Apertamente

di Riccardo Pennisi - Il presidente non si è ancora ricandidato ufficialmente, ma la campagna elettorale per l'Eliseo è già iniziata. In vantaggio l'esponente del Partito socialista. Il peso del centrista Bayrou e del Fronte nazionale di Le Pen. Il fattore-Merkel.
Le elezioni che tra novanta giorni decideranno il nuovo presidente della Repubblica francese si annunciano aperte e imprevedibili. Nicolas Sarkozy, non ancora candidato ufficialmente, affronta una campagna elettorale in salita: la brutta situazione economica che vive il paese ha originato una profonda crisi di sfiducia nell'opinione pubblica, che, per ora, si riflette in sondaggi tutt'altro che incoraggianti. Il suo principale avversario, il vincitore delle primarie socialiste François Hollande [nella foto], in questo momento gode di un vantaggio su cui nessuno sfidante ha mai potuto contare nel confronto diretto con un presidente uscente. Dovrà riuscire nel complicato compito di mantenerlo fino al ballottaggio, previsto per il 6 maggio.

Il quinquennato di Sarkozy, complice la crisi che non sta risparmiando la Francia, è diffusamente percepito come piuttosto deludente. “È dura fare campagna elettorale”, sospirano i militanti. Sembrano molto lontani i tempi in cui il presidente raccoglieva consensi anche al di fuori della sua area politica e del suo stesso paese per aver associato al governo elementi appartenenti alla sinistra, al centro e alla società civile: il più importante di essi, Bernard Kouchner, è stato per tre anni titolare degli Affari esteri e europei, incarico che gli è costato l'espulsione dal partito socialista. La politica di “apertura” ha incluso il sostegno a Dominique Strauss-Kahn alla direzione dell'Fmi e altre nomine significative.

Sul piano interno, un grande investimento in termini di risorse ma anche di immagine è stato dato alla lotta all'immigrazione clandestina e alla “facilitazione del lavoro delle forze dell'ordine” in relazione alla situazione delle periferie delle grandi città francesi, spesso teatro di violenze urbane. Proprio a seguito di una di queste rivolte, a Grenoble nell'estate del 2010, sono state condotte numerose operazioni di espusione di rom in situazione irregolare, e aggravate le pene previste dal codice penale per gli immigrati clandestini. Tuttavia, il pugno di ferro mostrato in questa e altre occasioni dal presidente - accusato per queste scelte di favorire il razzismo e di voler sviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalla crisi economica - non è servito a diminuire il numero dei reati e delle aggressioni subite dalla polizia, risultati in aumento dalle statistiche dell'anno scorso.

È comunque il rapido peggioramento dell'economia a preoccupare maggiormente Sarkozy in vista della campagna elettorale. Qualche settimana fa, la perdita della tripla A da parte dell'agenzia di rating Standard and Poor's (Fitch e Moodys invece la mantengono) è suonata per molti come la campana a morto sulle possibilità del presidente di essere rieletto. Durante l'anno passato, ben due manovre correttive dei conti sono state presentate al paese come necessarie a scongiurare una tale eventualità. Il declassamento non si è ripercosso solo sul dibattito pubblico e quindi sulle intenzioni di voto; ha anche portato alla luce uno squilibrio sempre più evidente in quella che oggi è la direzione economica dell'Eurozona: l'asse franco-tedesco.

La crisi ha visto scivolare la Francia verso una deriva che in tanti, fatte le debite proporzioni, non esitano a chiamare “mediterranea”. La disoccupazione colpisce il 9,3% della popolazione attiva - si tratta dei livelli più alti dal 1999 - proprio quando il vicino tedesco fa registrare i dati migliori degli ultimi vent'anni. Il numero dei senza lavoro cresce maggiormente nelle regioni del sud, e quasi un quarto dei giovani non ha occupazione. Il tasso di competitività, che a metà degli anni Novanta era superiore di dieci punti a quello della Germania, è oggi di dieci punti inferiore. Infine, il debito pubblico del paese si avvia a raggiungere il 90% della ricchezza prodotta, facendo registrare un aumento di circa il 40% nell'ultimo quinquennio. Notizie confortanti arrivano dalla minore pressione dei mercati sulle borse europee, cosa che permette alla Francia di contrarre ulteriore debito a prezzi accettabili; la posizione delle banche transalpine, molto esposte sul fronte dell'Europa meridionale, dipende dalla chiusura positiva del negoziato sul debito greco. Completa il quadro l'indebolimento del partito del presidente, l'Ump.

Il clan Sarkozy - il cerchio magico di amici e sostenitori promosso alle più alte responsabilità di governo - è nel mirino della magistratura: i suoi componenti sono variamente accusati di finanziamento illegale delle campagne elettorali, uso abusivo della polizia per coprire le fughe di notizie interne e spionaggio dei giornalisti scomodi attraverso funzionari ministeriali. L'ex primo ministro e rivale interno Dominique de Villepin ha fondato un proprio movimento e ha presentato la sua candidatura alle presidenziali. Inoltre, l'Ump ha subito due gravi rovesci elettorali: nel marzo 2009 l'alleanza tra le forze di sinistra ha lasciato alla coalizione di Sarkozy la vittoria in una sola regione sulle ventidue della Francia metropolitana, l'Alsazia; nel 2010, le elezioni locali hanno portato per la prima volta negli ultimi cinquant'anni la sinistra ad avere la maggioranza al Senato. La scommessa di Sarkozy, che puntava sulla diminuzione naturale dei consensi del suo rivale dopo una prima luna di miele, non sembra finora azzeccata.

François Hollande ha vinto le partecipatissime primarie di ottobre raccogliendo il 56% delle preferenze dei quasi tre milioni di simpatizzanti o iscritti al Partito socialista che hanno partecipato al voto. L'affluenza è stata al di sopra di tutte le stime: Hollande ha interpretato meglio dei suoi avversari le potenzialità di un'offerta di partecipazione rivolta all'insieme della società - le primarie organizzate in precedenza dal Ps erano state interne, e alla rivale Martine Aubry non è bastato fare incetta del voto degli iscritti. La sua campagna è stata più efficace a livello comunicativo, più diretta a favorire la partecipazione dei giovani (magari simpatizzanti per la sinistra, ma non certo iscritti a un partito), più vaga nella formulazione di proposte precise, più netta nel proporre al paese un cambiamento che interpretasse lo scontento largamente diffuso nella cittadinanza. Inoltre Hollande, nonostante sia stato segretario del partito dal 1998 al 2008, è riuscito ad apparire al di fuori delle beghe che negli ultimi anni hanno continuamente opposto due delle sue concorrenti, Martine Aubry e Ségolène Royal. I mesi successivi sono serviti al nuovo presidenziabile per precisare meglio la propria proposta di governo, esplicitata nei giorni scorsi attraverso un discorso ai sostenitori e la presentazione ufficiale del programma.

Il candidato socialista, spesso considerato dai detrattori scialbo e capace di vincere le primarie solo per l'assenza forzata di Dominique Strauss-Kahn, ha saputo sorprendere diversi commentatori con un discorso coinvolgente per toni e contenuti. “Stiamo per scrivere la pagina della Francia di domani, della Francia che soffre, ma anche della Francia che spera”: questa è una delle frasi d'esordio che sintetizza il modo in cui Hollande vuole temperare la sua offerta di cambiamento (d'altronde la gauche non accede alla presidenza della Repubblica dal 1995, dai tempi di François Mitterrand) con indubbie tonalità di rigore economico e morale. Non sono perciò mancati attacchi anche molto duri nei confronti del mondo della finanza.

L'impronta della crisi non è trascurabile nei “60 impegni” che compongono il programma di Hollande. I provvedimenti promessi costeranno 20 miliardi, cifra da ricavare aumentando le tasse sui redditi più alti ed eliminando una serie di privilegi fiscali. Il menu proposto è molto meno generoso di quanto anticipato in novembre: i nuovi posti di lavoro per i giovani si dimezzano, mentre spariscono i 500 mila posti in più negli asili nido. Ulteriori punti cardine sono l'aumento degli investimenti nell'istruzione, il sostegno alle piccole e medie imprese (tradizionale serbatoio di voti del centro-destra) che non delocalizzano, la diminuzione del peso del nucleare nella produzione elettrica nazionale e l'intervento pubblico nel mercato immobiliare per contenere i prezzi degli affitti (una misura che Sarkozy ha già tacciato di “sovietica”).

Le promesse di Hollande mirano nella direzione opposta al quinquennato di Sarkozy anche nell'impianto generale, basato su una più stretta laicità repubblicana, sull'inclusività e su una maggiore vigilanza della cittadinanza sui cosiddetti privilegi del potere. Dunque, l'indipendenza della magistratura (oggi le possibilità di controllo e influenza da parte del potere esecutivo sono evidenti) sarà rafforzata da una riforma del Csm, saranno ridotte le retribuzioni e i mandati cumulabili dai membri del governo e sarà rivalutato il peso del parlamento e delle collettività locali. Inoltre, sempre secondo le intenzioni, la legge sulla laicità del 1905 sarà costituzionalizzata, sarà consentito il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da cinque anni e le coppie gay potranno sposarsi e adottare.

Di fronte alla strategia di Hollande (discretamente premiata dai sondaggi), al malessere crescente nel partito, e al mancato recupero di consensi, Nicolas Sarkozy ha deciso di reagire. Lo ha fatto attraverso un'intervista trasmessa da sei reti nazionali, in cui ha accentuato il tono patriottico - Hollande nel suo discorso non ha mancato di enumerare le virtù oggi appannate della Francia - e ha fatto conoscere al pubblico una serie di progetti di legge da approvare in breve tempo per affrontare di petto i problemi del paese: l'attuale capo dello Stato vuole mostrarsi il più possibile attivo, mentre il suo avversario è costretto sul terreno della proposta e della critica. Non si tratta infatti di un programma elettorale: Sarkozy ci tiene a non apparire a rimorchio dell'agenda di Hollande, e non ha ancora ufficializzato la sua candidatura. Sono invece temi di grande portata che vorrebbero incidere sull'opinione pubblica, consentendo una riconnessione con la parte di elettorato non ideologizzata, incerta e oggi delusa, che fu decisiva nella vittoria su Ségolène Royal nel 2007.

In particolare il presidente uscente ha promesso: un aumento dell'Iva per finanziare le politiche sociali; un piano casa che consenta a ogni edificio un ampliamento del 30% dei volumi; la possibilità di accordi tra lavoratori e imprese sull'orario di lavoro, che annullerebbe l'obbligo delle 35 ore; l'introduzione di una tassa dello 0,1% sulle transazioni finanziarie; la creazione di una banca pubblica che favorisca gli investimenti delle imprese; l'aumento della quota di giovani da assumere nelle grandi aziende.

Recentemente, Nicolas Sarkozy ha potuto segnare un altro punto, forse inaspettato: il sostegno diretto di Angela Merkel alla propria candidatura. La cancelliera tedesca ha fatto sapere che seguirà il presidente nel corso della sua campagna elettorale in Francia - un fatto davvero inedito - perchè la vittoria di Hollande sarebbe un “ostacolo per l'integrazione europea”. Effettivamente, la visione europea del candidato socialista non contempla la stesura di un nuovo trattato, così come Berlino vorrebbe per garantire il rispetto delle regole di bilancio, nè accetta l'eventuale intervento della Corte di giustizia in caso di sforamento dei parametri. In materia, Hollande non ha espresso idee ben definite: la spaccatura ancora esistente tra i socialisti francesi sui temi europei non gli consente di sbilanciarsi. Una vittoria di Hollande potrebbe poi influenzare indirettamente il voto tedesco del 2013, già non molto promettente per la cancelliera.

Dunque, Angela Merkel ha diverse ragioni per preferire la permanenza al potere di un presidente con cui è stata raggiunta una certa convergenza su alcuni obiettivi di livello comunitario, e che si trova in posizione di crescente debolezza nei confronti della Germania. Dal canto suo, Sarkozy potrà rafforzare presso l'opinione pubblica l'immagine di un capo di Stato impegnato ad affrontare la crisi sullo scenario internazionale, in contrapposizione a un avversario da dipingere come inadatto a governare il paese in un momento tanto grave, data la sua inesperienza (Hollande non è mai stato ministro). I due leader hanno inaugurato il loro comune impegno il 6 febbraio a Parigi, con un consiglio dei ministri franco-tedesco, una conferenza stampa e un'intervista incrociata, trasmessa contemporaneamente da ZDF e France 2, all'insegna della convergenza sulla politica europea.

In questa campagna elettorale, l'alto tasso di malcontento e la sfiducia nella classe politica in generale danno qualche chance in più ai candidati “secondari” rispetto alle passate presidenziali. Hollande può guardare con una certa tranquillità alla sua sinistra: la forza complessiva dei due candidati radicali (Jean-Luc Mélenchon per il Front de gauche e Eva Joly per gli ecologisti) è stimata a un terzo di quella del candidato socialista. Il Ps non rischia di ripetere l'umiliante risultato del 2002, quando Lionel Jospin risultò terzo al primo turno, dietro Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, anche grazie alla presenza di moltissime altre liste di sinistra. Più agitate le acque nell'area di centro-destra.

Il centrista François Bayrou si presenta per la terza volta, dopo l'ottimo risultato di cinque anni fa (18,6%), quando aveva potuto approfittare della campagna particolarmente annacquata di Ségolène Royal. Oggi il gioco è più difficile - la campagna appare più polarizzata - ma non è detto che i due corridori principali reggano un ritmo tanto intenso per altre dieci settimane. Il suo discorso, diretto ai piccoli imprenditori, agli agricoltori e ai lavoratori autonomi, è rivolto stavolta a intercettare gli elettori delusi di Sarkozy.

All'estrema destra, Marine Le Pen rappresenta un problema concreto per il presidente uscente. I sondaggi la danno stabilmente sopra il 17%, un risultato quasi doppio rispetto a quanto raccolto nel 2007 dal padre, da cui ha ereditato la guida del Front national. Non c'è dubbio che la crisi dell'Eurozona, la perdita della tripla A e il peggioramento delle condizioni sociali abbiano rafforzato il discorso xenofobo ed eurofobo di Marine Le Pen, che nell'ultimo periodo è stato depurato da alcuni “eccessi” tipici dell'ormai ottantatreenne Jean-Marie. La proposta della leader di Fn è semplice: la Francia viene prima di tutto, e dunque deve abbandonare l'euro, erigere barriere all'immigrazione, tornare al protezionismo e all'industrializzazione. Sia lei sia Bayrou, al di là dell'alternativa estremista o moderata che offrono, non si stancano di affermare la loro estraneità al “sistema”, cioè all'élite politica ed economica che avrebbe contribuito a rovinare la Francia.

L'esito del voto dipenderà in larga misura da quanto i candidati principali sapranno correggere le proprie debolezze: dovranno offrire all'elettorato una proposta il più possibile mobilitante e comprensiva, che sappia però rappresentare una rottura rispetto al recente passato. L'incertezza di un paese sfiduciato potrà influenzare facilmente il verdetto delle urne.

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