Apertamente

di Claudio Sardo - Lo scontro sull’articolo 18, e più in generale sul mercato del lavoro, può cambiare il segno del governo Monti. Era nato per affrontare l’emergenza economica e ricostruire, dove possibile, la tela strappata del patto sociale: ora può virare e tornare sulla rotta che ci ha portato nella crisi e che Berlusconi, per limiti propri, non è stato capace di tenere. La modifica dell’articolo 18, nel senso di liberalizzare i licenziamenti per motivi economici, non serve ad aumentare le dimensioni delle piccole imprese italiane, né ad attirare gli investimenti stranieri, né ad accrescere la produttività del sistema-Paese. Lo sanno tutti, e lo dicono apertamente pure gli economisti di scuola liberista. La questione è diventata invece un simbolo politico, un’arma puntata contro il potere contrattuale residuo dei lavoratori, contro il sindacato e contro l’autonomia dei corpi intermedi. È giusto chiedere responsabilità ai sindacati, come per primo ha fatto il Capo dello Stato. È giusto sfidarli in nome degli interessi generali e dei diritti dei giovani. È giusto ricordare il valore delle difficili scelte compiute, ad esempio, al tempo del governo Ciampi. Ma allora Ciampi promosse il patto sociale, si batté per l’intesa e la difese senza riserve. Oggi invece il governo lancia segnali contraddittori. Anzi, talvolta i segnali di Monti e di Fornero vanno in direzione contraria. E sono tanti i cantori, a partire dai due maggiori quotidiani italiani, che intonano la sinfonia della rottura sociale e spingono Monti a fare ciò che «i partiti non faranno mai», cioè mettere all’angolo i sindacati, fare a meno della trattativa tra le parti.
Eppure davanti a Monti la strada dell’intesa è percorribile. I sindacati sono pronti ad accelerare i tempi del processo del lavoro, in modo che le tutele dell’articolo 18 non si trasformino in ostruzionismo. Neppure la Confindustria, fino a pochi giorni fa, mostrava interesse a riaprire il conflitto sui licenziamenti. Anzi, sembrava disposta a ragionare di come limitare le infinite tipologie del precariato per giungere a un contratto prevalente di apprendistato, della durata di tre anni. Certo, non si può dire che l’accordo sia a portata di mano. Ma per raggiungerlo il governo ci deve puntare davvero.
Invece così non pare. Monti ha cominciato a lanciare messaggi, che somigliano agli auspici di Sacconi. E il ministro Fornero ha fin qui mostrato tutto tranne che affidabilità al tavolo con le parti sociali. Nelle materie dove l’accordo è possibile non si va avanti, mentre non si affrontano i capitoli decisivi per lo sviluppo, come la detassazione del lavoro stabile e il sostegno alla nuova occupazione.
In gioco è il segno politico del governo. Non solo perché il Pdl, dopo il trauma seguito alla fine del governo Berlusconi, ha persino ritrovato una bandiera. Sull’articolo 18 aveva subito sconfitte umilianti e ora spera addirittura in una rivincita, mentre ha ripreso a tessere relazioni con la Lega, a partire dalla Rai e dal voto parlamentare sulla responsabilità civile dei giudici. Ma la questione politica non è limitata alla competizione Pdl-Pd. È aperta, ad esempio, la campagna elettorale in Confindustria per la successione a Marcegaglia. E la natura delle relazioni sociali è esattamente il cuore dello scontro tra Squinzi e Bombassei. Se l’articolo 18 diventasse la leva per far saltare il tavolo, vincerebbe chi tra gli imprenditori guarda ormai Marchionne come modello e gli effetti di questo cambiamento inciderebbero sulla <CF161>governance<CF160> reale del Paese.
Il governo dei tecnici è nato in un bivio. Per questo abbiamo sempre sostenuto che quello di Monti sarebbe stato il tempo di una battaglia politica decisiva per l’Italia di domani. Il governo dei tecnici può mettere il «patto sociale» al centro del programma di ricostruzione nazionale, ma può anche affossarlo definitivamente, spostando gli equilibri dei poteri a favore di oligarchie che vogliono marginalizzare i corpi sociali (sia essi partiti, sindacati, cooperative, terzo settore, etc) e lasciare gli individui soli di fronte al marcato. Il governo dei tecnici può ridare all’Italia un profilo europeista, rimettendola in gioco come attore di un’Europa politica, oppure può ricondurla nel ruolo subalterno che aveva Berlusconi. E non è secondario a questo fine il modo con cui farà «i compiti a casa» e l’autorevolezza con cui risponderà alla Bce. Il problema non è solo lo spettro della Grecia. È la capacità di incidere e di concorrere ad un’Europa diversa da quella che è stata già sconfitta.

Il problema riguarda direttamente il Pd, il suo futuro, la sua idea di società. Se il Pd fosse solo l’esecutore più affidabile dei comandi della Bce, si potrebbe anche chiudere bottega. Se la crisi è un’opportunità per cambiare, il Pd deve invece guardare al cambiamento. E se sono in gioco niente meno che il modello sociale, l’idea del pubblico, il senso della politica come contrappeso del mercato, il Pd non può fare a meno di «allearsi» con i corpi intermedi e di puntare al «patto sociale». Sarebbe assurdo chiamarsi democratici, se si facesse addirittura un passo indietro rispetto alla tradizionale cultura socialista, gettando peraltro alle ortiche ciò che alla sinistra ha dato il personalismo cristiano.

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