Apertamente

di Emilio Carnevali - Nell'Italia di oggi la priorità dovrebbe essere quella di creare posti di lavoro, non di facilitare i licenziamenti. Nel libro “Il lavoro prima di tutto” di Stefano Fassina una riflessione originale e appassionata sulla crisi e il futuro della sinistra. Una proposta utile anche per il dibattito in corso. Mai come in questi giorni in Italia si è parlato di lavoro. E presumibilmente si continuerà a farlo per un po', dal momento che è ancora lungo il percorso che attende la riforma del ministro Fornero. Potrebbe suonare come una buona notizia, vista la centralità che il tema dovrebbe assumere nella drammatica situazione sociale dell'Italia – e dell'intera Europa – con l'arrivo della seconda, gravissima recessione nel giro di quattro anni. Ma la notizia non è affatto buona, e non solo per la natura della riforma – nel complesso una cattiva riforma, a modesto parere di chi scrive – elaborata dal governo. Indipendentemente dalle possibili correzioni in sede parlamentare, sempre che tali correzioni riescano ad andare in porto, c'è un grande problema fin qui del tutto eluso che dovrebbe costituire la questione fondamentale in qualsiasi dibattito sul lavoro. È il problema che ha messo a fuoco, non senza una certa efficacia retorica, un grande vecchio del sindacalismo italiano come Pierre Carniti in una recente puntata de L'infedele di Gad Lerner: «Il problema del lavoro in Italia è la mancanza di lavoro. Il problema è della domanda e noi stiamo qui a discutere dell'offerta!». Parole cui hanno fatto eco quelle di un altro ex sindacalista come Sergio Cofferati pochi giorni dopo: «Il tema principiale è la crescita: siamo in piena recessione, aumenta la disoccupazione e la povertà e il governo Monti impegna le sue energie a discutere la riorganizzazione di una cosa che non c'è. Questa cosa che manca è il lavoro».

Carniti e Cofferati hanno ragioni da vendere. Di questo si dovrebbe innanzitutto discutete. O, quanto meno, anche di questo si dovrebbe discutere.
In attesa che il dibattito pubblico possa riposizionarsi su un ordine di argomenti più ragionevole – prima che sia la sempre più stringente morsa della crisi dell'economia reale a condurcelo con le “cattive maniere” – non possiamo fare altro che raccogliere alcuni materiali utili. Fra questi c'è il libro di Stefano Fassina, responsabile economia del Partito democratico, intitolato “Il lavoro prima di tutto” (recentemente pubblicato dalla casa editrice Donzelli, pp.191, euro16,50).

Il punto di partenza del libro è l'analisi della Grande Recessione scoppiata nel 2008 negli Stati Uniti e propagandatasi ben presto nell'intero Occidente. Due sono i “racconti ufficiali”, profondamente interconnessi fra loro, di questa crisi: da una parte ci sarebbe la finanza malata del mondo anglosassone, responsabile – attraverso la creazione di strumenti di credito sempre più sofisticati e l'esplosione di una componente puramente speculativa praticamente fuori controllo – dell'avvelenamento dell'economia reale e dell'amaro risveglio della classe media americana dal sogno della Ownership Society promessa da George W. Bush. Dall'altra parte, sul fronte europeo, si assisterebbe all'inevitabile collasso di un modello sociale – fondato su alta spesa pubblica, welfare universalistico, politiche fiscali fortemente redistributive e tutela dei diritti sui luoghi di lavoro – ormai incompatibile con i vincoli di competitività imposti dal mercato globale.

Si tratta di due racconti che Fassina contesta radicalmente, accusandoli di confondere le cause con le conseguenze: «Tra il 2007 e il 2008 si è rotto l'equilibrio, insostenibile sul piano macroeconomico, sociale e ambientale, promosso nel trentennio alle nostre spalle dal paradigma neoliberista. La causa di fondo della rottura non è la finanza. È la regressione del lavoro, dei padri e dei figli, e la conseguente impennata della disuguaglianza di reddito, di ricchezza, mobilità sociale e, inevitabilmente, potere economico, mediatico e politico. Il lavoro, innanzitutto il lavoro subordinato, in tutte le sue forme esplicite o mascherate, è l'epicentro del terremoto». In altre parole il castello della finanza e dell'indebitamento privato sarebbe stato proprio il dispositivo grazie al quale compensare la stagnazione dei salari reali del ceto medio americano negli ultimi trent'anni, sostenere così i loro consumi e, con essi, la domanda globale. Una stagnazione dei salari reali della working class coincisa con una colossale redistribuzione della ricchezza non solo dai salari ai profitti, ma anche all'interno della quota dei salari: fra il 1947 e il 1979 lo 0,1% dei lavoratori meglio pagati percepiva un reddito da lavoro pari a 20 volte il reddito del novantesimo percentile; nel 2006 la proporzione era salita a 77 volte. Sono numeri che conferiscono un non trascurabile significato analitico ad uno slogan apparentemente generico come quello dei ragazzi di Occupy Wall Street: noi 99%, voi 1%.

Sul fronte europeo, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, si sarebbe riprodotto un equilibro simile, in termini di insostenibilità, fra Paesi del centro (con la Germania, l'Olanda e l'Austria ad interpretare il ruolo di grandi esportatori assunto a livello globale dalla Cina) e paesi della periferia (Grecia, Spagna e Portogallo, ad assumersi il ruolo di “spugna assorbente”). Il tutto in presenza di una moneta unica che non permetteva recuperi di competitività attraverso la svalutazione nei paesi in deficit, e di una impennata della produttività non accompagnata da una proporzionale crescita dei salari reali (e quindi del costo del lavoro per unità di prodotto) nei paesi in surplus.

È una tesi sulle cause profonde dell'attuale crisi che non è possibile rintracciare nei documenti ufficiali dei vertici europei egemonizzati dal governo conservatore di Angela Merkel, ma che si trova in grande sintonia, ad esempio, con le analisi del più autorevole columnist del Financial Times, Martin Wolf: «I tedeschi individuano fideisticamente nei peccati del debito pubblico l'origine della crisi. Hanno buone ragioni per crederci. Se accettassero la verità, dovrebbero ammettere di aver avuto rilevanti responsabilità nell'infelice situazione in corso», ha scritto Wolf lo scorso 7 dicembre. Il vero punto cruciale sarebbe l'aggiustamento degli squilibri commerciali: in assenza di questi, «i continui tagli al deficit sui paesi più fragili causeranno lunghe e profonde recessioni». L'unica via di uscita, se si esclude l'abbandono dell'euro da parte dei paesi della periferia, risiede nella ripresa dell'economia dell'eurozona tramite politiche di segno nettamente contrario rispetto a quelle fin qui adottate; e la responsabilità ricade in primo luogo su chi è nelle condizioni di svolgere il ruolo di motore europeo della domanda.

Da qui l'enfasi che Fassina ripone per tutto il libro sulla necessità e la possibilità di una svolta a sinistra dell'Europa a partire dalla vittoria in Francia del candidato socialista François Hollande. Essa dovrebbe segnare una discontinuità immediata con i governi conservatori attualmente predominanti nel vecchio continente, ma anche con l'orizzonte strategico del precedente ciclo di governo di centrosinistra (seconda metà degli anni Novanta). La questione del lavoro diventa allora non solo base dell'analisi, ma fondamento della proposta. Non poche critiche sono indirizzate nel libro verso «i soliti avanguardisti del riformismo» che vedono nella «modernità secondo Marchionne l'unica modernità possibile».

La grande sconfitta della sinistra, preparata da una débâcle culturale prima ancora che politica, sarebbe maturata con la rinuncia alla rappresentanza degli interessi legittimi del lavoro subordinato in tutte le sue forme a favore di un «interclassismo socialmente devertebrato». La “questione settentrionale”, ad esempio, è stata spesso evocata dai pasdaran del nuovismo riformista come il segnale lampante dell'incapacità da parte della sinistra tradizionale di parlare ai settori più avanzati e dinamici del paese, al popolo delle partite Iva e della piccola impresa. Tuttavia, senza trascurare la necessità di una intelligente strategia delle alleanze, è bene ricordare che in Italia i lavoratori subordinati sono 17,5 milioni su poco più di 23 milioni di occupati; e la maggioranza dei lavoratori dipendenti privati (il 60% circa) risiede proprio al Nord: anche nel ricco e “mitico” Nord Est 3 lavoratori su 4 sono lavoratori dipendenti.

È vero che con la crisi, quando le aziende chiudono, imprenditori e lavoratori sono sulla stessa barca. Ma quando la crisi non c'era e la ricchezza si spostava sempre più rapidamente dai salari ai profitti, quando le imprese puntavano tutto sulla riduzione dei costi e non sull'innovazione e la ricerca, perché la sinistra ha rinunciato ad offrire un punto di vista autonomo? Rispondere a questa domanda è tanto più urgente se si considera che il populismo delle destre ha, a suo modo, fornito una alternativa al crescente disagio che montava dalle “periferie sociali” del paese: Fassina la chiama «redistribuzione territoriale e interaziendale del reddito». In sostanza territori più forti (vedi il sindacalismo localistico di forze come la Lega Nord) e aziende più forti (vedi la battaglia sulla contrattazione di secondo livello e la manomissione del contratto nazionale promossa dal ministro Sacconi) contro territori e realtà produttive più deboli.

Tuttavia la posizione neo-laburista del responsabile economia del Pd non si può nemmeno sovrapporre a quella “antagonista” che caratterizza pezzi consistenti della sinistra politica e sindacale. Il discrimine è, anche qui, “di analisi” prima ancora che di “programma”. Con riferimento alla vicenda della Fiat, Fassina – che è sempre stato fra i più solidali, all'interno del suo partito, con le tute blu guidate da Landini – scrive: «La Fiom non sembra cogliere fino in fondo lo sbilanciamento dei rapporti di forza nella fabbrica, nella società, nella politica, sopratutto in una fase di drammatica carenza di lavoro e diffusa insicurezza». I metalmeccanici della Cgil sperano di compensare questa debolezza attraverso una sempre più spiccata “politicizzazione” del sindacato e il coinvolgimento dei movimenti (vedi l'alleanza con i No Tav). Ma è un fatto difficilmente controvertibile, purtroppo, che le lotte di “resistenza" fin qui messe in campo hanno fatto registrare un differenziale enorme fra capacità di mobilitazione e risultati concreti ottenuti. Senza la politica, sostiene Fassina, senza l'ambizione di bypassare rapporti sociali oltremodo sfavorevoli tramite un'idea complessiva di Paese – e la capacità di trovare interlocutori adatti a dargli delle gambe sulle quali camminare –, si rischia la risorgenza del populismo e la continuazione di quello “smottamento” del mondo del lavoro che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni.

Il governo Monti, all'interno di questa logica, dovrebbe rappresentare l'inevitabile fase di transizione verso l'alternativa, nella consapevolezza che se da una parte non è possibile sottrarsi ai vincoli imposti dall'emergenza finanziaria da cui quel governo è nato, è tuttavia necessario non rinunciare ad una indipendenza di giudizio e di iniziativa da parte delle forze che si candidano alla rappresentanza del mondo del lavoro. Difficile inserirsi nella scia di una possibile svolta europea se in Italia si è catturati da dinamiche di governo che lasciano dietro di sé macerie sociali. E questo è il grande problema che la proposta di Fassina – e di chi come lui, dentro il Pd, si oppone alla deriva neocentrista e tecnocratica del principale partito della sinistra italiana – si trova di fronte. Ma è un problema che nessuna analisi macroeconomica, nessun grafico, nessuna tabella potrà risolvere. Serve la lotta politica.

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