Apertamente

di Claudio Sardo - Non è vero che la tecnica può sostituire la politica. Non è vero che la Grande coalizione è la condanna ineluttabile per un Paese sempre in transizione. Non è vero che il vincolo esterno impedisce scelte alternative. Non è vero che la sola competizione possibile consiste nell’eseguire al meglio gli ordini degli organismi finanziari internazionali.
Non è vero che esiste un solo paradigma economico, incontestabile, non smentibile. È vero invece che c’è molto conformismo in giro. E opportunismo. Nel nostro bilancio pesa un deficit di pensiero critico. Le democrazie si nutrono di questo. E di coraggio. Se l’antipolitica cresce perché le istituzioni non appaiono più come decisori efficaci (e dunque deludono le domande di cambiamento, di equità, di mobilità sociale) di questo non si può dare solo colpa alla globalizzazione. I vincoli esterni ci sono, e sono anche aumentati. Ma la politica è appunto capacità di modificare l’inerzia delle cose. La Bundesbank era contraria alla parità del marco ma Helmut Kohl la fece lo stesso, combinando l’unificazione tedesca con una strategia di allargamento dell’euro (anch’essa non poco osteggiata). Tornando a casa nostra, non erano scontate la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti. Si deve molto alle scelte del Pd. Ma un ruolo decisivo ebbero anche le parti sociali firmando l’accordo del 28 giugno. Quell’atto segnò la fine, l’ultima delegittimazione del governo Berlusconi, che aveva fondato sulla divisione la propria strategia: diversi firmatari sono arrivati con colpevole ritardo, tuttavia quella fu una svolta politica che anche all’estero mutò la percezione dell’emergenza italiana.
Questo per dire che le teorie e le narrazioni sull’esaurimento della politica, dei partiti e di tutti i corpi intermedi sono interessate. Sono armi nella battaglia sul futuro del Paese. Quello di Monti è un governo politico, benché formato da tecnici. Anche nelle formule ricorrenti si nasconde un’ideologia: accettare l’idea dell’autosufficienza dei tecnici vuol dire accettare che c’è una verità precostituita, una sola politica da applicare, ovviamente determinata da agenzie esterne al circuito istituzionale. Il governo Monti invece vive per una scelta politica. E compie quotidianamente scelte politiche. Alcune buone, altre meno. Il decreto sulle liberalizzazioni, dopo i duri scontri tra lobby contrapposte, uscirà dal Parlamento migliorato rispetto al debole testo uscito da Palazzo Chigi.
Certo, Monti gode di consenso nell’opinione pubblica. Il merito gli va riconosciuto. Ma anche la campagna di chi contrappone il virtuoso Monti ai partiti viziosi riscuote successo. Questo vuol dire innanzitutto che i partiti sono malati. Il caso di Berlusconi che disinveste sul Pdl per rilanciare una nuova Forza Italia e il caso di Beppe Grillo che scomunica il dissenso interno sono la prova drammatica di quanto il populismo sia dilagato nella nostra politica. Ma non possiamo rassegnarci a questa inerzia. Non possiamo rinunciare a ricostruire partiti democratici e un sistema politico di tipo europeo.
Monti può dare una mano per far uscire l’Italia dall’incubo di questa Seconda Repubblica. Come può invece operare per tenerla imprigionata. Magari puntando anche lui su un esito oligarchico (o tecnocratico, ma il significato è lo stesso), come una parte non piccola dei poteri economici che contano nel nostro Paese. Per il presidente del Consiglio le priorità restano l’emergenza finanziaria e il recupero per l’Italia di quel prestigio e quel profilo europeista che Berlusconi aveva dissipato. Ma nella sua azione politica molte sono le scelte che incideranno sulla transizione. Anche la gestione della vicenda Tav in Val Susa è rilevante. Perché alla fermezza nel respingere ogni ricatto della violenza, è doveroso che corrisponda una capacità di ascolto dei disagi dei valligiani e delle loro domande: tentare di ridurre l’area del dissenso non è un optional per chi governa ed è un dovere per chi teme degenerazioni eversive.
Il governo Monti, nella transizione, inciderà sulle questioni sociali. A partire dal negoziato sul mercato del lavoro. E dalla sua capacità di tenere in equilibrio innovazione, equità e coesione dipenderà lo scenario in cui si svolgerà la prossima competizione elettorale. Speriamo davvero che il Porcellum sia abolito (nonostante i tanti, dissimulati difensori). Perché se l’Italia non sarà capace di dotarsi di una democrazia competitiva, la transizione fallirà quale che sia il livello dello spread. Per il centrosinistra, fin d’ora, il tema è tenere insieme questione sociale e questione democratica. Pur nel sostegno a Monti, questo è tempo di battaglia politica. Sono tanti i cantori della sospensione della politica, ma chi si batte contro le disuguaglianze, le iniquità, i conservatorismi, non può accettarla. È inaccettabile che si neghi l’esistenza di legittime alternative in Italia e in Europa.

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