Apertamente

di Christian Elia - Il 6 aprile del 1992 iniziava una spaventosa guerra, destinata a finire solo tre anni dopo lasciando una devastazione che fatica a sanarsi. Vent'anni dopo la Bosnia è una 'etno-democrazia', ancora lacerata da divisioni etniche a cui si aggiungono forti tensioni sociali. ''Svegliatemi quando è finita la transizione'', recita una scritta su un muro nei pressi della facoltà di Filosofia di Sarajevo. Oggi, venti anni dopo. Mentre in tutto il mondo si commemora il ventennale della guerra in Bosnia-Erzegovina, il Paese tenta di liberarsi della clessidra di pietra nel quale è rinchiuso dal 6 aprile 1992, data che gli storici identificano come inizio di un conflitto che in realtà era iniziato qualche giorno prima. ''La differenza è tutta nel modo in cui fa finire un film: o premi il tasto Stop, o premi il tasto Pause. In Bosnia hanno messo in pausa'', dice Samir, un ingegnere che si impegna per cambiare il suo Paese. ''Oggi sono tutti qui, di nuovo qui. I giornalisti, come allora, si danno appuntamento all'Holiday Inn (albergo del centro di Sarajevo dove durante la guerra soggiornavano stampa e televisioni di tutto il mondo, ndr). Sarebbe meglio che andassero per strada, a parlare con quelli che prendono 150 euro di pensione, con i ragazzi disoccupati, con gli insegnanti delle scuole che sono divise etnicamente. Si studiano tre storie differenti: una croata, una serba, una musulmana. Che futuro ha un Paese così? Io so solo una cosa: nel 1991, prima della dissoluzione della Jugoslavia, il figlio di un operaio poteva diventare ingegnere, come è accaduto a me. Oggi è impossibile. I confini stessi di questo Paese sono quelli del fronte di allora. Dove stiamo sbagliando?''.

La Bosnia-Erzegovina, come è emersa dalla architettura costituzionale degli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra, divide il Paese in due entità federate: la Federazione croato – musulmana (che occupa il 51 per cento del territorio) e la Repubblica Serba (che occupa il 49 per cento). La presidenza della Bosnia-Erzegovina, a turno, è divisa in tre: un croato, un serbo e un musulmano. A questo livello di governo federale, oltre le prerogative delle due entità, si aggiungono undici cantoni e tutte le municipalità. Un dedalo burocratico, una etno-democrazia che non riesce a governare.

''Quale futuro ha un Paese unito, perché io penso alla Bosnia-Erzegovina come un tutto unito, se non ha un passato in comune?'', si chiede Marjia, militante di Akcija Gradana, network di attivisti della cittadinanza attiva. ''Le classi dirigenti emerse dalla guerra, che si sono arricchite in modo illegale, hanno spogliato il Paese di tutto. Le uniche istituzioni che nessuno ha voluto prendere in carico sono quelle storiche. Ecco perché, raccogliendo firme tra la popolazione, chiediamo che i musei diventino patrimonio statale, patrimonio di tutti. Solo quando ritorneremo a sentire il passato come un patrimonio condiviso, al quale nessuno vuole togliere il presente, noi potremo costruire il futuro''.

Marija ci crede e si batte, ma la generazione nata dopo o durante la guerra, in gran parte, è disillusa. Ragazzi come Adnan, occhi di ghiaccio, faccia da attore. A 21 anni ha già smesso di credere nel domani. ''Ci ho provato, davvero. Ho militato nelle organizzazioni studentesche, mi sono battuto con gli altri perché venissero abolite le divisioni etniche nelle scuole superiori. Ci hanno bloccato, minacciato. Che senso ha? Ho un lavoro, sono molto fortunato, ma capisco quelli che se ne vanno. Il livello di corruzione è fuori controllo, come una cappa soffocante. Nasci e si può tracciare già il tuo destino. Se la comunità internazionale avesse speso un decimo dei soldi che ha buttato qui per progetti inutili in veri investimenti sul futuro sarebbe differente''. Anche Dijana, quasi trent'anni, che è andata via prima della guerra, in Kentucky, con la famiglia, si sente sconfitta. E' voluta tornare: ''E' la mia terra. Volevo viverla, lavorare qui. Ma sono una fotografa e lavorare qui è impossibile, ti senti lontano da tutto. Anche da quelli che sono rimasti, per i quali sei comunque uno straniero''.

Qualche tentativo di cambiare le cose si è fatto. Due anni fa, ad esempio, il mondo aveva accolto con favore la nascita di un nuovo partito, Nasa Stranka, che per la prima volta si schierava apertamente contro l'architettura etnica della Bosnia-Erzegovina. Il suo fondatore è il grande regista premio Nobel Danis Tanovic, che aveva raccolto attorno a questo progetto le menti più brillanti della cultura locale, senza badare all'origine del cognome o al credo religioso. Srdjan Dizdarevic, per anni impegnato nel Comitato di Helsinki per i diritti umani, era con loro. Ma ha dato le dimissioni. ''Andare via è stato doloroso, ma necessario. Il risultato elettorale di un anno fa non ci ha premiato, ma non è questo il punto'', spiega nella Casa dei diritti umani, ong che presiede. ''La distanza dal ventre molle di questo Paese è enorme. Non saranno scrittori, poeti e registi a sanare i danni gravi dei politici nazionalisti degli anni Ottanta. Un Paese come la Jugoslavia, costruito sul mito dell'unità e della fratellanza dei popoli slavi del sud, compattati dalla lotta contro il nazifascismo, è stato distrutto in un decennio. Allora avevamo bisogno della comunità internazionale, non durante la guerra. Come ne avremmo avuto bisogno dopo la guerra. Ma per tutti la Bosnia-Erzegovina è legata per sempre a un senso di colpa occidentale da lavare con donazioni e prebende che finiscono nelle tasche di coloro che sono i padroni di tutto, anche dei mezzi di informazione, e che continuano a ragionare in quote etniche e religiose. Solo la collettività si può rendere conto che la cittadinanza è l'unica via d'uscita per rompere il nuovo assedio: quello del passato''.

Fuori dal Parlamento federale a Sarajevo si danno appuntamento i veterani di guerra. Serbi, croati e musulmani. Uniti dalle stesse pensioni da fame. Protestano per i tagli che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale impongono a Sarajevo per sanare il suo spaventoso debito pubblico. Uno stato sociale che in un Paese di quattro milioni di abitanti spende più di un terzo del pil per pagare pensioni di guerra. ''Ora come allora siamo degli strumenti per gli interessi di qualcuno'', dice Igor, privo di gambe. ''Perché non ci fanno entrare nell'Unione europea? Vengono tutti qui, per gli anniversari e per le commemorazioni, ma non fanno l'unica cosa che servirebbe davvero: cancellare queste maledette frontiere''.

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