Apertamente

di Emilio Carnevali - Non passa giorno che non venga registrato e ribadito – meno frequentemente indagato – l'infimo livello di fiducia di cui godono i partiti, ovvero le organizzazioni alle quali l'articolo 49 della Costituzione assegna il compito di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Secondo una recente inchiesta condotta da Ilvo Diamanti la fiducia dei cittadini nei confronti dei partiti è arrivata a toccare il valore record (in negativo) del 3,9% (in una scala dove il primato positivo è detenuto dalle forze dell'ordine, con il 71,8%), e infatti quasi la metà degli italiani non li ritiene necessari al funzionamento della democrazia. Coerentemente con questo dato la fiducia nel Parlamento si assesta su livelli altrettanto bassi – 9% –, inversamente proporzionale al consenso di cui sembra godere, secondo altri sondaggi, l'attuale governo di “tecnici” (per definizione e senso comune “estranei alla politica”). Tanto che lo stesso Diamanti è arrivato a ipotizzare – sulla Repubblica di oggi – una Terza Repubblica non più «fondata 'da' e 'su' i partiti, ma 'contro' i partiti». Si tratta di un fenomeno di cui non va assolutamente sottovalutata la portata sociale – anche per individuare pericoli e potenzialità che ne accompagnano l'accentuazione – ma di cui non va nemmeno sopravvalutata la novità storica. E dato che abbiamo appena celebrato il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia può forse essere utile ricordare che la polemica sui partiti e il parlamento è antica almeno quanto il nostro Stato, ne accompagna la vita civile fin dalla sua nascita. Anzi, la precede persino (per quanto, naturalmente, il concetto di partito fosse allora molto diverso da quello “novecentesco” ancora operante, tutto sommato, nelle nostre democrazie).

«I partiti», scriveva Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, «corrompono l'uomo e l'uomo corrompe la nazione». Il patriota napoletano puntava allora il dito contro «i faziosi (importa poco di qual partito siano: è fazioso chiunque non sia del partito della patria)» così come Ugo Foscolo ammoniva che nel nuovo Stato ci si dovrà salvaguardare «dalla rabbia delle parti; che le parti là regnano dove uno, assoluto, universale non è il governo» (Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione). Riecheggiava ovviamente negli scritti di entrambi la dottrina contenuta nel Contratto sociale di Rousseau: «È necessario, perché si abbia chiaramente l'espressione della volontà generale, che non vi siano società particolari nello stato e che ogni cittadino non ragioni che con la sua testa».

L'antipartitismo che innervava la retorica del movimento nazionale poté in parte confluire, insieme ad altri elementi molto eterogenei, nell'antiparlamentarismo dell'epoca liberale immediatamente successiva all'unificazione secondo un curioso intreccio di processi storico-culturali. Come ha osservato lo storico Alberto Mario Banti nel suo Risorgimento italiano tale retorica «ha un notevole grado di coerenza con le argomentazioni di chi considera il Parlamento il luogo della corruttela perché, fra le altre cose, funzionalmente incapace di interpretare la volontà della nazione, incapace di individuare i superiori interessi della collettività».

Argomentazioni come quelle contenute in Corruzione elettorale. Studio teorico pratico (pubblicato nel 1894), nel quale Carlo Morini denunciava la corruzione dilagante e formulava una particolare speranza di riscatto: «Si riavrà, sì, la mia patria si riavrà, perché l'Italia ha due grandi presidi, la dinastia di Savoia e il popolo». A patto naturalmente che il potere regio possa manifestarsi «in tutta la sua libera, larga, razionale esplicazione». Da qui la necessità – predicata con grande forza da Sidney Sonnino nel suo celebre saggio del 1897 Tornare allo Statuto (albertino) – di ristabilire il primato regio sul governo, primato che gli era stato “usurpato” dal Parlamento fin dagli anni '50 (in epoca pre-unitaria, quindi), ovvero dalla prassi del mandato di fiducia introdotta dal primo ministro Camillo Benso di Cavour.

Si trattava di una letteratura esaminata anche da Gramsci nei sui scritti sul Risorgimento contenuti nei Quaderni del carcere, una letteratura – scriveva il fondatore del Partito comunista italiano – «dovuta ad elementi conservatori, furiosi per la caduta della Destra e della 'consorteria' (cioè della diminuita importanza nella vita statale di certi gruppi di grandi proprietari terrieri e dell'aristocrazia, ché di una sostituzione di classe non si può parlare), fegatosa, biliosa, acrimoniosa, senza elementi costruttivi»: «l''accusa' fatta al regime parlamentare di non essere 'nazionale' ma copiato da esemplari stranieri rimane una vuota recriminazione senza costrutto, che nasconde solo il panico per un anche piccolo intervento delle masse popolari nella vita dello stato».

D'altronde nella stessa tradizione risorgimentale – meglio ancora, nella stessa componente liberal-moderata che egemonizzò e guidò il movimento nazionale – è possibile rintracciare anche una cultura che fa della difesa del parlamento e dei partiti il principale argine per la salvaguardia dell'appena conquistata libertà costituzionale: «Un'esperienza di tredici anni», scriveva Cavour poco prima della spedizione dei Mille, «mi ha convinto che un ministero onesto ed energico, che non abbia nulla da temere dalle rivelazioni della tribuna e non si lasci intimidire dalla violenza dei partiti, ha tutto da guadagnare dalle lotte parlamentari. Io non mi sono mai sentito debole se non quando le Camere erano chiuse. D'altra parte non potrei tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta la mia vita. Sono figlio della libertà: è ad essa che debbo tutto quel che sono».

Abbiamo a che fare con discussioni troppo lontane nel tempo? Apparentemente non ci sono legami con il dibattito attuale: la crisi di autorevolezza della politica e dei partiti corre parallela all'affermarsi di soluzioni “tecniche” maturate con il combinato disposto dell'“iniziativa” dei mercati finanziari – capaci di defenestrare governi “a colpi di spread” – e di figure di garanzia come il Presidente della Repubblica (il rappresentante dell'«unità nazionale», art. 87). E in parte è così: l'apparenza non falsa realtà storiche davvero distanti e difficilmente sovrapponibili. Ma ci sono anche aspetti di quelle vicende, come abbiamo visto poco sopra, che – con la dovuta prudenza – possono essere fonte di utili ammonimenti.

E di lezioni utili è ricco anche il passato recente. Ad esempio può essere importante ricordare come il discredito in cui cadde “la politica” all'indomani della Rivoluzione di Tangentopoli (un grandioso sussulto contro la “corruzione elettorale” del nostro tempo), fu politicamente capitalizzato dall'“uomo dell'impresa”. Un uomo che si presentava estraneo ai giochi di palazzo della Prima Repubblica, alle stantie liturgie delle burocrazie di partito, alla lentezza esasperante delle procedure democratiche, all'ipocrisia della mediazione, del politicamente corretto, dell'omaggio reso ai decrepiti equilibri istituzionali su quali si fondava la nostra “Costituzione sovietica”.

Oggi ci troviamo di fronte ad un bivio: la crescente insoddisfazione verso “questa politica” può servire a far germogliare i semi di cambiamento e di rinnovamento presenti nel terreno della società italiana. Oppure può essere strumentalizzata in chiave regressiva da quelle che Gramsci chiamava «le 'forze occulte' e 'irresponsabili' che hanno per portavoce i 'giornali indipendenti'» (oggi potremmo aggiungere televisioni e blog): «esse hanno bisogno ogni tanto di creare movimenti occasionali di opinione pubblica, da mantenere accesi fino al raggiungimento di determinati scopi e da lasciare poi illanguidire e morire. Sono manifestazioni come le 'compagnie di ventura', vere e proprie compagnia di ventura ideologiche, pronte a servire i gruppi plutocratici o d'altra natura, spesso appunto fingendo di lottare contro la plutocrazia».

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