Apertamente

di Michele Smargiassi - Dagli indignati ai grillini, da Celentano a Grillo, proclamare la fuga sprezzante o snob o furbesca dalla geografia dell'agorà è una strategia d'immagine che paga sempre. Ma è davvero possibili sottrarsi alle categorie che hanno scolpito la geografia politica della modernità? “Sopra”, “oltre”, “avanti”, “altrove”: deve convocare un'intera famiglia di avverbi di luogo chi vuole evadere la topografia politica del Novecento, disposta su una linea che corre da destra a sinistra. Affermare “non sono né di destra né di sinistra” rientra, è vero, nel diritto d'opinione del singolo cittadino, ma che succede quando il verbo viene coniugato al plurale collettivo, “non siamo né di destra né di sinistra”, quando è un movimento politico che rifiuta di collocarsi sugli assi cartesiani della democrazia occidentale? Succede che qualcuno gli ritorce addosso la furbizia: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra…». È il beffardo «paradosso spaziale da disegno di Escher» con cui Wu Ming 1, uno dei componenti “senza nome” del collettivo di scrittura che si affermò con l'allegoria storico-politica del romanzo Q, ha aperto le ostilità su Nuova rivista letteraria e poi su Giap, il blog che esprime il coté militante del sodalizio bolognese. Troppi, ormai, i movimenti sedicenti atopici nel mondo, dai nordici “partiti dei Pirati” agli Occupy Wall Street, per arrivare alle primavere arabe. Ma questo è «un velo che dobbiamo lacerare», sostiene Wu Ming 1, e affonda: se gli Indignados spagnoli incarnano palesemente un “né-né” di sinistra, “egualitario, anticapitalista”, i grillini italiani per esempio sono senza dubbio un movimento di destra: “diversivo, poujadista, sovente forcaiolo”. Un testo articolato che procede citando criticamente George Lakoff e la sua coppia antitetica progressista/conservatore e utilizzando Fredric Jameson che intimava, nel suo Inconscio politico, a “Storicizzare sempre”.

Nel dibattito, ovviamente, i né-né rivendicano il loro rifiuto della polarizzazione obbligatoria con parole che risuonano nei sondaggi (l'ultimo quello di giovedì scorso dell'Ipsos dove il 57% ha risposto che «conta la capacità dei leader, che siano di destra o di sinistra è secondario») e in qualsiasi pizzeria: «destra e sinistra hanno fallito entrambe, fanno ugualmente schifo». Nascosto nel muto magma dell'astensionismo elettorale, è questo il voltafaccia dell'elettore identitario tradito, è il disgusto del consumatore insoddisfatto, «di chi non è contento dell'offerta sul mercato delle idee, comprensibile, perfino condivisibile», riconosce il politologo Piero Ignazi, studioso di postfascismo e quindi esperto di partiti “migratori”, «ma non ce la raccontiamo: non c'è altro modo, per chiunque chieda consensi, che collocarsi da qualche parte nel campo politico».

E la polarità destra-sinistra è ancora quella che meglio visualizza la mappa di quel territorio. Norberto Bobbio, che difese la bipartizione in un libro più citato che letto, avrebbe ribadito a questo punto che «chi dice di non essere né da una parte né dall'altra, non vuole semplicemente far sapere da che parte sta», lo ripete per lui uno dei suoi più accreditati eredi, Michelangelo Bovero: «È una collocazione inevitabile, qualunque altra cosa si affermi, perché destra e sinistra non sono concetti identitari, ma relazionali. Ti chiedono di rispondere non alla domanda “chi sei?”, ma a “dove sei rispetto agli altri?”: se non lo dichiari tu, saranno le tue relazioni a collocarti». Ma è proprio per evitare questo che il movimento di Beppe Grillo si impone di “non stare con nessuno”… «Allora saranno i tuoi “no”, la tua retorica, il tuo linguaggio a definire il tuo luogo politico».

Eppure la tentazione agnostica ha una lunga storia nella nostra democrazia caotica. A parte la parabola postbellica dell'Uomo qualunque, che oggi non si fa fatica a riconoscere come un movimento reazionario, la vicenda italiana ha conosciuto diverse anguille politiche. Quando nel '76 la prima pattuglia di Radicali entrò in Parlamento, fu quasi zuffa per la scelta dei seggi: si piazzarono a un'estremità (quella sinistra, però…) per evidenziare la loro estraneità all'”arco costituzionale” e alla “partitocrazia” più che per autodefinizione logistica. La Lega Nord, com'è noto, ha rimpiazzato il destra-sinistra con altre polarità, geografiche o etniche, pseudonaturali, mitiche o folcloristiche. Ma anche Antonio Di Pietro, in più di una intervista, ha ceduto alla dolce tentazione del né-né. E tuttavia sono stati poi tutti quanti incastonati senza pietà a destra o a sinistra dalle rispettive alleanze politiche. Anche il pragmatismo localista delle liste civiche comunali, che visse un momento di fortuna alla fine degli anni Novanta, non riuscì a far credere a lungo al suo slogan: “i problemi non sono né di destra né di sinistra”, proprio perché, alla fine, governò le città alleandosi con la destra o, più raramente, con la sinistra.

Un luogo politico inesistente, il né-né? Per Gustavo Zagrebelski «esiste solo nel prepolitico, dove si incontrano i vasti princìpi condivisibili da tutti: ma appena si affronta il piano delle decisioni, la scelta è inevitabile». «Forse solo l'ecologismo radicale, che ha come orizzonte la specie, sfugge all'inevitabilità di scegliere fra l'interesse superiore dell'individuo o quello della comunità, fra destra e sinistra» aggiunge Carlo Galli, autore di Perché ancora destra e sinistra, «al di là dei contenuti che queste definizioni esprimono, e che variano nel tempo e nei contesti: non sono la stessa cosa nell'Italia odierna e negli Usa, o nell'Italia degli anni Cinquanta. Si può anche essere più cose contemporaneamente, come i grillini che sono di sinistra per l'attenzione ai diritti, e di destra per gli atteggiamenti populisti. Ma pretendere di stare da un'altra parte è insipienza politica, o più verosimilmente tattica».

Non c'è “terzismo” che tenga, sostengono dunque concordi i politologi: anche Sofia Ventura, considerata vicina al Terzo Polo politico, non deflette: «Se non ci fossero disposizioni nello spazio politico, non ci sarebbe neppure la politica. Le posizioni possono non essere stabili, di fatto non lo sono mai nel lungo periodo, ma chi si muove è tenuto a dire dove va». Negli anni del terrorismo, in effetti, chi diceva “né con lo Stato né con le Br” rivendicava una collocazione politica chiara, di sinistra critica ma non omicida. Mentre col suo preteso rifiuto bilaterale anticapitalista e anticollettivista Terza Posizione era fin troppo chiaramente un movimento di estrema destra.

Ma il marketing politico non ascolta certo le lezioni teoriche dei professori. Da Celentano a don Verzè, da Gaber a Grillo, proclamare la fuga sprezzante o snob o furbesca dalla geografia dell'agorà è una strategia d'immagine che paga sempre. Un grave difetto di lateralizzazione in un bambino di prima elementare impone una visita dal medico; in un adulto, può fondare una carriera.

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