Apertamente

di Roberto Mania, da Repubblica Affari & Finanza - L’ossessione dell’articolo 18 per nascondere la nostra vera malattia: quella della bassa, bassissima, produttività. Ogni dieci anni lo scontro aspro sulla norma dello Statuto dei lavoratori confonde le acque, inquina la discussione, esalta i conservatori. Si combatte così una battaglia inutile, una battaglia persa per tutti, per sviare lo sguardo dalla ragione del nostro progressivo declino. Che riguarda tutti, nessuno escluso e che non dipende e non dipenderà dall’articolo 18. Abbiamo alle spalle due decenni persi: bassa crescita, bassi salari, bassa competitività. Scivoliamo in fondo in quasi tutte le classifiche globali sulle performance economiche, senza riuscire a risalire. Siamo immobili, con il Pil che, a parte le flessioni per le ripetute recessioni, non arriva più al 2%. Abbiamo perso quasi 30 punti di competitività rispetto alla Germania. Viviamo aggrappati a un modello di sviluppo che da anni non crea occupazione, che esclude i giovani, che dà a pochi una seconda chance. La ragione prima di tutto ciò sta proprio nel tracollo della produttività. Indossiamo da tempo la maglia nera in Europa. Servirebbe un patto per rilanciarla. Ma allora ciascuno (sindacati, industriali, banchieri e partitici politici) dovrebbe rimettere in gioco se stesso, uscire dalle rendite di posizione. Troppo rischioso. Sergio Marchionne aveva saputo porre il problema, ma non ha saputo risolverlo. Ha fatto il cowboy. Ed è una colpa. Nell’intervista della scorsa settimana al Wall Street Journal, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ricordato che in Europa ci sono paesi, tra cui l’Italia, nei quali «i salari aumentano automaticamente con l’anzianità, non con la produttività». Bruno Trentin, leader carismatico dell’autunno caldo e comunista eretico l’aveva detto ancora meglio, molti anni fa, quando non era affatto popolare sostenerlo: «Gli scatti di anzianità sono una forma tipica di premio alla anzianità di servizio, alla fedeltà all’impresa costituendo un ostacolo alla mobilità professionale. Sono il premio dato all’impiegato d’ordine senza prospettive di carriera». Siamo nel nuovo Millennio ma non siamo andati molto avanti. Il fattore lavoro è solo una componente della produttività. Importante però.

La Banca d’Italia ha calcolato che nel primo decennio dell’Unione monetaria (19982008) la produttività è aumentata del 22% in Germania, del 18% in Francia e solo di uno striminzito 3% in Italia. Nello stesso arco di tempo il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto del 24% in Italia, del 15% in Francia ed è addirittura sceso in Germania. E ancora: in quel decennio il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29%, contro il 20% tedesco, mentre in Francia c’è stata un’impennata del 37%. Siamo malati da tempo dunque.

L’Istat ha preso in esame un decennio diverso: dal 2000 al 2010. Il risultato cambia di poco. Perché nulla è stato fatto per guarire. La produttività del lavoro si legge nell’ultima ricerca dell’Istat, "La dinamica della produttività" è cresciuta «moderatamente» solo nel biennio 20062007, ed è caduta del 3,6% nel biennio successivo, con un recupero del 2,2% nel 2010. Alla fine del decennio si è tornati ai livelli del 2000. Un decennio, appunto, del tutto perso. Siamo gli ultimi in classifica tra i paesi dell’Unione Europea, dopo Belgio, Danimarca e Portogallo, con la differenza che da noi il calo è stato, come si è visto, costante mentre negli altri paesi si è registrata un’accelerazione per effetto della recessione mondiale.
Le ragioni della nostra bassa produttività sono note: troppe piccole imprese (il numero medio di addetti per azienda è di 8, contro gli 11 della Spagna, i 14 della Francia e i 35 della Germania), pochi investimenti in innovazione e ricerca anche per il predominio del capitalismo familiare, scarsa concorrenza nei servizi, una pressione fiscale da record, incertezze sul piano normativo e sui tempi dei giudizi civili, debolezza della formazione.

Eppure di flessibilità nei contratti di lavoro ne abbiamo immessa tanta, dal "pacchetto Treu" in poi. E abbiamo fatto male, anche per gli effetti sulla produttività. John Van Reenen guida il Centre for Economic Performance alla London School of Economics, e, in una recente intervista, ha sostenuto che il dualismo nel nostro mercato del lavoro (tra iperprotetti e precari), «è un freno alla produttività». «Che interesse ho ha detto a lavorare meglio se so che tra un anno non avrò più quell’impiego o, viceversa, se sono sicuro che lo manterrò a vita?».

Tre economisti della lavoce.info (Andrea Ricci, Mirella Damiani e Fabrizio Pompei) si sono messi a calcolare gli effetti negativi della precarietà sulla produttività totale dei fattori. Bene, secondo i loro conti nel periodo 19952007, quello nel quale abbiamo costruito un mercato del lavoro parallelo, tutto flessibile, la produttività totale dei fattori è precipitata del 3,77%.
L’Italia ha puntato tutto sulla flessibilità esterna all’impresa. La Germania, che oggi è diventato il modello di riferimento, ha fatto il contrario. Un’analisi comparativa di grande interesse è stata fatta da due economisti della Sapienza di Roma, Giuseppe Ciccarone e Enrico Saltari, ed è stata pubblicata sulla rivista il Mulino ("Si fa presto a dire Germania"). Con il "pacchetto Hartz", le aziende tedesche «hanno mirato ad accrescere la flessibilità interna all’impresa, ovvero la sua capacità di variare l’impiego di lavoro già presente al suo interno». Hanno giocato sull’elasticità dell’orario di lavoro e hanno spostato, utilizzando la formazione e la riqualificazione, i singoli lavoratori. «L’intento delle riforme tedesche scrivono Ciccarone e Saltari è stato proprio quello di rendere più flessibile il mercato del lavoro, non solo e non tanto attraverso una sua deregolamentazione, ma soprattutto con misure utilizzate per favorire il lavoro a tempo parziale (kurzarbeit, l’equivalente della nostra cassa integrazione) e la flessibilità degli orari di lavoro individuali». Così la Germania conosce oggi un vero boom dell’occupazione.

In sostanza l’Italia non avendo più a disposizione l’arma della svalutazione competitiva ha provato a recuperare competitività riducendo i costi del fattore lavoro, senza investire e senza innovare. Morale noi siamo tornati a livelli di produttività di poco inferiori a quelli del 2000, la Germania ha superato di otto punti il tasso di produttività di inizio secolo.
Ciccarone e Saltari hanno proposto di agganciare i salari alla produttività programmata e non a quella effettivamente realizzata. Un altro economista, da sempre vicino agli ambienti della Cgil, come Marcello Messori, è andato oltre. Ha suggerito un patto sociale per la produttività programmata del lavoro, così come si fece con l’inflazione programmata nei primi anni Novanta per uscire da quella recessione. Ha scritto Messori: «Si tratta di fissare quegli incrementi medi di produttività del lavoro che possano ridurre i ritardi italiani rispetto ai paesi concorrenti; di trasferire una quota rilevante di tali presunti incrementi alle remunerazioni correnti dei lavoratori. Le imprese più efficienti, capaci di "battere" il tasso medio di aumento della produttività programmata, realizzerebbero elevati profitti».

Servirebbe, insomma, una cambio di politica economica e un’azione di tutti verso un obiettivo comune. Tra le righe, ma senza dichiarazioni reboanti e senza totale convinzione, potrebbe essere questo l’obiettivo del governo Monti. Perché se si guarda al modello che sottende le proposte del ministro del Welfare, Elsa Fornero, al tavolo della riforma del lavoro, si ritrovano molti punti di contatto con quanto è accaduto in Germania: meno precarietà, più stabilità, più formazione. Ma senza risorse aggiuntive è difficile raggiungere l’obiettivo tedesco. Forse anche per questo ci siamo condannati tutti alle "sconfitte eroiche" sull’altare dell’articolo 18.

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