Apertamente

di Xavier Chojnicki e Lionel Ragot da lavoce.info -  L'immigrazione è uno dei temi più caldi nella campagna elettorale francese. Spiega il grande successo del Front National e l'inseguimento del suo elettorato da parte di Nicolas Sarkozy. Eppure la Francia è uno dei più chiusi tra i paesi avanzati. E secondo gli economisti l'immigrazione non ha evidenti effetti negativi né sull'occupazione, né sul livello dei salari. È proprio vero che in Francia si sta verificando una massiccia immigrazione legalizzata, come hanno sostenuto alcuni candidati nella campagna elettorale per il primo turno delle presidenziali? Nel 2008 il paese contava 5,2 milioni d’immigrati, che corrisponde all’8,7 della sua popolazione (al 10,6 se si calcolano anche i francesi nati all’estero). Attualmente sono circa 200mila i cittadini stranieri che ogni anno si stabiliscono in Francia.

PERCHÉ IN FRANCIA SI DISCUTE DI IMMIGRAZIONE

La cifra equivale press’a poco alla popolazione di una città francese di medie dimensioni, come Rennes per esempio, vale a dire allo 0,31 per cento (o 3,1 per mille come direbbero i demografi) della popolazione totale. Tanto per fare un paragone, la Germania, nel 2010, ha accolto sul suo territorio più di 800mila emigranti (è il numero degli ingressi sul suolo tedesco, non quello del saldo migratorio; ed è questa cifra che deve essere paragonata ai 200mila della Francia). Con un tasso d’immigrazione di questo tenore la Francia finisce con l’essere uno dei paesi più chiusi dell’Oecd; solo il Giappone, ben noto per essere ermetico, ha un tasso più basso.

In compenso, registriamo sì 200mila ingressi, ma anche un numero elevato di trasferimenti di francesi all’estero e soprattutto di stranieri che ripartono. Nel 2010 il saldo migratorio (differenza annuale tra gli ingressi nel territorio e le uscite) era di circa 75mila persone. Il saldo era quindi dell’1,2 per mille, vale a dire due volte meno di quello registrato in Francia negli anni Sessanta; imparagonabile, poi, con quello di alcuni paesi come la Germania (10 per mille agli inizi degli anni Novanta), la Gran Bretagna o gli Stati Uniti (5 per mille), per non parlare dei tassi spagnoli dei primi anni Duemila (15 per mille tra il 2005 e il 2007). Non ci sembra quindi proprio il caso di parlare d’invasione migratoria.

Si può imputare agli immigrati l’aumento della disoccupazione e il mancato aumento dei salari, in particolar modo di quelli dei lavoratori non qualificati? È questo il problema di cui si discute oggi. L’istituto di sondaggi Ipsos ha rilevato, nell’agosto 2011, che il 41 per cento dei francesi ritiene che gli immigrati siano la causa della loro difficoltà nel trovare lavoro. Invece, gli economisti sostengono (quasi unanimemente, una volta tanto) che l’immigrazione non ha evidenti effetti negativi né sull’occupazione, né sul livello dei salari dei cittadini. E ciò perché l’arrivo di nuovi immigrati non si traduce automaticamente in una suddivisione dei posti di lavoro esistenti tra questi ultimi e gli autoctoni, come se la stessa torta dovesse essere divisa in fette molto più piccole, per l’arrivo di nuovi invitati.

Per dirla in parole semplici, l’immigrazione spesso è equiparata a uno “shock di offerta” sul mercato del lavoro: in teoria, cioè, provocherebbe una pressione al ribasso sui salari, perché vi è eccessiva offerta di mano d’opera dello stesso livello. Quando esistono rigidità salariali (per esempio il salario minimo), la pressione al ribasso finirebbe con l’influire sull’aumento della disoccupazione. Ma questo tipo di ragionamento semplicistico offre una visione solo parziale di una realtà ben più complessa.

Innanzitutto, l’immigrazione agisce sicuramente sull’offerta di lavoro, ma agisce in egual modo sulla domanda. Gli immigrati contribuiscono ad aumentare la domanda finale di beni e servizi, il che stimola la produttività e quindi la domanda di mano d’opera. Un recente studio delle Nazioni Unite mostra che l’aumento dell’1 per cento di popolazione attiva, proveniente dall’immigrazione, aumenta in pari misura il Pil.

In secondo luogo, l’attività degli immigrati è complementare a quella degli autoctoni e non sostitutiva. Per convincersene, basta esaminare la forte concentrazione di lavoratori immigrati in determinate attività (pulizia, ristorazione, servizi alberghieri, edilizia, e così via).

Inoltre lo stock di capitale non è un dato fisso e che i settori economici che assorbono l’immigrazione adattano progressivamente i loro mezzi di produzione e le loro infrastrutture all’arrivo di nuovi lavoratori. Ciò spiega, ad esempio, perché il ritorno di 900mila rimpatriati dall’Algeria, in seguito alla firma degli accordi di Evian del 1962, ha avuto - nei dipartimenti interessati dal fenomeno - un impatto molto limitato sul funzionamento del mercato del lavoro.

LA QUESTIONE DEL WELFARE

Si dice anche che l’immigrazione sarebbe un fardello notevole per le finanze pubbliche. Quest’idea si fonda sull’impressione generalizzata che l’immigrato sia meno istruito e qualificato dei cittadini nativi, che sia spesso senza lavoro e con tanti figli. Benché non si tratti di un’impressione del tutto errata, l’asserzione che l’immigrato possa incidere sulle finanze pubbliche manca di buon senso. Dalle analisi emerge che, anche se gli immigrati usufruiscono considerevolmente delle misure di previdenza sociale in alcuni settori (famiglia, alloggio, disoccupazione e assistenza) e anche se i loro contributi alle finanze pubbliche sono mediamente inferiori a quelli degli altri cittadini, non rappresentano tuttavia un vero costo per le finanze pubbliche.

Ciò si spiega con la nostra struttura previdenziale per fasce d’età. Il nostro sistema di previdenza sociale è ascendente, cioè gli attivi pagano per gli inattivi, vale a dire i pensionati. I due settori della previdenza di cui usufruiscono maggiormente le persone anziane sono la sanità e il sistema pensionistico: assorbono, già ora, l’80 per cento della spesa sociale del paese. Gli immigrati sono, invece, per lo più raggruppati nelle fasce di età attiva: il 55 per cento è tra i 25 e i 55 anni. In conclusione, il fatto che gli immigrati siano soprattutto presenti in quelle categorie che pagano più di quanto percepiscono va a controbilanciare l’eventuale “sovraccosto” di determinati settori della previdenza sociale.

Ma, si potrebbe obiettare che questi immigrati, che ora sono nel pieno delle loro forze, invecchieranno e peseranno quindi sul bilancio. Certo, ma bisogna riflettere che i loro figli, attualmente a carico delle finanze pubbliche, cresceranno e a loro volta lavoreranno. Ciò che importa, insomma, è il contributo che gli immigrati e i loro discendenti daranno durante il loro ciclo vitale. Se quindi si proietta nei decenni futuri l’attuale politica migratoria e si considera che il 70 per cento dei nuovi arrivati ha meno di 30 anni, il bilancio dinamico delle finanze pubbliche è leggermente positivo, grazie all’apporto costante di individui che sono nell’età attiva. Non è certo l’irrigidimento della politica migratoria che permetterà di riassorbire i problemi di deficit del bilancio della Francia, né tantomeno quelli concernenti la previdenza sociale.

Manca decisamente il buon senso quando si affronta il problema dell’impatto economico dell’immigrazione. I pareri degli economisti sono inequivocabilmente unanimi: l’immigrazione non rappresenta un costo per l’economia francese. Con ciò non vogliamo affermare che potrebbe risolvere i problemi economici relativi all’invecchiamento della popolazione. La vera posta in gioco dell’immigrazione non riguarda il settore economico, bensì quello politico e identitario.

 

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