Apertamente

di Marco Zerbino - «Quella che stiamo attraversando non è una semplice crisi economica: si sta rapidamente trasformando in una vera e propria catastrofe umanitaria!». Parla Yiannis Bournous, responsabile Politiche europee del Synaspismos, una delle principali formazioni della sinistra radicale ellenica. Ma quali alternative esistono all'Europa dell'austerity e dei memorandum? Default o non default, questo il problema… E dire che sembrava finita, giovedì scorso, quando le autorità elleniche hanno annunciato nel pomeriggio che il 75% delle banche private in possesso di bond greci avevano già accettato il drastico taglio del valore nominale dei titoli inclusi nel loro portafoglio. Una percentuale poi accresciutasi con il passare delle ore fino a superare, con l’applicazione delle clausole di azione collettiva da parte di Atene, la soglia del 95% dei creditori. «La Grecia è salva», titolavano i giornali venerdì mattina. «Moody’s: la Grecia è in default», si poteva invece leggere il giorno successivo. Chi ha ragione? Perché tanta incertezza? Ce la faranno o non ce la faranno, i greci, a risalire la china, cioè a risanare le loro finanze pubbliche e, nel contempo, tornare a crescere? Il fatto è che la «ristrutturazione concordata» del debito greco non è stata «concordata» con tutti i creditori: ad una piccola minoranza, di fatto, è stata imposta, circostanza che ha fatto scattare il pagamento di 3,2 miliardi di credit default swaps e che configura, già oggi, sul piano legale e da un punto di vista tecnico, una situazione di default. Che poi la Grecia sia in grado, stanti le pesantissime misure di austerità a cui è stata sottoposta, di ricominciare a crescere nel prossimo futuro e di fare a meno di nuovi prestiti è, secondo diversi analisti, quanto mai dubbio. E se è vero che «nessuno può predire il futuro», come ha sentenziato di recente, sibillino, il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, lo è altrettanto il fatto che i cosiddetti mercati sembrano scommettere su un prossimo fallimento della Grecia. «I nuovi bond greci “risanati”», scriveva Federico Rampini su la Repubblica di domenica 11 marzo, «vengono valutati intorno al 15% del loro valore ufficiale. A Wall Street la data è considerata quasi certa: nel 2013 Atene sarà di nuovo in default».

Yiannis Bournous sembra concordare con i broker americani, ma non certo per un qualche interesse speculativo. Secondo il Responsabile Politiche Europee del Synaspismos, formazione politica facente parte di Syriza, la coalizione della sinistra radicale ellenica, le misure di austerità richieste dalla «Troika» (Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) per sbloccare la seconda tranche di aiuti ad Atene conducono «in maniera matematica ad una devastazione sociale senza precedenti e al default del paese». La Grecia è allo stremo, la povertà aumenta, e la crisi economica «si sta rapidamente trasformando in una vera e propria catastrofe umanitaria». In una situazione simile, sostiene il giovane dirigente del Synaspismos, è necessario un congelamento quinquennale del debito di Atene, l’abolizione della sua componente speculativa e, soprattutto «un grande piano per uno sviluppo ecologicamente sostenibile».

È forse per via di un programma così ambizioso che una delle variabili attualmente più considerate dalla Troika, in relazione ad una risoluzione della crisi greca che salvi gli interessi strategici dei creditori internazionali e che non crei pericolosi precedenti, ha a che fare con l’esito delle elezioni di aprile. Tutte le formazioni della sinistra radicale sono in effetti date in forte crescita nei sondaggi, tanto che, durante i convulsi negoziati che hanno portato all’approvazione del secondo prestito da 130 miliardi da parte dell’Eurogruppo, qualcuno aveva ventilato persino l’ipotesi di inserire, fra le condizioni chieste ad Atene, l’impegno scritto a rispettare in futuro il programma di austerità non solo dei leader dei due principali partiti che sostengono il governo tecnico di Lucas Papademos (Nuova Democrazia, centrodestra, e il Pasok, il Partito Socialista), ma anche di quelli a capo delle organizzazioni politiche che, lo scorso 12 febbraio, hanno votato in Parlamento contro l’accordo (fra i quali vanno annoverati tutti i dirigenti della sinistra greca). Alla fine, a scrivere una lettera di intenti indirizzata a Bruxelles sono stati solo il socialista George Papandreou e il conservatore Antonis Samaras, ma il semplice fatto che ci si sia posti il problema la dice lunga sull’attesa che si sta creando attorno alle prossime consultazioni elettorali elleniche. Con Bournous, che abbiamo incontrato a Roma, cerchiamo quindi di capire qual è la situazione sociale che si sta determinando nel paese, in che modo essa interagirà con le nuove misure di austerità e qual è, nel dettaglio, la ricetta proposta dalla sinistra greca per uscire dalla crisi del debito che affligge il paese.

La crisi del debito greco è entrata nella sua fase acuta nel 2010. Quanto e come è cambiata, nel corso di questi due anni, la società greca?
Da maggio 2010, cioè dalla firma del primo memorandum d’intesa fra il governo greco (all’epoca presieduto da Papandreou, ndr) e la cosiddetta Troika, la società greca è stata investita da uno shock senza precedenti nella storia recente del paese: i diritti dei lavoratori e gli altri diritti sociali sono stati ridotti a brandelli, mentre le norme democratiche e costituzionali vengono quotidianamente annichilite, il tutto per «soddisfare» le necessità e le richieste imposte dai creditori e dall’ortodossia ultraliberista dell’Unione Europea e dei vari governi nazionali che la compongono.
Dopo l’approvazione dei due memorandum di intesa, e in seguito a diverse ondate di misure di austerità e di «riforme strutturali», il 25% della popolazione cerca oggi di sopravvivere al di sotto della soglia di povertà, in un contesto nel quale le statistiche ufficiali parlano di un tasso di disoccupazione del 24% e di una cifra complessiva di persone senza lavoro pari a 1.200.000 unità. Si tratta di numeri, oltretutto, che peggiorano decisamente se prendiamo in considerazione la fascia di età compresa fra i 18 e i 24 anni, nella quale la disoccupazione arriva al 50%.

Quando si fa riferimento alla Grecia, si parla sempre di finanza, di obbligazioni, di creditori internazionali, ecc. Ma, viene da chiedersi, che ne è dell’economia reale, del tessuto produttivo di un paese sottoposto a misure draconiane in teoria finalizzate a fargli riguadagnare competitività?
Altro che competitività! L’economia reale va restringendosi sempre di più. Migliaia di commercianti e piccoli imprenditori hanno dovuto chiudere o cedere i propri negozi, in quanto impossibilitati a ripagare i debiti che avevano contratto con le banche e a causa della drammatica contrazione della domanda aggregata e del potere d’acquisto dei salariati, il cui reddito, negli ultimi due anni, si è ridotto del 40-50%.
La sanità e l’istruzione pubblica sono allo sfascio, i bambini svengono in classe perché a casa sono sottoalimentati, mentre il numero dei senzatetto è sensibilmente aumentato. Quella che stiamo attraversando non è una semplice crisi economica: si sta rapidamente trasformando in una vera e propria catastrofe umanitaria!

Lo scorso 12 febbraio il parlamento greco ha approvato le misure di austerità connesse al secondo prestito, pari a 130 miliardi di euro, ricevuto dal governo di Lucas Papademos. Syriza, la coalizione di cui il tuo partito fa parte, in quell’occasione ha votato contro il «pacchetto» imposto dalla Troika. Ci puoi spiegare perché?
Il secondo memorandum di intesa fra la Grecia e la Troika è un accordo vergognoso e foriero di ulteriori disastri sociali. Per dare un’idea di cosa si tratta, credo sia utile elencare brevemente le misure da cui risulta composto.
Uno degli scopi principali dell’accordo è quello di ridurre il costo del lavoro del 15% entro il 2015, in modo tale da rendere il mercato del lavoro ellenico più competitivo in rapporto a paesi «simili» come il Portogallo, la Spagna, ma anche… Bulgaria e Lettonia!
In concreto, ciò significa la fine di tutti i contratti a tempo indeterminato. La riduzione del numero di dipendenti pubblici di 150.000 unità entro il 2015 (cominciando con 15.000 licenziamenti entro la fine del 2012), l’immediata privatizzazione di tutte le aziende pubbliche ancora esistenti (ad esempio le società dell’acqua di Atene e di Salonicco e la Lotteria Nazionale).
Nel settore privato, il memorandum impone la riduzione del salario minimo del 22% (il nuovo salario minimo sarà dunque di 586 euro lordi, a cui vanno sottratte tasse e contributi previdenziali) e addirittura del 32% per i lavoratori che hanno meno di 25 anni (510 euro). Inoltre, il sussidio di disoccupazione viene portato a 313 euro e il salario degli apprendisti a 412 euro (sempre lordi).
I pensionati vedranno invece le loro già scarne pensioni ridursi del 7-15% (a seconda del settore in cui hanno lavorato). Senza menzionare il fatto che ogni nuovo pensionato sarà obbligato a firmare una «clausola di morte», che significa che, qualora scelga di trasferire la sua pensione ai figli o ad altri parenti stretti dopo la morte, fintanto che è in vita riceverà solo la metà dell’ammontare totale della pensione stessa.

Eppure, sono in tanti a dire che o la Grecia va verso l’attuazione del pacchetto della Troika, oppure va dritta verso il baratro…
Innanzitutto, va detto che quest’ulteriore, catastrofico accordo non è legittimo, perché è stato negoziato da un governo che non è stato eletto, ma direttamente nominato dalla Troika e dalle forze del capitale greco e internazionale. Secondo: questo accordo conduce in maniera matematica ad una devastazione sociale senza precedenti e a una vera e propria bancarotta del paese.
Questo memorandum per la Grecia, così come i memorandum messi a punto per il Portogallo e l’Irlanda, sono parte di un unico piano: quello di impedire una risoluzione della crisi del debito. Giorno dopo giorno, le statistiche ufficiali dimostrano che questa politica di super-austerità determina l’approfondirsi della recessione e l’autodistruzione dell’eurozona e dell’Unione Europea.

Ma esiste un’alternativa concreta alle misure di austerità? E come andrebbe affrontato, nell’attuale contesto, il problema del crescente debito pubblico greco?
La verità è che non è corretto parlare di «crisi del debito greco». Questa non è una crisi nazionale. E non è semplicemente una crisi legata all’espansione del debito pubblico. È una crisi strutturale del capitalismo neoliberista e dell’architettura che sorregge l’eurozona e l’Unione Europea. Le classi dirigenti dell’Ue, al pari dei nostri governi nazionali, non stanno cercando di risolvere la crisi del debito. Stanno cercando di salvare il loro sistema.
Il loro scopo è quello di usare la «minaccia del debito» come una grande opportunità per portare a termine la distruzione del welfare state, l’abolizione dei diritti sociali e la violazione autoritaria della sovranità popolare e delle norme democratiche e costituzionali fondamentali. Il nostro obiettivo è invece quello di promuovere un programma composto sia da una serie di misure che possano essere messe in opera già da domani mattina, sia da alcuni elementi più strategici che pongano la questione della rifondazione dell’Europa.

Di quali misure parliamo?
Un programma alternativo dovrebbe cominciare con il ristabilire i «fattori sociali» dell’economia: occupazione, sicurezza sociale, sevizi pubblici e un grande piano per uno sviluppo ecologicamente sostenibile.
Tuttavia, per trovare le risorse necessarie a far ripartire lo sviluppo e a combattere la recessione, innanzitutto dobbiamo porre termine all’incontrollata attività speculativa del sistema bancario privato e dei mercati finanziari, e restaurare la giustizia sociale mediante il sistema fiscale. Non può darsi un progetto che indichi un’alternativa alla crisi senza un controllo pubblico e democratico sul sistema bancario e sulla finanza, e senza una tassa sulle transazioni finanziarie. Inoltre, non può esserci sviluppo senza l’abolizione della componente speculativa del debito pubblico di tutti i paesi membri dell’Unione Europea che risultano essere sovraindebitati. In particolare, per il caso specifico della Grecia proponiamo, più o meno, lo status di cui ha goduto la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale: un congelamento di 5 anni del pagamento del debito pubblico. Dopo questa moratoria quinquennale, la Grecia dovrebbe ricominciare a pagare solo in caso di un tasso di sviluppo positivo. Oltre all’esenzione dal pagamento della parte speculativa del debito, è necessario anche tassare i ricchi, specialmente in un paese come la Grecia, dove il contributo fiscale annuale delle compagnie di navigazione è inferiore a quello della totalità dei lavoratori immigrati…
Ancora: per poter parlare di un modello di sviluppo realmente sociale, con tanto di servizi pubblici garantiti, di qualità e a basso costo per tutti i cittadini, va promosso il controllo pubblico dei settori strategici (energia, trasporti, acqua, sanità, istruzione) e un programma fondamentale di investimenti pubblici, tanto europei quanto nazionali, finalizzati alla creazione di posti di lavoro sicuri, di aumenti salariali e pensionistici e di incremento dell’offerta sanitaria ed educativa. Al fine di attuare un simile programma, un governo di sinistra, in Grecia, dovrebbe cominciare col rispedire al mittente il memorandum che è stato varato e rigettare tutte le misure di super-austerità imposte negli ultimi due anni.

Difficile pensare che l’Unione Europea, attualmente dominata dalle politiche di austerità ispirate soprattutto dalla Germania, possa accettare un simile programma di governo…
Infatti noi riteniamo che il cambio di passo vada attuato anche in sede europea (il Synaspismos fa parte del partito della Sinistra Europea, ndr). Il sistema speculativo attuale non può essere fermato, né gli investimenti pubblici possono essere messi in moto, senza un mutamento radicale del ruolo della Bce, in maniera tale che essa possa offrire prestiti diretti agli stati membri a tassi di interesse estremamente bassi (1%), emettere eurobond, stampare moneta ed essere sottoposta al controllo democratico del Parlamento di Strasburgo. La Grecia, e l’Europa nel suo complesso, non possono cambiare registro senza l’abolizione del Patto di Stabilità, il Patto Euro Plus e tutti i trattati e gli accordi che hanno istituzionalizzato l’autoritarismo finanziario.

In concreto, quante probabilità ci sono che, dal vostro paese, cominci a soffiare un vento di alternativa per tutta l’Europa? A dar retta ai sondaggi, i partiti della sinistra radicale greca, qualora si presentassero uniti in un’unica coalizione alle prossime elezioni, potrebbero sfiorare il 40% dei voti…
Le conseguenze sociali della crisi – che, come ho cercato di spiegare, non hanno precedenti – portano oggi in superficie la questione centrale: quella della necessità di un cambiamento radicale e dei rapporti di forza necessari ad ottenerlo. È vero: tutti i sondaggi di opinione effettuati di recente mostrano un’importante crescita del peso elettorale di tutte le forze politiche di sinistra e anti-memorandum: il Partito Comunista Greco (Kke) è dato intorno al 12-15%, la Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza) fra il 10% e il 12%, mentre Sinistra Democratica (Dimar) oscilla fra il 12% e il 16%. Infine, i Verdi, che probabilmente entreranno per la prima volta in Parlamento, sono dati intorno al 3%.
Syriza ha fatto appello incessantemente a tutte le forze progressiste e di sinistra perché formino un fronte unitario di resistenza e di alternativa antineoliberista e antimemorandum. Un nuovo blocco di potere unitario che sia in grado di mettere in moto nuove dinamiche, obbedendo alla volontà della stragrande maggioranza dei greci, e di rovesciare le politiche distruttive imposte dai memorandum, dando attuazione a un programma radicalmente differente fondato sullo sviluppo sociale, sulla democrazia e sulla creazione di posti di lavoro.
Il problema è che tanto i dirigenti del Kke, quanto quelli di Sinistra Democratica si oppongono in maniera decisa a questa strategia, rimanendo attaccati al proprio settarismo. Ciononostante, questa campagna per l’unità sembra dare al momento alcuni risultati positivi, in particolare per quanto riguarda una serie di personalità e di piccole organizzazioni fuoriuscite dal Pasok ma anche, ed è questo l’aspetto più importante, per una parte consistente della società greca, che chiede di essere liberata dalla dittatura dei mercati e che è pertanto incline a non votare più per il Pasok o per Nuova Democrazia.

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