Apertamente

di Alessandro Portelli, da MicroMega - Pubblichiamo l'introduzione all'edizione italiana di "Malcom X. Tutte le verità oltre la leggenda" di Manning Marable (Donzelli), libro vincitore del Premio Pulitzer 2012 come miglior saggio storico. "Malcolm X" di Manning Marable è un libro decisivo per capire il significato dei movimenti di liberazione afroamericani, attraverso la ricostruzione critica della vita e dell’azione di un protagonista di primissimo piano, e un esempio straordinario di ricerca storiografica a tutto campo. Ho incontrato Manning Marable diverse volte alla Columbia University, dove insegnava nel dipartimento di Studi afroamericani e nel dipartimento di Storia. Veniva ai seminari di storia orale a raccontare il progetto a cui aveva dedicato tutta l’ultima parte della sua vita: una biografia di Malcolm X che avrebbe restituito a questa icona rivoluzionaria tutto il suo spessore politico e tutta la sua complessità umana. Più ancora che il rigore del militante politico e dello studioso (e pochi come Manning Marable sono stati capaci di essere entrambe le cose), restava impressa l’intensità del coinvolgimento personale che animava il suo lavoro, nelle infinite indagini negli archivi anche meno accessibili come nella molteplicità di incontri non sempre facili con i protagonisti di quel tempo, a partire dalla stessa famiglia di Malcolm.

Per Manning Marable, il significato della vita e dell’azione di Malcolm X non era solo una questione politica, storica: era anche il significato della vita e dell’azione di tutta una generazione di intellettuali afroamericani che in un dialogo implicito con Malcolm X hanno fondato la propria identità. Anche per questo è particolarmente doloroso pensare che Manning Marable non è arrivato a vedere pubblicato il risultato di questa lunga passione, il libro che abbiamo in mano e che è uscito negli Stati Uniti solo pochissimi giorni dopo la sua morte.

Ed è anche un peccato che Manning Marable non sia qui adesso a intervenire nelle polemiche accese e spesso faziose che hanno accolto la sua fatica. Malcolm X è un’icona troppo preziosa per troppe persone, e la sua Autobiografia composta con Alex Haley è stata un testo di formazione per tantissimi di noi (me compreso). Rispetto a quella Autobiografia, Marable fornisce ora una ricostruzione che rivede alcuni aspetti fondamentali e che porta il racconto ben oltre i suoi confini. Questo nuovo approdo della ricerca non poteva non disturbare (il livore di figure pure rispettabili, come per esempio Amiri Baraka, è andato al di là di ogni abituale confine della critica). Se Malcolm era, come lo definì Ossie Davis nel suo celebre discorso funebre, «our black shining prince», «our manhood» («il nostro luminoso principe nero»,«la nostra umanità»; ma forse, «la nostra virilità»: e proprio in questo sta gran parte dello «scandalo» del libro di Marable), presentarlo come una persona la cui grandezza sta anche nella continua battaglia con i propri limiti, le proprie debolezze, le proprie contraddizioni significava dissacrarlo e offenderlo.

E invece proprio in questa ricostruzione dell’umanità di Malcolm sta il più generoso omaggio alla sua grandezza. Il Malcolm che esce da queste pagine non è meno radicale, meno rivoluzionario – anzi, dedicando pagine innovative alla visione politica dei suoi ultimi giorni, Marable lo rende ancora più politicamente consapevole e irriducibile. Smette però di essere quel modello di ruolo, quel virile principe nero senza macchia e senza paura che l’Autobiografia aveva costruito. Quel testo, come tutte le grandi autobiografie, aveva dato una forma narrativa e in parte immaginata agli eventi vissuti, creando una vicenda simbolica di caduta e rinascita e una figura rappresentativa funzionale alla costruzione di un’identità afroamericana condivisa. E questa immagine si era congelata e contratta. Ancora di più si era irrigidita nella versione cinematografica di Spike Lee e nell’immaginario un po’ sloganistico di tutta una generazione di rapper (che peraltro si era identificata soprattutto con il Malcolm hustler del ghetto, prima della sua svolta rivoluzionaria).

Manning Marable non demolisce affatto questo Malcolm X simbolico di cui abbiamo avuto bisogno; piuttosto, lo arricchisce nel confronto con il Malcolm X quotidiano, anche prosaico se necessario. Ci sono momenti in questo libro in cui la minuziosità della ricerca e della documentazione sembra darci un diario giorno per giorno, in certi momenti ora per ora, della sua vita e delle sue trasformazioni. Per di più, questo Malcolm in carne e ossa emerge come una figura non meno politica, anzi come portatore di un progetto assai più radicale e di una consapevolezza politica assai più articolata di quello che Alex Haley aveva lasciato emergere dai capitoli finali dell’Autobiografia, quelli che Malcolm non aveva fatto in tempo a rivedere.

Ma emerge anche un percorso di vita meno nitidamente strutturato di quanto non si cogliesse nella narrazione di caduta e resurrezione costruita dall’Autobiografia. Un processo di trasformazione continuo, molecolare e osmotico, non senza ritorni indietro e vicoli ciechi, ma sempre con la piena assunzione dei rischi. In questo senso, Marable rende assai meno praticabili quelle appropriazioni a posteriori di Malcolm X che, basandosi sul suo reale processo di evoluzione politica e personale, ne prefiguravano approdi di vario genere, dal trotskismo alla nonviolenza: sono tutte dimensioni con cui si è confrontato, ma fino all’ultimo Malcolm X è rimasto irriducibile e indipendente. La sua ricerca e i momenti di confusione che l’hanno accompagnata sono stati sempre e soltanto i suoi.

Un aspetto ulteriore dell’importanza di questo libro è la ricostruzione dell’uccisione di Malcolm X e l’attribuzione di responsabilità e di colpe. In quelle pagine, la relazione fra lo storico e il detective (esplorata in certi romanzi di Agatha Christie come in certi saggi di Carlo Ginzburg) si fa strettissima, motivata in entrambi i ruoli dalla ricerca della verità e dalla convinzione che un passato irrisolto getti ombre pesantissime sul presente.

Troppo spesso il movimento afroamericano è stato narrato (e in parte si è narrato) attraverso la costruzione di narrazioni mitologiche su protagonisti umani: da Rosa Parks a Martin Luther King, il simbolo e il movimento hanno a volte offuscato l’intelligenza politica e la capacità organizzativa (Rosa Parks era ben consapevole del suo gesto, quando rifiutò di cedere il posto su quell’autobus di Montgomery, Alabama; e Martin Luther King era soprattutto uno straordinario mediatore e sintetizzatore delle molteplici voci di un movimento vasto e complesso). Facendo di questi protagonisti delle figure in qualche modo prodigiose e astratte, ci è stata sottratta la visione della fatica, della sofferenza, delle difficoltà interiori che hanno dovuto superare per fare quello che hanno fatto – e quindi, anche, della qualità speciale di coraggio che c’è voluto. Il Malcolm X che esce da queste pagine, tanto diverso da loro, è tuttavia lo stesso tipo di eroe: non un essere superiore, ma una persona capace di superarsi. E forse sono questi gli «eroi» di cui c’è davvero bisogno.

 

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