluso”.
Ai due magistrati è dedicato anche un altro volume fresco di stampa, “Visti da vicino, Falcone e Borsellino, gli uomini, gli eroi” (Aliberti editore) di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, con l’introduzione di Gian Carlo Caselli, che da Torino venne mandato in Sicilia per riparare a quelle ferite. Dal gennaio ’93 al ’99 procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Caselli è stato responsabile degli arresti dei boss Leoluca Bagarella, Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca.

La cosa peggiore che possa accadere

E tanti ancora sarebbero da ricordare, una folla di morti ‘comuni’ e no. Come Rocco Chinnici, il ‘padre’ del pool antimafia ucciso il 29 luglio del 1983, a 58 anni, in seguito dell’esplosione di un’autobomba davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico, che fece altri tre morti. “La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso – aveva detto in una delle ultime interviste – Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare”.

Omicidi politici e omicidi di Stato. “Più trascorrono gli anni più cresce il disagio nel partecipare alle pubbliche cerimonie commemorative”, afferma oggi Roberto Scarpinato procuratore generale a Caltanissetta, lanciando il sasso nello stagno. Nell’introduzione al volume “Le ultime parole”, che uscirà per Chiarelettere il 18 maggio con testi di Falcone e Borsellino, Scarpinato parla di un’“amnistia della memoria” dei fatti scottanti, a proposito per esempio della trattativa Stato-mafia.
E dubbi sulla presenza di ex ministri della Dc alle commemorazioni ha manifestato, in via privata, la famiglia di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia assassinato mentre era in auto con la moglie e col figlio il 6 gennaio del 1980. Pochi giorni fa la sorella di Falcone, Maria, non ha voluto invitare il governatore Raffaele Lombardo alle celebrazioni per la strage di Capaci: “E’ indagato, si dimetta”, ha commentato. Sciascia, da gran siciliano qual era, sosteneva che Palermo è irredimibile, ma bisogna far finta che non lo sia. In molti non si sono arresi. In molti stanno aspettando.

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