Apertamente

di Chiara Valentini, da L'Espresso, 2 marzo 2012 - A parole, è una scelta che tutti respingono. I fatti la confermano continuamente: "O i figli o il lavoro". Non poteva essere più diretto, e tagliente, il titolo dell'ultimo libro della giornalista Chiara Valentini, in libreria, per Feltrinelli, dal 7 marzo. Un'indagine sulla difficoltà di conciliare lavoro e maternità, colma di storie e di emozioni. Un'analisi su quanto costi veramente diventare mamme. In Italia, più che in tutto il resto d'Europa. Qui di seguito un estratto dal primo capitolo. Eccellenza, provi a toccare qui, senta come si muove". Resta interdetto per un momento il vescovo in visita a un ospedale calabrese quando la giovane dottoressa, superato d'un balzo il gruppetto dei professori, gli afferra senza tanti complimenti la mano e se la posa sul pancione che spunta da sotto il camice bianco. "Lei difende la vita, ma non è vita questa? Eppure la vita di mio figlio vale proprio poco. Appena saputo che sono incinta mi hanno detto che ho chiuso, qui non potrò più tornare. Ma come faccio a mantenerlo?". Per ironia della sorte è proprio in un reparto maternità che lavorava Francesca, trentacinquenne con laurea e specializzazione impeccabili, finita come la maggioranza dei suoi coetanei in una catena di contratti a termine, che a ogni scadenza la tenevano con il cuore sospeso. Lei però, brava e instancabile, benvista dal primario, veniva riconfermata ogni volta.

"Non mi sarei mai aspettata che proprio il mio bambino mi facesse mettere alla porta", mi racconta Francesca con la voce che trema dal risentimento. Sono già passati vari mesi da quella "sceneggiata epocale", come la definisce, di cui va piuttosto fiera, anche se i risultati pratici sono stati pari a zero: niente rinnovo del contratto e anche il vescovo sparito nel nulla. Il bimbo è nato e lei ha dovuto accontentarsi di un posto da assistente notturna in una modesta clinica privata della provincia, 900 euro in nero al mese, molti chilometri di strada da macinare tutti i giorni, niente ferie né assistenza sanitaria. "Ma poteva anche andarmi peggio, con un neonato a carico".

È una frase che sentirò ripetere infinite volte, in questo viaggio nello spazio a rischio delle italiane che lavorano, e che vorrebbero continuare a farlo anche quando scelgono di diventare mamme.
Invece poteva capitarle quel che è successo a Fiorella, 20 anni, commessa in un supermarket della periferia di Firenze, che non sentendosela più di scaricare la merce dai camion - attività che peraltro non le spettava - aveva comunicato alla direttrice di non poter più portare pesi perché incinta. Non l'avesse mai fatto. In un attimo si era ritrovata chiusa a chiave nel magazzino, con la dirigente che la insultava e la minacciava per costringerla a firmare le dimissioni. La ragazza aveva cercato di resistere, ma si era sentita male per lo spavento e aveva finito per scrivere il suo nome su un foglio bianco. Su consiglio di un'avvocata del lavoro, Marina Capponi, a lungo consigliera di Parità della Toscana, Fiorella aveva fatto causa. Solo dopo quattro anni passati fra mille difficoltà, un mare di spese e qualche lavoretto saltuario, era riuscita a ottenere una sentenza che condannava il proprietario a pagarle 90 mila euro di risarcimento. Ma non era ancora finita. L'uomo non voleva proprio saperne di versare quei soldi, anche a costo di danneggiarsi da solo. Dal suo punto di vista era un'ingiustizia intollerabile. Per costringerlo il tribunale aveva dovuto addirittura pignorargli il supermarket.

Se possiamo dire che per Fiorella in qualche modo c'è stata una sorta di lieto fine, sia pure in ritardo, nessun lieto fine per Rosalba, infermiera in uno studio dentistico di Parma. Quando si era accorta di aspettare un bambino la ragazza non aveva avuto il coraggio di farlo sapere al suo datore di lavoro. Altre volte l'aveva sentito urlare contro collaboratrici rimaste incinte: "Sfaticate che pretendete di farvi i figli a spese mie". Per il terrore di perdere il posto Rosalba, in particolare difficoltà perché sola, senza un compagno, aveva continuato a lavorare fino a tutto il quinto mese, cercando di nascondere la gravidanza. Ma a pagarne il prezzo era stato il suo bambino, nato senza le dita delle mani e dei piedi. Come le spiegheranno i medici, è successo per le radiazioni degli apparecchi delle radiografie dentali, che lei aveva continuato a usare. E se è vero che il dentista non ne era direttamente colpevole, lascia senza parole che le abbia poi rifiutato le due ore di permesso giornaliero a cui ha diritto chi ha un figlio portatore di handicap. Quando Rosalba era rimasta incinta una seconda volta, prima l'aveva retrocessa da infermiera a donna delle pulizie, poi l'aveva addirittura licenziata.

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