Apertamente

di Emilio Carnevali - Il candidato socialista François Hollande non pare essersi scomposto più di tanto – almeno nelle dichiarazioni pubbliche. «Non sono i leader europei che influenzeranno la decisione del popolo francese. Siamo una grande nazione che non si fa comandare»: così ha commentato il servizio apparso sull'edizione online del settimanale tedesco Der Spiegel, secondo il quale «in colloqui riservati, la Cancelliera e i leader britannico, spagnolo e italiano hanno concordato di non incontrare lo sfidante socialista durante la campagna elettorale». Insomma, sarebbe all'opera una sorta di boicottaggio diplomatico-promozionale contro il grande nemico del “capolavoro politico” di Angela Merkel, quel Fiscal Compact approvato lo scorso venerdì al vertice europeo di Bruxelles e considerato dalla Cancelliera una «pietra miliare» della nuova Europa. Che la notizia sia fondata o meno – il governo italiano si è già premurato di etichettarla come «ricostruzione puramente fantasiosa» – poco importa. I fatti sul tappeto ci sono già: come ha ricordato Anais Ginori sulla Repubblica di oggi, Hollande non è ancora riuscito a incontrare nessun capo di governo nei suoi recenti viaggi a Roma, Berlino, Londra e Madrid. Nel 2007, la stessa Merkel aveva incontrato sia il candidato di centrodestra Sarkozy sia la sua sfidante Ségolène Royal, così come aveva fatto Gerhard Schröder nel 2002 con Jacques Chirac e Lionel Jospin. La tradizione è stata interrotta proprio con Hollande, e del resto l'avversione della Merkel per questo socialista, mite ma refrattario a sposare il dogma dell'austerità imposto da Berlino, è comprensibile e conclamata. Interessante, se mai, può essere verificare quanto sia davvero forte la posizione della Cancelliera tedesca, anche perché dietro le tensioni dall'apparente carattere nazionalistico si cela una cruciale “battaglia sull'austerity” che non si arresta certo sulle rive del Reno; e nemmeno sulle acque dell'Atlantico, vista la preoccupazione più volte esibita da Barack Obama per i possibili effetti che la spirale recessiva europea potrebbe avere sui timidi segnali di ripresa dell'economia americana (e quindi anche sulla sua rielezione).

Nei giorni scorsi la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato una lettera inviata al presidente della Bce Mario Draghi dal presidente della Banca centrale tedesca Jens Weidmann. L'oggetto erano naturalmente le due maxi-aste da 1000 miliardi con cui Draghi ha immesso una super liquidità nel sistema sotto forma di prestiti triennali alle banche al tasso dell'1%. Il capo della Bundesbank ha puntato il dito contro il pericolo di una impennata dell'inflazione (tradizionale spauracchio della politica monetaria “alla tedesca”) e contro l'eccesso di “generosità” nei criteri adottati dalla Bce per accettare i titoli in garanzia forniti dalle varie banche per accedere alle linee di credito agevolato.
E se la Banca centrale europea da qualche tempo parla un po' meno tedesco e un po' più americano, non si può certo dire che il fronte dell'austerity sia compatto nemmeno nella sua patria di origine.

Dopo una rivelazione del quotidiano Süddeutsche Zeitung, il governo tedesco ha dovuto ammettere che il Fiscal Compact dovrà essere approvato anche in Germania con una maggioranza di due terzi del Parlamento. La coalizione della Merkel è già molto divisa: lunedì scorso il secondo pacchetto di aiuti alla Grecia è passato solo grazie ai voti dell'opposizione. Sul Fiscal Compact la socialdemocrazia e i Verdi potranno far pesare ancora di più il loro punto di vista, tanto che il capogruppo della Spd, l'ex ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier, ha già dichiarato di «non vedere l'approvazione del patto senza misure per il rilancio della crescita». E si dà il caso che il punto di vista della sinistra tedesca sia molto più vicino a quello del “pericoloso” Hollande che a quello del “proprio” governo di centrodestra.

Lo scorso 12 dicembre Spd e Verdi hanno reso pubblico un documento (si può leggere in italiano sul sito del Nens) in 12 punti sulla crisi, sulle sue cause, sulle politiche con cui la si è affrontata e su quelle che invece si dovrebbero adottare. «Il governo federale tedesco», si legge fin dalle primissime righe del testo, «da mesi persegue, nell'ambito della crisi europea, una strategia unidimensionale che destabilizza pesantemente i mercati finanziari e che, allo stesso tempo, ha ricondotto l'area euro al limite della recessione. (…) Perseverando in questa direzione il governo federale compromette il futuro dell'Europa sia politico che economico e danneggia il prestigio della Germania». E ancora: «Reagire alla sfida europea unicamente con la pretesa di un programma di risparmio è una della più rilevanti cause del drammatico sviluppo della crisi». Al contrario c'è bisogno di un programma europeo che abbia «chiare priorità di investimenti nella economia reale. Abbiamo bisogno in Europa di una trasformazione sociale ed ecologica con l'istruzione di una nuova catena di creazione di valori nei mercati pilota del futuro. Abbiamo bisogno di una iniziativa europea per combattere la disoccupazione giovanile. Abbiamo bisogno di una tassazione dei mercati finanziari».

Al di là del carattere generale e di “indirizzo” del documento – nel quale comunque non mancano proposte concrete, come quella, mutuata dal German Council of Economic Experts, di una sorta di Eurobond – è evidente la differenza fra questa “filosofia” e quella che ispira l'Europa dell'austerity. Ma differenze considerevoli di approccio, vista l'implicita centralità attribuita alla necessità di far ripartire il motore della domanda interna europea, si possono individuare anche rispetto all'Europa dell'ormai celebre “Lettera dei Dodici Presidenti” – capitananti dal premier italiano Mario Monti, da quello britannico David Cameron e da quello olandese Mark Rutte – nella quale si sollecita una politica per lo sviluppo sostanzialmente incentrata sull'implementazione del mercato interno e della concorrenza, sopratutto nel settore dei servizi e delle professioni.

Insomma, in Europa esiste una potenziale “alternativa socialista”. Ma molto si giocherà nelle elezioni francesi del prossimo aprile/maggio. Se Hollande uscisse sconfitto, non sarebbe solo Nikolas Sarkozy a festeggiare.

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