Apertamente

di Cinzia Sciuto - L'Aied ha lanciato l'iniziativa “No Violenza – Contro lo stalking, il femminicidio ed ogni altra forma di violenza sulle donne”: due settimane di mobilitazione “virtuale” su siti, blog, social network. Oggi è il “blogging day”, e MicroMega partecipa alla campagna con questo contributo. Questa è la storia di una bambina di 11 anni, costretta a diventare adulta troppo presto. Maria aveva iniziato a lavorare sodo fin da piccolissima, era abituata a grandi sacrifici, aveva il corpo minuto e le sua infanzia non ha conosciuto gioco né scuola, come del resto era normale per i figli delle famiglie povere di contadini dell'Italia a cavallo tra Otto e Novecento. Abbandonati i campi delle Marche, che ormai non riuscivano più a sfamare le tante bocche della famiglia, Maria, i genitori e i fratelli si trasferirono nel Lazio, finendo a lavorare come mezzadri nelle paludi pontine, non ancora bonificate, dove condivisero un grande casolare con un'altra famiglia, formata da un padre con i suoi due figli, già grandi, anch'essi mezzadri per lo stesso padrone. Il padre di Maria morì presto di malaria, lasciando una famiglia di sole donne e bambini a convivere con un'altra di soli uomini.

Alessandro, 20 anni – che prima di tornare ad aiutare il padre e il fratello nei campi aveva trascorso alcuni anni in mare – tentò diverse volte di avere rapporti sessuali con Maria, l'unica figura femminile per lui “appetibile”, sicuramente le fece diverse avances, e possiamo supporre che non fossero particolarmente raffinate, molto probabilmente oggi parleremmo di stalking, per di più nei confronti di una bambina. Di fronte alle molestie di Alessandro Maria scappava, ma non ne parlò mai con nessuno, tale era la vergogna. Maria era stata educata infatti alla rigida e sessuofobica morale cattolica, nell'ancora più dogmatica versione contadina: la madre le vietava persino di spogliare i fratelli più piccoli perché non ne vedesse i genitali. “Dio non vuole, chi fa queste cose va all'inferno” era il refrain che con ogni probabilità Maria ha sentito ripetere fin dalla nascita a proposito di impronunciabili “cose” che fanno solo le donnacce e che non a caso ripeterà in punto di morte.

L'unico modello femminile a disposizione di una bambina povera che viveva nelle paludi pontine a inizio '900 era la Vergine Maria, modello proprio in quanto vergine. Di Maria sappiamo molto poco. Sappiamo, per esempio, che fu felice quando fece la prima comunione: come poteva non esserlo? Era la prima volta in vita sua che portava un vestito nuovo e pulito, e veniva trattata come una principessa. Per poi tornare alla fatica quotidiana.

Anche il 5 luglio del 1902, era un giorno di fatica come tutti gli altri. Alessandro ordinò a Maria di rammendargli una camicia mentre tutti gli altri erano fuori nei campi. Approfittando della situazione, rientrò in casa, nella speranza di riuscire finalmente a “possedere” Maria. Stavolta però, sapendo che molto probabilmente non avrebbe ricevuto una risposta diversa dal solito, si portò appresso un punteruolo, un grosso chiodo di quelli che si usavano una volta per fabbricare scope: stavolta non avrebbe accettato un “no” come risposta. Maria non aveva ancora compiuto 12 anni, il suo assassino raccontò che si dimenò come poté e che ripetè più volte: “Dio non vuole, vai all'inferno”. L'ennesimo rifiuto di Maria scatenò la follia omicida di Alessandro, che la uccise con 14 colpi di punteruolo.

Di questa bambina ammazzata come una bestia da una violenza maschile barbara e ignorante la Chiesa cattolica ha voluto farne una santa, una “martire della purezza”, un modello per il popolo (e soprattutto per le donne), più vicino nel tempo e più concreto rispetto alla madre di Gesù o alle altre sante vergini, come sant'Agnese. La frase pronunciata da Maria mentre Alessandro cercava di violentarla - “Dio non vuole, vai all'inferno” - è stata indicata come il segno della sua volontà di martirio, della consapevole scelta della morte, preferita alla perdita della propria “purezza”. E forse è proprio così, forse davvero Maria preferiva morire piuttosto che portare a vita l'onta di essere stata “disonorata”: sarebbe stato difficile trovare marito, sarebbe stata additata come una poco di buono. Meglio morire.

Questo è il modello di donna che la Chiesa propone, mitizzando un comportamento semplicemente normale (rifiutare con le unghie e con i denti una violenza, quale che sia la motivazione del rifiuto) e non mostrando alcuna pietà nei confronti di una povera contadinella brutalmente ammazzata (che anzi, grazie a questa aggressione, ha avuto l'occasione per testimoniare la sua fede, diventando appunto una martire). Un modello che ha influenzato enormemente l'immaginario collettivo, diffondendosi al di là delle parrocchie, diventando quasi proverbiale: “Non fare la Maria Goretti”, ci sentivamo ripetere da adolescenti quando rifiutavamo le prime avances dei ragazzi. Maria Goretti la casta, la pura, che preferisce la morte al peccato. Un immaginario collettivo profondamente radicato, nonostante gli enormi cambiamenti economici, sociali, culturali intercorsi dall'epoca di Maria Goretti, per il quale la castità – non più praticata nei fatti – continua ad aleggiare come un fantasma sulle scelte delle donne e che costituisce il brodo di coltura di atteggiamenti ancora oggi duri a morire.

Qualche mese fa è stata stuprata una ragazza nei pressi di una discoteca dell'Aquila, ritrovata sanguinante in mezzo alla neve. Così ha descritto le sue condizioni il ginecologo che l'ha operata: «E' arrivata in ospedale ricoperta di sangue in condizioni di incoscienza e in un grave stato di shock emorragico dovuto alle gravi lacerazioni che aveva. Lacerazioni che interessavano oltre che l'apparato genitale anche quello digerente. In trent'anni di carriera di atti di violenza ne avevo purtroppo già visti, ma nessuno di tale efferatezza». Ecco, di fronte a un tale scempio del corpo e dell'anima di una donna, c'è stato chi ha cercato di ricostruire i fatti insinuando che la ragazza fosse consenziente: consenziente a cosa? A farsi distruggere i genitali? Il fatto che si sia appartata volontariamente con quello che poi diventerà il suo aggressore toglie qualcosa alla brutale violenza subìta? La attenua in qualche modo? Tuttalpiù la aggrava, visto che la ragazza si era fidata di quell'uomo. Non è un caso che, nell'esaltare le presunte virtù della bambina Maria Goretti, si insiste continuamente sul suo rifiuto del rapporto sessuale in quanto tale: è qui, nella presunta ostinazione di Maria a preservare la sua “purezza” che starebbe la sua virtù. Forse che Maria Goretti – se avesse avuto il tempo di diventare grande e se fosse vissuta in un'epoca diversa – non si sarebbe mai appartata con un uomo per evitare “tentazioni”?

È anche a causa di questo immaginario collettivo che ancora oggi, centodieci anni dopo la morte di Maria, c'è chi – pur di non subìre quella che in molti ambienti è ancora un'onta – è terrorizzata dall'idea di ammettere in famiglia di avere avuto rapporti col proprio ragazzo, e si inventa di essere stata stuprata dai primi “zingari” di passaggio (menzogna che causerà un assalto al campo rom dei presunti aggressori per vendicare l'offesa). E che, ancora oggi, molte donne che subiscono violenza provano vergogna e non denunciano, preferiscono sopportare le violenze, spesso fino a farsi ammazzare. Anche la piccola Maria non aveva denunciato il suo molestatore, aveva subìto, aveva cercato di opporsi. E alla fine è stata ammazzata.

Nota: le informazioni sulla vita di Maria Goretti le ho desunte principalmente da “Povera santa, povero assassino” di Giordano Bruno Guerri (Bompiani 1984, 2008), l'unica biografia non agiografica di Maria Goretti, almeno a quel che mi risulta. Se qualcuno ne conosce altre, vi prego di segnalarmele.

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