Apertamente

di Emilio Carnevali da MicroMega - Le politiche di austerità attuate dai governi europei vengono presentate come sacrifici inevitabili dopo anni nei quali abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Ma per gli economisti Emiliano Brancaccio e Marco Passarella "L'austerità è di destra. E sta distruggendo l'Europa". Ecco perché. Nel 1977 Enrico Berlinguer lanciò la parola d'ordine dell’“austerità” in contrapposizione ad un modello di sviluppo «fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle riserve, di dissesto finanziario» (i due celebri discorsi in questione sono stati ripubblicati un paio di anni fa dalle Edizioni dell'Asino sotto il titolo “La via dell'austerità”).

Oggi il tema è tornato protagonista del dibattito pubblico, tanto che quella riflessione è stata rievocata più volte anche ai massimi livelli istituzionali. Ad esempio, nell'estate del 2010, al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, l'allora ministro dell'economia Giulio Tremonti disse che bisognava «rileggere gli scritti del 1977 di Enrico Berlinguer sull'austerity. Si tratta di un ragionamento sulle responsabilità nelle politiche di bilancio che può costituire una base per i prossimi anni in tutta l'Unione europea». «L'austerità sostenuta da Berlinguer», aggiunse il ministro, ancora lontano dall'ennesima svolta neo-socialista (pro-Hollande) intrapresa negli ultimi tempi, «è un riferimento etico e politico da non trascurare». Etica e politica, infatti, sono in questo caso profondamente intrecciate. L'austerità alla quale il segretario del Pci è spesso chiamato a fare da nume tutelare – non senza un certo tasso di impropria strumentalizzazione del suo pensiero – racchiude numerose “suggestioni di buon governo”. Incarna l'ideale di una amministrazione della cosa pubblica improntata al rigore, alla trasparenza, al contrasto agli sprechi del denaro pubblico di cui oggi avremmo oltremodo bisogno. Ma suggerisce anche un nuovo modo di rapportarsi alla problematica ambientale e alla sostenibilità dello sviluppo che le varie teorie sulla “crescita sostenibile” e i “nuovi indici del benessere” hanno contribuito a introdurre in un dibattito tradizionalmente dominato, a sinistra, dai temi del lavoro e della produzione, mentre restavano ai margini quelli del consumo e dei limiti allo sfruttamento delle risorse.

Può dunque sembrare strano leggere che "L'austerità è di destra. E sta distruggendo l'Europa", dal titolo del libro di Emiliano Brancaccio (economista dell'Università del Sannio) e Marco Passarella (economista della Business School dell'Università di Leeds, Gran Bretagna), appena pubblicato da il Saggiatore (pp. 152, euro 13). Perché mai l'austerità dovrebbe essere “di destra”? E soprattutto, perché mai si dovrebbe attribuire ad essa la colpa di una possibile implosione del progetto europeista? Caso mai – come ci viene sempre spiegato anche da esponenti del nostro governo ai quali certo non mancano né la competenza in materia economica, né una serietà e una dignità morale e civile incomparabilmente superiori a quelle del precedente esecutivo – l'austerità è un misura “tecnica”, e come tale senza alcuna specifica connotazione politica. Attraverso tale “procedimento amministrativo” stiamo faticosamente “rientrando in carreggiata” e mettendo ordine fra i nostri conti dopo anni vissuti al di sopra delle nostre possibilità. Come il buon padre di famiglia, quando si rende conto che le uscite superano le entrate, tira la cinghia e attua una serie di sacrifici per far quadrare le finanze del bilancio di fine mese, così deve fare il buon governante. Ciò si traduce in tagli alla spesa pubblica (diminuzione delle uscite) e aumento delle tasse (incremento delle entrate) al fine di diminuire l'indebitamento e aumentare il risparmio.

Cosa c'è che non funziona in un discorso apparentemente così lineare? Queste politiche, spiegano Brancaccio e Passarella nel loro pamphlet, «abbattono la capacità di spesa della popolazione, e quindi deprimono la domanda effettiva, inducendo le imprese a ridurre la produzione e a licenziare. La conseguenza ultima è che l'occupazione e i redditi calano, e con essi, contrariamente alle attese, diminuiscono pure i risparmi. Se poi la riduzione della domanda induce le imprese a rivedere i piani di espansione e a diminuire pure gli investimenti in macchine, attrezzature e conoscenza, l'effetto depressivo sui redditi potrà essere tale da rendere più difficile il rimborso dei debiti». Ed ecco che il paragone fra il buon padre di famiglia e il buon governante salta, a dispetto di tutte le migliore intenzioni degli integerrimi servitori della cosa pubblica.

Attraverso gli sviluppi della dinamica appena descritta – e concretamente riprodotta a livello continentale – possiamo addentrarci in una riflessione sulla crisi in corso assai diversa dalla lettura prevalente non solo in molte cancellerie europee ma anche in larga parte del mondo accademico. Una lettura prevalente che gli autori imputano alla “teoria mainstream”, quella del “paradigma della scarsità”, secondo cui il sistema economico tenderebbe ad un “equilibrio naturale” dal quale si può deviare solo nel breve periodo, e lo sviluppo sarebbe determinato e vincolato dalle sole grandezze fondamentali del lavoro, del capitale e delle conoscenze tecniche accumulate. Questo tipo di impostazione non è per altro incompatibile con il riconoscimento dell'effetto depressivo di politiche di austerità particolarmente cruente: lo dimostrano, per ricorrere a traduzioni più immediatamente politiche, diverse dichiarazioni del premier italiano Mario Monti, e finanche alcune recentissime uscite della cancelliera Angela Merkel sulla necessità di aprire una nuova fase dedicata alla crescita dopo quella del risanamento. La compensazione della caduta della domanda verrebbe dunque affidata alle cosiddette “riforme strutturali” atte all'accrescimento della flessibilità dei mercati (in primo luogo quello del lavoro). Si tratta in sostanza di accompagnare l'austerità con un incremento della competitività, dalla quale potrebbero scaturire nuovi sbocchi all'estero per la produzione.

Già Keynes ebbe modo di sottolineare i limiti di questo modello: «I produttori ripongono qualche speranza illusoria su iniziative che, intraprese da un singolo, lo avvantaggerebbero, ma che non giovano a nessuno nel momento in cui diventano condotta generale». Per l'autore della Teoria Generale «se un determinato produttore, o un determinato paese, taglia i salari, si assicurerà così una quota maggiore del commercio internazionale fino al momento in cui gli altri produttori o gli altri paesi non faranno altrettanto; ma se tutti tagliano i salari, il potere d'acquisto complessivo della comunità si ridurrà tanto quanto si sono ridotti i costi». È quello che sta succedendo in un'Europa dove sono invitati a seguire il modello della “virtuosa” Germania.

E allora: come uscire dalla spirale? La particolarità del libro di Brancaccio e Passarella è di proporre una doppia alternativa: si tenta cioè di formulare anche il Piano B nel caso, malaugurato, in cui il Piano A fallisse.

Il Piano A consiste in un radicale cambio di segno delle politiche europee capace di riequilibrare i rapporti di debito e di credito intra-europei e di rilanciare la domanda interna. A questo proposito i due economisti individuano diverse direttive di azione. Fra le proposte più originali vi è quella di uno “standard retributivo europeo”, un dispositivo che leghi crescita delle retribuzioni e produttività in modo da compensare il contenimento relativo dei salari con cui anche nei paesi “ricchi e centrali” sono stati utilizzati i vantaggi della moneta unica per la penetrazione nei mercati delle periferie. Ma la proposta ambisce a trascendere il suo significato tecnico-economico per essere compresa anche nella sua dimensione politica: secondo gli autori “lo standard” sarebbe «in grado di assicurare all'Europa un nuovo e più equilibrato profilo di sviluppo, e di generare al tempo stesso una potenziale convergenza di obiettivi tra lavoratori appartenenti a Paesi diversi». In altre parole potrebbe costituire «un esempio inedito, concreto e non retorico, di nuovo internazionalismo del lavoro».

Il Piano B è assai più controverso ed “eretico”, nel senso che sfida in maniera ancora più esplicita alcuni grandi tabù presenti anche in approcci assai critici verso l'attuale conduzione delle politiche economiche europee. L'intenzione degli autori, assai meritevole a prescindere dal grado di possibile condivisione del loro punto di vista, è quella di condurre la discussione dentro prospettive e scenari che potrebbero essere imposti, nostro malgrado, dalla degenerazione di una situazione economica, politica e sociale caratterizzata ancora da una enorme incertezza. «Se in Germania prevalesse la volontà di abbandonare i paesi periferici al loro destino», scrivono Brancaccio e Passarella nell'ultima parte del libro, «se i principali gruppi di interesse tedeschi intendessero assistere indifferenti allo scollamento progressivo dell'eurozona, allora non sarebbe soltanto la moneta unica a saltare, ma si finirebbe per mettere in discussione anche il mercato unico europeo. I paesi periferici potrebbero infatti reagire non solo svalutando, ma anche imponendo restrizioni ai movimenti di capitali e di merci. Non si tratterebbe del resto di una mera rappresaglia. È agevole dimostrare che, oltre un certo limite, i costi della permanenza nella zona euro e nel mercato unico possono di gran lunga superare i costi di uno sganciamento da entrambi. Il caso Grecia, sotto questo aspetto, è ancora una volta emblematico. L'uscita dal mercato unico, inoltre, consentirebbe di governare meglio la distribuzione del reddito rispetto alla caduta della quota salari che tipicamente consegue a una mera svalutazione».

Si tratta di una strada percorribile, o perfino auspicabile alla luce di determinate condizioni? Una cosa è certa: la crisi economica in corso impone soluzioni urgenti e all'altezza della radicalità della sua gravità. Keynes diceva che nel lungo periodo saremo tutti morti. Ma rischiamo di esserlo anche nel breve. E purtroppo non è una battuta o una metafora, vista l'agghiacciante serie di suicidi di imprenditori e lavoratori che le cronache del nostro Paese ci riportano ogni giorno.

 

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